Il professionismo delle atlete: ancora tanta strada da fare.

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Ci sono voluti anni, dal 1981 ad oggi, per ricondurre lo sport femminile verso una parvenza di parità di genere relativamente ad uno statuto dei lavoratori e quindi alle retribuzioni che però dovrà ancora essere guadagnata e quindi, purtroppo, ne dovrà passare di acqua sotto i ponti.
Le federazioni sportive nazionali di Golf, Calcio, Basket e Ciclismo hanno riconosciuto il professionismo solo per gli uomini.

In questo Dicembre, da una Commissione del Senato per il Bilancio, è passato un emendamento, a firma degli onorevoli Nannicini e Matrisciano, per la legge di stabilità che mira ad equiparare le atlete agli atleti e a quindi regolamentare quello spazio in cui la confusione regna sovrana, ed al quale siamo abituati, tra dilettantismo e professionismo.
L’equiparazione partirebbe dalla possibilità di avere per i nuovi professionisti un esonero pari al 100% dei contributi, fino ad un massimo di tre anni. Al massimo però 8.000 euro di contribuzione che corrisponde a circa 30.000 € dell’ammontare della retribuzione annua. Tale esonero è riservato a tutte le società che faranno firmare alle proprie atlete donna, regolari contratti di lavoro.

Con questo si spera di far definitivamente smettere la condizione di ricercatrici a tappe forzate di emolumenti da parte delle atlete. Il loro dilettantismo le espone a dover trovare introiti attraverso l’assunzione tra i corpi di Carabinieri e Polizia. Si rifletta su quante sciatrici plurimedagliate nello sci da discesa o di fondo hanno avuto ospitalità in questi corpi. Si rifletta su quante comparsate in tv in divisa che elargivano pubblicità e visibilità. Traducendo significava ottenere  sponsorizzazioni che più risultavano soddisfacenti più era acuta l’arte di arrangiarsi visto l’inesistenza di tutele previdenziali per maternità, e men che meno di guadagni garantiti malgrado il numero di coppe e medaglie delle quali non ci hanno mai fatto sentire la mancanza malgrado.

La strada è segnata affinché si possa vedere, ad ogni donna atleta, riconosciuta quella dignità conferita come lavoratrice e non solo sportiva (quest’ultima è più difficile da privare quando arrivavano i risultati). Un diritto inalienabile, la dignità di lavoratrice, che era umiliante oltre ogni limite, malgrado fosse palese l’effettivo livello sportivo, la continuità negli impegni e nei sacrifici, dover imporre sul tavolo della considerazione pur non essendo mai in discussione la loro valenza sportiva. Ne sa qualcosa chi al mondiale di Francia di calcio femminile ci ricordò che “fra le prime 8 squadre le uniche a non essere non professioniste erano le Italiane”. Eppure erano tra le prime 8.

Il movimento dello sport femminile, anche grazie ai successi sportivi di quel mondiale, attraverso ai quali ottenevano grande visibilità sulle prime pagine, occupando gli spazi lasciati vuoti dai calciatori azzurri fuori dal mondiale, tornava alla carica con grande nuova determinazione.  Fu così che anche le nuotatrici, pallavoliste, cicliste, sulle vittoriose cronache sportive a cui da tempo ci avevano abituato, riportavano l’attenzione sulla necessità di terminare la differenziazione di genere.

Con la finanziaria però salta anche all’occhio il balletto delle cifre sui numeri delle nuove atlete professioniste che dopo i 3 anni non avranno più paracadute ossia l’esenzione contributiva. Si ipotizza per le donne tra calcio, basket, volley e rugby un numero vicino alle 3.000 unità che però secondo alcuni sarà invece più prossimo alle 1.000 unità.
E proprio sulle cifre, per dirne una, che in un’intervista sulla Gazzetta, all’indomani dell’emendamento il numero uno della Lega di pallavolo femminile Mauro Fabris, pur riconoscendone il valore, diceva che “è del tutto evidente che un salto tout court dalla situazione attuale al professionismo avrebbe un impatto enorme sui costi di gestione delle società. Il tesoretto di 8 milioni in tre anni per la deducibilità fiscale, previsto dalla norma approvata, è limitatamente incentivante”.
La strada dicevamo è segnata ma raggiungere la destinazione sarà complicato perché sono molti gli sport, come il basket tra quelli più noti, in cui le società sono in sofferenza per il ridimensionamento del movimento e ancora una volta chi rischia di farne le spese più dolorose sono le atlete. E questo dipenderà anche da una riscrittura della legge 91/81 vecchia, inadatta allo sport dei nostri giorni e discriminatoria. E poi quale testo conterrà la Legge delega allo sport dei prossimi mesi.
Per finire, vorrei tornare sulla discriminazione. In tutti i settori, quindi anche nello sport, la cultura sessista, becera e anche violenta deve essere messa al bando, anche dai giornali sportivi che tuttora hanno espressioni a dir poco inadeguate quando si parla di atlete e metodi di valutazione che non hanno senso.

Emidio Maria Di Loreto

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