Il teatro sociale e l’arte dentro e fuori il carcere

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Delle donne e degli uomini rinchiusi in un carcere difficilmente si parla. E quando si parla di carcere spesso si dimenticano anche tutte le persone,, anche bambini, che soffrono delle condizione dei reclusi. Parlare di carcere lo imporrebbe anche l’esplosione della crisi sanitaria, insieme a tutto il resto, sovraffollamento in primis,. Di questi tempi c’è voluta tutta la forza drammatica di uno sciopero della fame portato avanti per 35 giorni. A metterlo in atto è stata Rita Bernardini, esponente di spicco del Partito radicale e presidente di Nessuno tocchi Caino. A darle una mano concreta c’è stata la staffetta circa 3.500 detenuti, 200 docenti di diritto penale e personaggi di primo piano. Il 22 dicembre scorso Rita Bernardini è riuscita ad incontrare il Presidente del Consiglio al quale ha chiesto provvedimenti immediati sulle carceri in questo momento di emergenza sanitaria.

Proviamo a tenere viva l’attenzione sul mondo delle carceri cambiando angolazione, quella di attività che possono aiutare l’inclusione e dare qualche opportunità per il futuro.
Abbiamo seguito il seminario “Pratiche e arti performative tra carcere e territorio. Inclusione e opportunità” svoltosi lo scorso 18 dicembre [1]. Un vero e proprio convegno ospitato da Pareti ispirate e introdotto e coordinato da Iris Caffelli, responsabile organizzativo ForMattArt.

Il ruolo del teatro, delle arti e in genere delle attività che detenute e detenuti possono svolgere è più di una speranza per il futuro. Cristina Valenti, docente all’Università di Bologna nel suo intervento, “L’età adulta del teatro in carcere“, dopo aver ripercorso la storia del teatro in carcere, dalla sua invenzione negli anni ’60 e ’70 agli anni ’90 quando la Legge Gozzini ne favorì la crescita, ha spiegato che la recidiva si abbassa al 20% in caso di esperienze lavorative rispetto ad una media del 68%/70% e addirittura diventa un 6% per coloro i quali hanno svolto attività artistiche culturali e in particolare di teatro.
In questi anni, nel 50% delle carceri si fa teatro e nel 33% lo si fa da dieci anni almeno. Per gli attori detenuti è stata riconosciuta con l’articolo 21 il loro lavoro anche eventualmente con la paga sindacale e la possibilità, se ci sono i requisiti, di farlo fuori dal carcere. Sono stati costruiti teatri o addirittura edifici come al Beccaria e, a Volterra, si sta lavorando ad un teatro stabile di prossima costruzione.
Come ha detto sempre Valenti siamo in un’età in cui i detenuti non sono “non attori” ma “attori”, pur non avendo avuto una formazione accademica. E gli spettatori sono più preparati, non vanno più in carcere per vedere i “tatuaggi dei detenuti” ma per assistere ad una forma d’arte.

Il convegno ha visto la partecipazione di dirigenti della direzione generale delle politiche della famiglia, genitorialità e pari opportunità della Regione Lombardia, che hanno sottolineato la centralità della programmazione per la tutela delle persone sottoposte a provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria. Centralità tornata a manifestarsi con forza attraverso la legge 25/2017 che ha disposto sostegno ai piani territoriali e alla realizzazione di interventi di rete sul territorio tesi al dialogo e alla collaborazione fra le istituzioni della giustizia penitenziaria, i servizi sociali e socio sanitari, gli enti del terzo settore e l’associazionismo.
I direttori delle carceri di Vigevano, di Opera, di San Vittore che hanno evidenziato come l’attività teatrale, ormai adulta nei loro istituti, si sia dimostrata capace di creare quella distanza da certe logiche criminali, da parte di chi vi ha partecipato all’interno del contesto penitenziario, con effetti tangibili negli anni, in termini di misure alternative e di ricadute sul territorio. Aggiungendo inoltre che, essendo il compito di prendere per mano una persona che ha fallito nella vita propria e accompagnarlo su percorsi virtuosi qualcosa di entusiasmante al punto da far tremare i polsi, il carcere ha bisogno di fare rete essendo composto di relazioni a cominciare da quella tra il detenuto e la struttura penitenziaria fino ad arrivare a quella con l’esterno e soprattutto con le istituzioni.

Su tema della vita fuori e con il fuori dalle mura, Claudio Bernardi, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel suo intervento “Carcere e comunità“, ha sottolineato quanto sia necessario e importante il ruolo della comunità che dovrebbe aprirsi e consentire di andare oltre anche rispetto, ad esempio, alle semplici visite settimanali dei familiari. La comunità non può essere solo spettatore del teatro sociale. Infatti, quando si esprime al meglio durante le feste gli eventi giochi collettivi dovrebbe includere, sospendendo le regole del carcere, le relazioni con i detenuti che partecipano. Come accade, ad esempio a Brescia dove la Festa della Repubblica a Brescia diventa un momento di partecipazione e incontro collettivo tra i detenuti e il resto dei cittadini con i quali si mangia si fa laboratorio, arte stabilendo relazioni. Esplorare per tutto l’anno i momenti collettivi di partecipazione è fondamentale per espandere positività per i detenuti. Organizzare e creare eventi continuativi aiuta la comunità ad accettare e preparare il futuro dopo il carcere per l’inclusione nella normalità.

