Il rimborso delle spese legali per un cittadino assolto

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Il rimborso delle spese legali per un cittadino assolto compare per la prima volta nella legge italiana, ma… Cominciamo dall’inizio.

Il supplemento ordinario n° 46/L alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n° 322 del 30/12/2020, è lo strumento con il quale è stata promulgata dal Presidente della Repubblica, la legge che così titola: Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2021 e bilancio pluriennale per il triennio 2021 – 2023.
La formula di inizio pagina, così come per ogni altra promulgazione, pur apparendo pomposa risulta molto importante in quanto ben prima di citare l’attore che promulga e cioè emana, vara, rende esecutiva la Legge, individua con chirurgica precisione i soggetti che hanno approvato e cioè riempito di contenuti ciò che, da diverso attore è promulgato. Soggetti che quindi vengono identificati con assoluta certezza nella loro responsabilità politica attraverso la seguente frase: La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato.

La Legge si compone, per la quasi totalità, dell’art. 1; articolo che si sviluppa in ben 1150 commi. Quelli compresi tra il 1015 e il 1022 interessano integralmente quanto in queste righe.
Per porre nella condizione di ben comprendere ciò cui mi riferisco, ritengo utile riportare per intero il testo del comma introduttivo, il 1015:
Nel processo penale, all’imputato assolto, con sentenza divenuta irrevocabile, perché il fatto non sussiste, perché non ha commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla Legge come reato, è riconosciuto il rimborso delle spese legali nel limite massimo di euro 10.500.

Nei commi successivi si stabilisce inoltre che il rimborso è ripartito in tre annualità di pari importo a partire dall’anno successivo a quello in cui la sentenza è divenuta irrevocabile e che la somma corrisposta non concorre alla formazione del reddito.
Il rimborso inoltre è riconosciuto dietro presentazione di fattura da parte del difensore con espressa indicazione della causale, dell’avvenuto pagamento e corredata di parere di congruità del competente Consiglio dell’ordine degli avvocati. La fattura deve essere accompagnata da copia della sentenza di assoluzione con attestazione di cancelleria della sua irrevocabilità.

A seguire, non ritenendo evidentemente esaustiva la chiarissima delimitazione delle possibilità per le quali si può ottenere il rimborso delle spese legali, contenuta nel comma 1015, deputati e senatori si sono sentiti in obbligo di esplicitare i soggetti che non possono giungere al rimborso e cioè:
gli assolti da uno o più capi di imputazione e condannati per altri reati; coloro per cui il reato è stato estinto per avvenuta amnistia o prescrizione; per sopravvenuta depenalizzazione dei fatti oggetto di imputazione.

Allo scopo di provvedere ai rimborsi è istituito, nello stato di previsione del Ministero della giustizia, il Fondo per il rimborso delle spese legali agli imputati assolti con la dotazione di una somma pari a 8.000.000 di euro per il 2021. Somma che costituisce il limite insuperabile e complessivo di spesa per l’erogazione dei rimborsi nell’anno in corso.
Per concludere, così come è stato per il comma 1015 introduttivo, riporto per intero il testo del comma finale, il 1022: Le disposizioni dei commi da 1015 a 1021 si applicano nei casi di sentenze di assoluzione divenute irrevocabili successivamente alla data di entrata in vigore della presente Legge.

Fin qui la notizia scevra, nella sua essenzialità, da ogni approfondimento.
Considerato che di un simile prodotto ne è piena l’informazione stampata e non, vorrei spingermi oltre cercando di porre il lettore nella migliore condizione di capire appieno, valutare accuratamente e quindi farsi l’idea più precisa possibile.
Per farlo vorrei partire dalla somma destinata a comporre il Fondo per il rimborso delle spese legali agli imputati assolti, pari per l’anno in corso a 8 milioni di euro e ricordare che senza presentazione di fattura, corredata di parere di congruità, il Fondo non si attiva.

