Il ritorno del calcio e del Var. Ne parliamo con Lorenzo Fontani

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È iniziata ufficialmente la stagione calcistica 2018-2019. Quella post Mondiale, che dovrebbe sancire, si spera, il rilancio del calcio italiano. In questo senso, l’approdo di Cristiano Ronaldo nel nostro campionato sembra aver portato una ventata di novità e, soprattutto, di ottimismo. Unita alla nuova guida tecnica della nazionale affidata a Mancini. Insomma campionato più “stellare” e CT di alto profilo per una auspicata, concreta ripresa.
Si tratta però anche della stagione che dovrà consacrare il VAR, soprattutto nel nostro campionato dove questa tecnologia ormai non è più una sperimentazione bensì prassi definitivamente entrata nel regolamento arbitrale.
Parliamo di tutto questo con Lorenzo Fontani, giornalista di Sky Sport e grande esperto di regolamento calcistico.

Lorenzo, dopo la sperimentazione in alcuni campionati nazionali, tra cui il nostro, il VAR ha fatto il suo esordio ai Mondiali di Russia. Si può trarre un bilancio dopo il primo anno dall’introduzione? Ci sono secondo te ancora margini di miglioramento, e se si in quale ambito?

Lorenzo Fontani, giiornalsta Sky

Il bilancio è molto positivo se si considera la naturale imperfezione del sistema dei Var: se non si ha cioè l’aspettativa di cancellare tutti gli errori o di avere una piena uniformità di valutazione. Su questi due aspetti comunque i miglioramenti fatti dagli arbitri italiani rispetto alle prime giornate del campionato scorso credo siano stati tangibili a fine stagione e la nostra esperienza si è riverberata positivamente sui Mondiali, dove di fatto tra responsabile della Commissione (Collina), supervisore Var (Rosetti) e Var in cabina (l’Italia è l’unica che ne aveva tre) l’impronta italiana è stata decisiva per il buon esito finale. I margini di miglioramento ovviamente ci sono e il più importante è quello della crescita dell’esperienza non solo da parte dei protagonisti ma anche dei fruitori del sistema del Var: tra qualche anno le difformità di giudizio saranno ridotte al minimo e ci saremo a tal punto abituati all’uso del Var che ci domanderemo come abbiamo fatto senza. Quanto ai miglioramenti del protocollo, non credo a un abbassamento dell’asticella della “review”: credo cioè che sia giusto continuare a non intervenire nei casi semplicemente dubbi ma solo in quelli in cui l’errore è davvero vistoso. Semmai, ma questo è già allo studio dell’Ifab, si potrebbero allargare i casi revisionabili ad altre situazioni come i calci d’angolo e le seconde ammonizioni.

Tutto sommato però non pare esserci una diminuzione di proteste e lamentele che sia direttamente proporzionale al numero di casi risolti con la tecnologia in tempo reale. Cosa deve ancora cambiare a tuo avviso per arrivare finalmente all’azzeramento della “cultura del sospetto”.

Se la gente comune potesse assistere alle periodiche riunioni tecniche tra arbitri delle categorie più alte si accorgerebbe di come, di fronte al video di un episodio controverso, diciamo un rigore, con 10 replay, può capitare che 50 dicano che lo avrebbero concesso e gli altri 50 no. Se non si capisce che il regolamento lascia ampio margine di interpretazione e che anche con la “moviola in campo” le decisioni rimangono soggettive si continuerà a litigare sul nulla. Il punto è che finché a litigare non saranno soltanto i tifosi comuni ma anche gli allenatori e i dirigenti, magari con la grancassa di qualche medium interessato a cavalcare la polemica, le difese contro la cultura del sospetto saranno ben poche. Soprattutto se le istituzioni calcistiche non condividono – contro chi lede la reputazione della categoria arbitrale – una strategia da un lato di sanzioni e dall’altro di comunicazione efficace. Se si considera poi che in questo momento i rapporti Figc-Aia sono ai minimi termini ecco che il quadro si presenta con tinte ancora più fosche.

Come mai l’introduzione del VAR non si allarga ancora al resto dei campionati nazionali e alle competizioni internazionali?

