Il regno d’inverno. Winter Sleep

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Antefatto. Aydin è un attore teatrale che si ritira dalle scene e coltiva i propri interessi culturali, sognando di scrivere un libro sul teatro turco e curando una sua rubrica su un giornale locale a bassa tiratura. Vive nell’albergo di famiglia che gestisce con la sorella Necla – divorziata, una vita a Istanbul, ora anche lei ritiratasi nei luoghi d’origine – e  la giovane moglie Nihal, impegnata in una raccolta fondi per ristrutturare le scuole della zona.

il regno d'inverno

Il luogo-rifugio. L’albergo di Aydin si trova in Cappadocia, immerso in uno scenario freddo, arido, lunare si potrebbe dire. Neve dappertutto, fango in cui si rischia costantemente di impantanarsi, ghiaccio insidioso sul quale è facile scivolare. L’ambiente esterno da un lato riflette la desolazione interiore dei personaggi, il gelo simbolico in cui questi sono calati. Dall’altro evidenzia la durezza delle condizioni di vita di ognuno e la difficoltà, al tempo stesso, di contatto con gli altri, la fatica dello spostamento da un posto all’altro e l’isolamento che inesorabilmente ne deriva (reale e metaforico).
Le riprese in esterno, però, fanno anche da contraltare agli interni in cui i protagonisti vivono la propria personale, intima, solipsistica vicenda esistenziale, come monadi abbandonate al proprio destino: toni caldi, luce soffusa, mobili di pregio, quadri alle pareti, libri dappertutto. Una caratterizzazione forte del luogo-rifugio, rappresentazione icastica dell’arroccamento interiore dei tre principali attori della storia narrata che sempre più si chiudono in se stessi. Aydin, la sorella e la giovane moglie quasi inconsapevolmente si allontanano l’uno dall’altra. Istintivamente seguono una traccia che li porta a rifugiarsi in una propria dimensione in cui non c’è spazio per il dialogo ed il confronto, non ha cittadinanza un punto di vista differente dal proprio, non si è più in grado di mettersi in gioco.

Il regno d'inverno

L’esplosione del conflitto. Solitudine ed arroccamento sulle proprie posizioni, progressivo indurimento di sé, predominante egocentrismo. La maschera di buone maniere e cortesia che copre la reale natura di ognuno viene lentamente sollevata lasciandone fuoriuscire conflitti fino ad allora latenti. Incomprensioni reciproche, malcontenti, rancori a lungo trattenuti vengono a galla. Ne seguono accesi diverbi in cui sono messe a nudo le debolezze e le fragilità degli altri: “Vuoi sapere qual è il tuo problema? Che continuando a recitare hai dimenticato di essere te stesso!”, sentenzia Necal rivolgendosi al fratello. Ne seguono accuse feroci e violente invettive: “Tu sei un uomo giusto, onesto e coscienzioso; ma a volte utilizzi tutto questo per soffocare gli altri, per schiacciarli e umiliarli”, rivela Nihal al marito.
È lo sgretolamento sistematico dei rapporti umani. La visione dell’uomo che se ne trae è di una barca alla deriva, senza rotta né pilota. Tutti accusano tutti del proprio fallimento esistenziale.
Il crollo delle illusioni. Nihal insegue un sogno di realizzazione personale, è l’ultima cosa che le è rimasta, l’unico appiglio cui aggrapparsi; Aydin pensa di poter ancora controllare tutto, ha bisogno della moglie e cerca di tenerla legata a sé quando vede che gli sfugge; Necla crede di poter tornare sui propri passi, recuperare il suo rapporto con l’ex marito alcolizzato, ritrovare nella passiva accettazione del male che si riceve la perduta dimensione umana dell’altro, il superamento di ogni torto o ingiustizia. Tutto è vano. Tutto inutile. Utopia, illusione destinata a rivelarsi come tale. Nulla pare più possibile: “Costruiamo grandi castelli ogni mattina e passiamo il giorno a vederli dissolvere”, commenta sconsolato Aydin sul finire del film.

Il regno d'inverno

L’inverno della vita. In una visione apocalittica, di totale fallimento delle proprie istanze esistenziali, sorda ad ogni speranza o possibilità di cambiamento futuro, non rimane che raccogliere i cocci di una vita andata in frantumi e cercare di viverne quel poco che ne rimane. Affrontare l’inverno della vita nel modo più dignitoso possibile, ferendo e ingannando gli altri meno che si possa e facendosi accettare per quel che si è (“Non sono l’attore carismatico e di successo che hai sempre sognato”, è costretto ad ammettere Aydin), continuando a guardare avanti anche se è solo nebbia e gelo quello che si riesce a vedere.
Palma d’oro al Festival di Cannes di quest’anno, più di tre ore di durata che passano in un attimo (anche se a tratti si accusa la verbosità dei dialoghi): un altro piccolo capolavoro del regista di C’era una volta in Anatolia tra inquadrature di straordinaria bellezza e immagini cinematografiche di singolare potenza evocativa.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:
Titolo originale: Kis Uykusu
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Turchia/2014
Regia:  Nuri Bilge Ceylan
Sceneggiatura: Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan
Interpreti: Haluk Bilginer, Melisa Sözen, Demet Akbag, Ayberk Pekcan, Serhat Mustafa Kiliç, Nejat Isler Montaggio: Nuri Bilge Ceylan, Bora Göksingöl
Fotografia: Gökhan Tiryaki
Scenografia: Gamze Kus

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