Detto che le spese legali altro non sono che le parcelle con cui si liquidano le prestazioni professionali degli avvocati, vediamo la strutturazione del documento fiscale che le certifica e cioè la fattura.
La fattura è composta dall’onorario a cui si somma il rimborso delle spese generali (di cui non è prevista dimostrazione) pari al 15% dell’onorario stesso. A questo primo totale si somma il contributo Cassa previdenziale avvocati pari al 4% dello stesso. Infine, sul totale così determinato, detto imponibile, si somma l’IVA per il 22% dello stesso.
Atteso che l’IVA è una partita di giro per conto dell’erario che si avvale della riscossione da parte dello studio legale, al quale compete anche l’obbligo del successivo versamento all’erario stesso, possiamo ben affermare che la somma a disposizione del Fondo utile a coprire realmente le spese legali non è pari 8.000.000 di euro bensì a questa somma depurata dell’IVA (1.422.623 euro) e cioè 6.577.377 euro.
Come abbiamo visto la fattura si compone inoltre del contributo (4%) alla Cassa previdenziale avvocati, meglio detta Cassa Forense.
La cassa è un ente previdenziale cui tutti gli avvocati hanno l’obbligo di essere assicurati per garantirsi le tutele previdenziali e assistenziali. La natura legale di fondazione le da una personalità giuridica di diritto privato godendo così di autonomia regolamentare e gestionale.
Questa autonomia prevede che, tra i contributi in capo agli iscritti, vi sia il cosiddetto contributo integrativo che, in carico al cliente, va inserito in fattura ed è fissato, come abbiamo visto, nella misura del 4% sul totale delle prime due voci della fattura stessa (onorario + rimborso delle spese generali).
Questa voce così strutturata e non direttamente riconducibile alla prestazione professionale che formano l’onorario, incide sulla somma destinata al Fondo che, depurata dell’IVA, abbiamo visto essere pari a 6.577.377 euro. Incide in negativo nell’esattezza di calcolo, per una cifra pari a 252.976 euro che porta così la disponibilità del Fondo a coprire realmente le spese legali per una somma 6.324.401 euro.
Lo stesso ragionamento tocca la cifra massima normativamente destinata al rimborso delle spese legali, pari a 10.500 euro.
In conseguenza di ciò la reale somma disponibile a coprire le spese legali si riduce a 8.275 euro.

Il dato matematico si ferma qui a causa della impossibilità di identificare, anche approssimativamente, quanto è stato complessivamente fatturato per spese legali, a quei clienti assolti in base alla norma dettata dal comma 1015, nell’anno 2020 o in anni immediatamente precedenti. Dato che avrebbe permesso di prevedere, seppur con approssimazione, le istanze che verranno presentate in questo anno e la somma di cui avrebbe veramente bisogno il Fondo, concesso che con 8.000.000 di euro a disposizione e un ristoro massimo di 10.500 si può fare fronte a 761,90 domande di rimborso.

Certo è difficile credere che in tema di giustizia penale, un professionista possa decidere di difendere un imputato per la modica cifra di 8.275 euro cui, in sede di dichiarazione dei redditi, va sottratta la quota IRPEF secondo le note aliquote progressive in vigore.

Ovviamente, sia pur difficilmente, nell’anno, si potrebbe verificare il caso di un numero di istanze presentate per un ammontare fatturato  inferiore alla disponibilità del Fondo. Ebbene, se ciò dovesse verificarsi, i fondi residui e non utilizzati nell’anno a cosa saranno destinati? Andranno a incrementare il limite massimo individuale? Andranno a incrementare il Fondo nell’anno successivo?
A me sembra che oggi nessuno di chi scrive o legge può dirlo.

I limiti
Proprio per tutto ciò è stato facile convincermi come la norma con la sinistra conceda e con la destra tolga. Basti pensare al limite di rimborso personale, ai limiti nel rimborso complessivo, al pagamento in tre rate a partire dall’anno successivo a quello in cui la sentenza è divenuta irrevocabile, all’esclusione di tutti coloro che economicamente non possono saldare la fattura in anticipo rispetto all’istanza. Insomma non altro che un tozzo di pane raffermo; un’elemosina elargita da quelle coscienze che nel “Chiudi e getta la chiave” vedono l’unica soluzione al problema dei detenuti ma anche a quello di coloro che si sono salvati perché miracolati, gli indetenuti dato che gli innocenti sembra che debbano esistere.
Quelle coscienze che sulla stampa e nelle dichiarazioni di questi giorni hanno trionfalmente annunciato come il rimborso delle spese legali si aggiunge e lega, ritenendo di far così piena giustizia alle coscienze lese e umiliate, al disposto dell’art. 314 del codice di procedura penale che, chiudendo, riporto integralmente nel suo primo comma:
Chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla Legge come reato, ha diritto a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave.

Lascio a chi legge immaginare quanto, rischiando il carcere, un essere umano possa concorrere o dare causa, per dolo o colpa grave alla sua rovina morale e economica e in genere a quella della sua famiglia.
Immaginazione che sarebbe aiutata dal sapere quante domande di equa riparazione siano state presentate in questi ultimi anni presso gli uffici preposti e quante siano state negate a motivo di concorso a darne causa, per dolo o colpa grave.

Guido Peparaio

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