“Il suono del silenzio”: rischi della comunicazione nell’era digitale

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Hanno inventato le parole, gli uomini. Ne hanno avuto bisogno per comunicare, per rendere possibile una vita di relazione, per creare un filo unitario che li vincolasse tutti, avvolgendoli. Poi, però, hanno finito per comprendere la loro intrinseca pericolosità. Allora hanno elaborato sistemi di scrittura alternativi su cui imprimere i loro messaggi, prima tavole, poi papiri, poi carta, non solo per un’esigenza di certezza che, è ovvio, la parola non può garantire, ma perché il linguaggio scritto permette di distanziarsi dalle persone, di non essere costretto a osservare labbra e sguardo per captarne intenzioni e convinzioni. Poi, insoddisfatti della barriera edificata, hanno razionalmente costruito apparecchi elettronici, i quali allontanano ulteriormente gli individui, rendendo sempre più segmentato quel filo originario che la parola orale aveva costituito. Ma qual è, se esiste, lo strumento comunicativo più incisivo?

Ogni forma di comunicazione è sacra: è frutto di esigenze storico-sociali, di premesse culturali, di attitudini umane comunque apprezzabili. Probabilmente, non è una scelta che guida gli uomini a comunicare in un modo piuttosto che in un altro, bensì l’istinto, un incrocio di necessità e propensione. Esistono persone che si comprendono con un semplice sguardo; altre che, pur essendo vicine, hanno bisogno di sancire per iscritto le loro emozioni; altre che, pur essendo lontane, preferiscono immaginarsi, vivere di ricordi piuttosto che di scalfite illusioni. La libertà non è solo poter dire quello che si vuole, ma anche poterlo dire come si vuole. Gridare non è la stessa cosa che sibilare, eppure si può urlare per ragioni diverse, per rabbia o per sgomento, per desiderio o frustrazione. Esiste, però, anche il grido muto, quello soffocato tra le pietre del proprio orgoglio, quello che non riesce a emergere, ma si spegne lentamente, come una candela ormai consumata.

Ogni linguaggio ha i suoi strumenti, la sua potenzialità, ma, certamente, anche i suoi rischi. E se il rischio del linguaggio informatico è quello di privare la comunicazione della veste sensoriale che l’ha sempre contraddistinta, riducendo le parole a mero veicolo informativo e privandole della loro forza dirompente, il pericolo del linguaggio orale è l’eterna incomprensione. La parola espone gli uomini a una costante incertezza, a una consapevolezza mai acquisita, a un concetto che credono di aver fatto proprio e che invece sfugge dai loro canoni interpretativi. Questo problema lo aveva già sottolineato Luigi Pirandello nel suo capolavoro Uno, nessuno e centomila: “ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto”. Già, che colpa ne hanno gli uomini se il linguaggio universale non esiste? Il linguaggio è convenzione, ma ciò che è convenzionale è anche ripetitivo, abituale, schematico. Tuttavia, i tempi mutano, le esigenze cambiano, e il linguaggio, nella sua affannosa ricerca di adattamento, finisce per smarrire il suo contenuto, allontanando gli uomini anziché farli entrare in contatto.

Eppure parlare risponde a una necessità umana, sia spirituale che prettamente pratica. Parlare è dunque inevitabile, altrimenti le persone cadrebbero in un isolamento privo di rimedi, in una solitudine cieca e invadente. Allora qual è la soluzione? Accettare il rischio di una perenne incomprensione affidandosi alle parole o rispedire indietro ogni tentativo di condivisione e di confronto rifiutandosi di aprire la bocca al richiamo altrui? “E’ il solito problema di sempre – avverte José Saramagose non parliamo siamo infelici, e se parliamo non ci comprendiamo”. Secondo lo scrittore portoghese, dunque, la soluzione non esiste. Finché ci serviremo di parole, accetteremo tacitamente il pericolo di non essere compresi e, per questa via, prima inaccettati, poi rifiutati e inascoltati. Nonostante questo, abbiamo comunque bisogno della parola. Per sussurrarci segreti, per suggerirci rimedi, per confidarci incertezze, per chiedere perdono, per confezionare pillole di profonda speranza e fiducia futura. Il giorno in cui gli uomini smetteranno di parlare, sarà quello in cui il processo di integrazione e globalizzazione ormai da tempo avviato, avrà fallito del tutto.