Le ragioni sono diverse. Per alcune federazioni minori il gioco non vale la candela (non dimentichiamo che chi vuole introdurre il Var nei propri campionati deve sottostare a una serie di adempimenti e di verifiche periodiche da parte dell’Ifab sia dal punto di vista tecnico-amministrativo che da quello della formazione degli arbitri stessi). Per altre, mi riferisco alle federazioni britanniche, c’è un duplice aspetto culturale: la minore importanza data alla figura arbitrale da un lato, e una certa reticenza alle innovazioni tecnologiche e regolamentari dall’altro. Nel caso dell’Uefa e delle Coppe europee, oltre al personale scetticismo del presidente Ceferin, c’è il problema della variegata provenienza geografica degli arbitri con conseguente difficoltà di formarli uniformemente e rapidamente, come più volte spiegato dall’ormai ex presidente della Commissione arbitrale Collina. Ma prima o poi cederà anche l’Uefa, anzi è notizia di questi giorni la probabile accelerazione per introdurre i Var già a partire dagli ottavi di finale, o almeno dai quarti, della corrente Champions League.

Veniamo al calcio di casa nostra. La Serie A è appena partita con alcune novità. A parte la nuova suddivisione dei diritti tv, il termine del calcio mercato alla vigilia della prima giornata sembra una scelta oculata e soprattutto garante di maggiore correttezza ed equilibrio. Quali invece le novità di quest’anno dal punto di vista regolamentare?

Nessuna. La “Circolare 1“, quella che ogni anno arricchisce il regolamento con le modifiche decise dall’International Board, dopo i tanti cambiamenti delle scorse stagioni per questa volta introduce solo piccoli aggiustamenti volti a una migliore comprensione del testo. Da ricordare semmai, ritornando al discorso Var, il passaggio dal concetto di “chiaro errore” a quello di “chiaro ed evidente” (“clear and obviuos”), laddove per chiaro si intende chiaramente decifrabile dalle immagini e per evidente un palese errore di valutazione dal punto di vista regolamentare.

Veniamo ai nostri arbitri. Apprezzati all’estero, spesso attaccati in patria. La domanda è semplice. Secondo te, dando sempre per scontata la buona fede, sbagliano perché sono troppo sotto pressione, oppure sono costantemente sotto pressione perché sbagliano spesso?

Sbagliano perché sono umani. Quelli più bravi sbagliano di meno e quelli meno bravi di più, e lo stesso vale per la capacità di gestire la pressione. Ricordando sempre una cosa che vale soprattutto nelle categorie più alte: se un arbitro sbaglia troppo non continua ad arbitrare magari gare meno importanti né retrocede di categoria. Va a casa, e magari dovrà trovarsi un lavoro perché arbitrare a un certo livello impegna a tempo pieno o quasi. Quindi non esiste la sudditanza psicologica nei confronti di questa o quella squadra, esiste la paura di sbagliare. E la capacità di gestirla più o meno bene.

Domanda secca. Come vedi il dopo-Collina nella UEFA?

Bene. Roberto Rosetti ha ormai acquisito anche da dirigente una dimensione internazionale riconosciuta.

Torniamo ai “patrii confini”. È iniziata l’era di Cristiano Ronaldo e con essa, pare, una sorta di attesa rinascita per tutto il calcio italiano. Credi che questa sia realmente una opportunità che si sta dando tutto il “movimento”, oppure si acuirà ancora di più la distanza tra le “grandi” e le “altre”, fino ad arrivare alla creazione della più volte annunciata “super lega europea”?

Della Superlega europea si torna a parlare ciclicamente ma almeno per i prossimi anni dubito che possa diventare realtà e soprattutto soppiantare del tutto in termini di importanza e seguito i campionati nazionali. Il calciomercato di quest’estate, da CR7 in giù, ha in effetti rilanciato l’interesse della Serie A e soprattutto Milan e Inter sembrano potersi finalmente rimettere in corsa se non per lo scudetto sicuramente per il secondo e terzo posto. Ma il rischio di un campionato spezzato nettamente tra vetta, squadre mediane e piccole in effetti sembra ancora esserci.

Cristiano Roccheggiani

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