Il rallentamento dell’economia in Cina resta un rischio globale

Cina
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Secondo la Banca dei regolamenti internazionale (Bri) ovvero la banca delle banche centrali il rischio di una crisi bancaria, nei prossimi tre anni, in Cina è enormemente accresciuto. Solo nel primo trimestre dell’anno 109 miliardi di dollari di capitali sono fuoriusciti. Un dato che segnala quanto sia seria la crisi cinese che ancora in questi giorni si rende visibile per il continuo saliscendi delle borse in mancanza di soluzioni ritenute  accettabili o comunque non così solide da arrestare flussi speculativi.
Non sono servite a molto le svalutazioni ripetute dello yuan nelle scorse settimane o i meccanismi che finanziari volti a disincentivare le vendite e i continui e pesanti ribassi delle borse cinesi con Shanghai ha chiuso a -2,67%, mentre Shenzhen ha registrato uno vero e proprio crollo con un -6,55%.

Pur con il loro carico di incertezza i dati dell’economia reale segnano comunque un Pil che continua ad essere aggiornato al ribasso e quel 7,3% di cui parla l’establishment di Pechino è pur sempre la peggiore crescita da circa tre decadi a questa parte. E l’anno prossimo la crescita rischia di scendere sotto il 7%. Ad agosto la bilancia commerciale segnava, secondo i dati delle Dogane cinesi, un -6,1% per le esportazioni e un -14,3% per le importazioni. E le produzioni industriali non crescono secondo le attese.

Il primo ministro Li Keqiang ha provato a tranquillizzare i partecipanti al Forum economico mondiale di Dalian (9-11 settembre) dove ha parlato di fronte ai rappresentanti economici di una novantina di paesi. Ha sostenuto che non ci saranno crisi mondiali per l’andamento dell’economia cinese anche se i cambiamenti, da un’economia orientata all’esportazione grazie a grandi investimenti pubblici a una basata sui consumi interni, non eviterà rischi e «alti e bassi nei risultati economici non possono essere evitati».
Non è proprio così scontato perché «in tutto il mondo gli anni di esuberanza sulle opportunità di una Cina in rapido sviluppo hanno lasciato strada ai timori relativi all’impatto del rallentamento cinese. Le miniere di ferro dell’Australia hanno operato grazie alle fonderie cinesi che hanno forgiato l’acciaio che ha permesso di creare i grattacieli che oggi dipingono i cieli delle città cinesi. Le fattorie che coltivano soia in Brasile e Argentina hanno visto una crescita esplosiva grazie agli allevatori cinesi che hanno tentato di tenere testa al sempre maggiore appetito per la carne. I produttori di petrolio dal Medio Oriente alla Russia hanno negli ultimi anni visto prezzi sostenuti dalla forte domanda dalla Cina» [1].
Le recessione in cui si trova il Brasile è sicuramente anche figlia del fatto che la sua economia sia dipendente dalle esportazione di commodities in Cina.
E se non ci sarà una crisi globale quanto meno l’economia globale dovrà adattarsi a questo nuovo contesto, come spiega Keith Bradsher sul New York Times. Tutte quelle multinazionali che nel corso di questi anni hanno impostato le loro attività sulle richieste crescenti del mercato cinese stanno contraendo i loro impegni e dovranno ripensare le loro strategie di investimento. Tra gli esempi ci sono i giganti della BHP Billiton, la compagnia di trasporti di Hong Kong Wah Kwong Maritime Transport Holdings, la società mineraria brasiliana Vale, la Ford, la General Motors, la Caterpillar [2].

Per tenere alta la crescita e consolidare la stabilità della Cina, il numero uno a Pechino, Xi Jinping vuole continuare nel processo di riforma dell’economia per aumentare il livello di consumi interni diventando meno legati agli andamenti dei mercati internazionali.
Una degli ultimi interventi per una riforma del sistema dal suo interno è quello di intervenire sulle aziende di Stato per migliorarne efficienza attraendo così investimenti permettendo alle aziende stesse di emettere titoli o vendere quote della proprietà. Un intervento che potrebbe riguardare oltre 155.000 aziende di tutti i settori e decine di milioni di lavoratori.
Sicuramente il riequilibrio dell’economia cinese in favore dei consumi interni per non essere così dipendente dall’estero è un obbiettivo da perseguire, ma la sua riuscita non è così banale perché non è un obbiettivo condiviso da tutto il partito comunista. Diversi esponenti vedono nell’allargamento delle capacità di spesa all’interno come il risultato di un’apertura conseguenziale delle libertà individuali che potrebbe sfociare in un’opposizione diffusa alla leadership comunista, per cui continuano a preferire un’economia basata sulla capacità di esportare.
Questa opposizione e resistenza al cambiamento sia nelle compagnie statali che negli enti locali è individuata nella vecchia guardia che vede in Jiang Zemin, leader cinese fino al 2002, il massimo esponente. Va detto che i crolli delle Borse, nonostante le rassicurazioni, l’esplosione di Tianjin per la quale il 12 agosto scorso sono morte più di cento persone sono diventati degli esempi di una dirigenza politica poco attenta alle condizioni della popolazione, se non proprio incapace. E questo non aiuta.

Un altro aspetto va tenuto in considerazione. La possibilità di incentivare i consumi domestici è legata anche alla capacità di far indebitare gli acquirenti come accade negli Stati Uniti dove, però, la domanda di biglietto verde è enorme essendo il dollaro moneta di riferimento in tutto il mondo, e quindi consente la dilatazione all’infinito i tempi di rientro del debito. E non credo sarà semplice che gli USA cedano questo potere nonostante si avvicini il momento in cui lo yuan diventerà valuta del Fondo Monetario Internazionale e quindi valuta per gli scambi.
Pasquale Esposito

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