Io credo che il linguaggio – e le parole con cui esso si realizza – non sia soltanto uno strumento di comunicazione, ma anche, e soprattutto, d’espressione. Ci dimentichiamo troppo spesso che parlare non significa necessariamente dire qualcosa agli altri, ma confessare qualcosa a noi stessi, lasciando poi agli altri la possibilità di farne parte. La parola è anche un mezzo d’indagine interiore, di analisi intima e introspettiva: dialogando conosciamo la nostra personalità, impariamo a gestire i nostri impulsi e sorvegliamo ai nostri istinti. Soggiacere con cura le parole è già una grande forma di rispetto, innanzitutto verso noi stessi, ma anche una meditazione costante nei confronti dell’indole altrui.

La storia, però, come visto, ha dimostrato come le varie tipologie di linguaggio si siano evolute nel corso dei secoli. Dai segni fisici ai suoni vocali, dalle parole ai documenti, dalle lettere ai messaggi informatici. Ma il pericolo legato all’incomprensione è sempre vigile e gli uomini, inevitabilmente, sono costretti a confrontarsi con la sua insidiosità. L’unica soluzione possibile, pertanto, potrebbe essere ritornare alle origini, riappropriandosi di sistemi comunicativi che sembravano aver smarrito la loro forza e che invece potrebbero dimostrarsi quanto mai efficaci. In un mondo sempre più dinamico e frenetico, infatti, la parola rischia di essere abusata, mentre lo spirito conserva la sua integrità, la sua naturalità primitiva, potremmo dire. Così, in un mondo che fugge continuamente da se stesso, rifugiarsi in una meditazione intima e autentica, capace di mettere in comunicazione gli uomini senza il ricorso alla parola, appare un segno non di rifiuto, ma di lucida consapevolezza.

Secondo Emil Cioran, il grande filosofo rumeno del XX secolo, “il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l’apparente non comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore”. Dunque la comunicazione come scambio reciproco non di parole, ma di segnali, i quali non si prestano, per loro stessa natura, a una comprensione plurima, ma sono indirizzati esclusivamente a chi è capace di coglierli, di captarne la grandezza, di rilevarne significato e purezza. Sta in questo, forse, la principale sfida dei giorni nostri: riuscire a non perdersi fra i meandri di un universo che si accontenta di messaggi informatici o di sorrisi multimediali, e ripristinare una voce interiore, pacata ma intensa, che accompagni l’agire umano, lo sorregga, lo sospinga, ricordandogli che il sentimento condiviso può modellare sogni e passioni reciproche.

Credo che ogni forma di comunicazione sia ugualmente potente. Ogni uomo, inevitabilmente, riesce a esprimersi in un modo diverso e del tutto personale. La dolcezza di un sorriso, probabilmente, non può essere rintracciata in nessun messaggio vocale; l’efficacia di una parola, allo stesso modo, può superare quella di uno sguardo smarrito e incerto. Ciò che conta è condividere le proprie emozioni, scegliendo il metodo che si ritiene più opportuno. Importante è la sostanza, non la forma. Essere solidali, sentirsi tutti umani allo stesso modo, trasmettere ad altri soggetti idee e bisogni, è necessario e doveroso. Altrimenti, rischiamo di ritrovarci tutti nel mondo auspicato da Simon & Garfunkel nel celebre brano The sound of silence, un mondo privo di contatti reali, in cui “le persone parlano senza comunicare” e “odono senza ascoltare”… E, questo, non è certo un augurio rassicurante.

Lorenzo Di Anselmo

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