Il Sentiero di Jasmila Žbanić. In cammino verso una mèta

Il Sentiero
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Il Sentiero, in inglese, On the Path, a sua volta traduzione del titolo originale “Na Putu” – che in bosniaco sta per: “essere in cammino verso una mèta” ed ha un significato letterale ma anche spirituale – è il titolo dell’ultimo film della regista-sceneggiatrice Jasmila Žbanić (nelle sale a partire dal 27 gennaio), già vincitrice con il suo film-debutto Grbavica, dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2006.

Ed è esattamente un sentiero, generato da altrettanti sentieri precedentemente percorsi, quello su cui si incammina la giovane coppia formata da Luna ed Amar: il percorso del loro amore proiettato verso un futuro ancora da costruire e di cui insieme stanno faticosamente tentando di gettare le basi, ma un percorso anche costellato di ostacoli e difficoltà di vario genere, in primis quella del riuscire ad avere un figlio – da cui l’ipotesi di ricorrere all’inseminazione artificiale – e poi la perdita del lavoro di Amar perché beccato a bere alcool durante le ore di lavoro.
Un percorso visivo è anche la storia narrata sullo schermo e l’introduzione di Luna ed Amar: visi e gesti in primo piano, dialoghi scarni e ridotti all’essenziale, intimità tra le pareti del loro nido d’amore mostrata attraverso pochi essenziali elementi ad evidenziare le tappe – anche qui – di un percorso tutto domestico tra le lenzuola del letto e i vari accessori sanitari del bagno, inquadrati quali parti non meno funzionali di altre all’essenza della vicenda stessa. Un’intimità fatta di frasi brevi, sguardi, risate, abbracci, da squilli di telefonino e scatti di foto nel tentativo di voler rendere tutto prezioso, in sintesi la normalità di un quotidiano di una qualsiasi coppia nell’odierna Sarajevo. E così come nelle riprese esterne si evidenzia tutta la contraddittorietà architettonica di un paese che vive nel presente, ma che riporta i segni e finanche le ferite di un passato di guerra – bellissimo il contrasto tra i blocchi di palazzo costruiti durante il periodo socialista e lo squarcio visivo da cui appare parte di una moschea a ribadire la compresenza di storia, religione, politica fuse in unico sguardo – anche dagli occhi di Luna ed Amar si percepisce, insieme all’entusiasmo ed alla voglia di farcela, un’inquietudine, un timore, o forse soltanto lo spettro di un passato doloroso che – per quanto ci si attacchi disperatamente al presente – resta come testimonianza ingombrante della follia umana che in qualsiasi tempo e luogo può giungere improvvisa a scardinare ogni certezza.

Le cose si complicano nel momento in cui Amar incontra un suo ex compagno di plotone – incontro dal quale, attraverso un breve scambio tra i due si introduce narrativamente anche il passato in guerra di Amar ed il dolore per la perdita di suo fratello – ora divenuto un musulmano wahhabita; tempo dopo l’amico, sapendolo senza lavoro, gli proporrà di seguirlo proprio all’interno di una comunità wahhabita, situata sul lago Jablanica, comunità in cui vige il rispetto assoluto dei dogmi religiosi quali: la separazione tra uomini e donne, il divieto di usare i cellulari, il divieto per le donne di mostrarsi in pubblico a viso scoperto o vestite con abiti “occidentali”, la consuetudine di scandire la giornata in preghiere, la visione di un’esistenza che deve essere condotta solo al fine di ingraziarsi la benevolenza di Allah per poter essere accolti in paradiso, evitando di commettere peccato, ove per peccato si intende una lista infinita di comportamenti tra cui bere alcol, fumare, fare sesso prematrimoniale ecc..
Amar accetta di seguire l’amico dando avvio ad un percorso religioso di sempre più stretta osservanza dei dogmi che pian piano lo allontaneranno sempre più da quello principale dell’amore percorso sino a quel momento insieme a Luna.
Come ci tiene a ribadire la regista, in una dichiarazione resa pubblica, il film non è e non vuole essere un film sulla religione o sulla coartazione psicologica messa in atto dalle regole strettamente e rigididamente settarie di alcune comunità, peraltro tipica e riconducibile ad ogni fondamentalismo religioso, ma solo la parabola di una coppia e del loro percorso in comune di coppia che però non può, non riesce a  prescindere dai percorsi individuali di ciascuno dei due, tanto di quelli del passato – le vicende di guerra che hanno segnato entrambi – quanto quelli del futuro come la scoperta del sentimento religioso di Amar ed il desiderio, ma anche la paura e l’assunzione di responsabilità di Luna di divenire madre. Soprattutto, quello che accade ad Amar, lungi dall’essere mostrato ed evidenziato come un cambiamento repentino, sembra essere semmai il risultato e l’espressione di ciò che egli – profondamente, intimamente – aveva probabilmente sempre cercato, forse in risposta ad un vuoto esistenziale percepito come abisso scardinante ogni equilibrio, da colmare e risolvere attraverso le certezze di una verità religiosa servita come àncora cui aggrapparsi; “ero già così, lo sono sempre stato; solo che ora riesco ad esprimermi” – risponde a Luna quando ella gli domanda cosa gli stesse succedendo, non riuscendo più a riconoscere in quell’uomo il compagno di una volta, colui che era sempre pronto  a ridere e a fare l’amore mentre ora si rifiuta di toccarla perché crede sia peccato – a riprova del fatto che nel tempo le persone non cambiano, semplicemente, si rivelano (come dice Laura Dern in Inland Empire di D. Lynch). Non un cambiamento quindi, ma il frutto di una serie di esperienze formative che finiscono col tracciare i percorsi di ognuno e verso i quali si è costretti, bene o male, a rivolgere talvolta indietro lo sguardo perché qualsiasi sia la mèta agognata è sempre da un preciso punto iniziale che siamo partiti ed è da quei primi passi intrapresi che si rende possibile il delinearsi di un percorso anziché di un altro.

È come se Luna ed Amar si fossero incontrati ad un certo punto della loro esistenza, un punto che – per restare nella metafora stradale – chiameremo incrocio e da lì in poi avessero tentato di far convogliare i loro cammini, unendoli, nel tentativo di farne un unico condiviso sentiero, spinti dall’amore reciproco, dal sogno di un futuro insieme; quel loro amore e quel progetto di vita è stata la forza che li ha spinti insieme verso la loro mèta comune, che è quella, semplicemente, dell’esistere, dell’esistenza fine a se stessa. Poi le esperienze pregresse, la mera contingenza degli eventi hanno fatto sì che le loro strade, i loro percorsi, si separassero, pur continuando a mantenere, probabilmente, lo sguardo rivolto nelle medesima direzione. Il sentiero come percorso esistenziale quindi, in mezzo al quale può tavolta capitare di incrociare l’amore, la cui mèta rimane però il sentiero stesso che si sta percorrendo.
È Amar che si è allontanato, che ha svoltato nel bivio sbagliato, o è Luna che non è stata capace di mantenerlo saldo e fermo sulla strada che stavano percorrendo insieme? Non credo sia importante dare dei giudizi sulla scelta di Amar di diventare wahhabita, non è quello che interessava mettere in luce, per sua stessa dichiarazione, alla regista, ciò che importa è rendersi conto di come a volte potrebbe non bastare, non essere sufficiente avere un medesimo obiettivo – un progetto di amore, di formare una famiglia, di avere dei figli, nel caso della coppia in questione – se i percorsi individuali finiscono comunque per condurci per vie traverse, ciascuno per proprio conto, alla mèta. A volte non basta tenersi per mano, semplicemente può accadere che ci si perda, che ci si divida. Perché ognuno, evidentemente, non ha che un sentiero: il proprio.
Vieni da me” – dice Amar a Luna – “no, torna tu da me” – risponde Luna.
Ed ecco perché per assurda e non condivisibile che possa essere stata la scelta di Amar è comunque la sua scelta, il suo percorso. Così come Luna ha la possibilità di intraprendere il proprio, con o senza Amar.
Il Sentiero non è un film sull’amore quindi che vince ad ogni costo; è la storia di due persone distinte, Amar e Luna, che per un certo periodo della loro vita hanno condiviso un percorso, un cammino, e che poi, la casualità degli eventi, ma anche il patrimonio esperienziale che ha plasmato il carattere di ognuno di loro, forse gli indicherà  una diversa strada da seguire, forse non più insieme, forse, chissà, anche per incontrarsi nuovamente e ancora dopo aver percorso per qualche tempo separatamente il loro sentiero individuale.

Rita Ciatti

Scheda del film:
Titolo originale: Na putu – Genere: drammatico – Origine/Anno: Bosnia-Herzegovina, Austria, Germania, Croazia/2009 – Regia:  Jasmila  Žbanić – Sceneggiatura: Jasmila  Žbanić – Interpreti: Zrinka Cvitešić, Leon Lučev, Ermin Bravo,  Mirjana Karanović,  Marija Köhn, Nina Violić, Sebastian Cavazza,  Jasna Ornela Bery, Izudin Bajrović,  Jasna Žalica,  Luna Mijović – Montaggio: Niki Mossböck – Fotografia: Christine A. Maier – Scenografia: Lada Maglajlić & Amir Vuk – Costumi: Lejla Hodžić – Musiche: Brano Jakubović

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