L’interessante punto sullo stato dell’arte del teatro sociale fatto da Stefano Locatelli professore all’Università La Sapienza di Roma ha messo in luce quanta strada ci sia da fare in questo settore, facendoci tornare con i piedi per terra.
Per quanto siano scarsi i dati a disposizione, si può dire che, come accade per molte altre realtà, ci troviamo di fronte ad un mondo tipico «del lavoro neoliberista: i lavoratori del teatro sociale hanno competenze elevate, spesso istruzione post-laurea, i contratti sono brevi se non casuali, le collaborazioni sono strettamente connesse all’ottenimento di fondi pubblici o privati, le protezioni legislative di welfare sono sostanzialmente assente, i pagamenti possibili in certi casi solo a consuntivo…».
E per il teatro sociale, quindi, anche per quello che lavora nelle carceri e per i detenuti la strada resta dura da percorrere. Secondo Fabrizio Fiaschini professore dell’Università di Pavia l’unica via per ridare ruolo primario al teatro nella cultura e nella comunità bisognerà passare prima per l’accettazione della realtà. La pandemia ha amplificato “radicalmente gli esclusi”; le esclusioni di molte persone ha di fatto provocato una situazione generale di isolamento e di “regressione psicosociale”. Tra tutti gli esclusi, per la prima volta in maniera così evidente, il mondo delle arti e degli artisti diventano parti di questa vasta realtà delle esclusioni. Quindi «se dobbiamo pensare a processi di inclusione da parte dell’arte e degli artisti nel futuro non si può non avviare un’alleanza con tutti gli esclusi perché solo così di potrà essere emancipati tutti. Bisogna uscire da ogni “cornice di referenzialità” degli artisti e dei performer. E poi provare continuamente a creare “forme di vita, possibilità di vita, che di fatto siano inclusive».

carcere detenute
Teatro in carcere.
Collettivo Pele Associação

Il convegno ci ha dato l’opportunità di conoscere le attività in altre nazioni, esperienze di teatro e di performance con detenute e detenuti come quella in Polonia raccontata da Diego Pileggi della Compagnia Giubilo Teatro esperienza dove la situazione è meno rosea di quella italiana per quantità e qualità di lavoro essendo partiti anni dopo.
Maria Joao del collettivo artistico Pele Associação ha portato l’esperienza di due lavori, uno al maschile e l’altro al femminile nelle carceri di Porto in Portogallo. Un passaggio è stato istruttivo e significativo per l’importanza di fare teatro in strutture carcerarie. Lo spettacolo, una metafora dell’essere in prigione, ha richiesto un anno di lavoro per l’allestimento, I trenta detenuti «si sentivano alla fine forti – tutti all’inizio, quando abbiamo iniziato a parlare delle attività che avremmo fatto con loro, non avevano mai sperimentato il teatro nelle loro vite, non avevano mai sperimentato un processo creativo, […]. Dopo il riconoscimento del pubblico, dei media, della televisione per la quale abbiamo fatto un breve documentario. Poiché la performance era un percorso all’interno della prigione l’idea era quello di cambiarla in uno spettacolo teatrale perché anche gli altri detenuti potessero vederlo».  In Portogallo, non è stato possibile far diventare questa esperienza un gruppo di attori per continuare il processo e far diventare lo spettacolo visibile da altri detenuti perché le istituzioni non possono accettare una condizione di tale forza espressiva, di autonomia nel lavoro. Lo stesso direttore del carcere che ha assistito a lavoro solo alla fine quando è stata rappresentato è rimasto spaventato dalla potenza che esprimevano gesti e parole.

In Germania i progetti artistici e i risultati per uomini e donne detenute sono migliori come avuto modo di spiegarci Holger Syrbe della società indipendente aufBruch che lavora con tutte le prigioni di Berlino e lo fa organizzando performance di ogni genere. Non solo ma ci sono interazioni con attori provenienti dall’esterno e agli spettacoli possono assistere spettatori provenienti da ogni dove. Organizzano anche performance e spettacoli all’esterno delle strutture carcerarie. Un realtà che è nata nel 1996 cercando di dare concretezza all’obiettivo  di ridare una vita socialmente responsabile ai detenuti, preparandoli alla libertà. Non è semplice perché a parte tutte le problematiche connesse alle circostanze di un mondo recluso si trovano di fronte a persone che in gran numero sono migranti, hanno un basso livello di istruzione, un’alta percentuale di recidive. La loro organizzazione che ha prodotto più di 90 spettacoli lavora proprio coinvolgendo tutti senza distinzione di razza, cultura, educazione e sostenendo, attraverso l’interazione, l’integrazione anche con l’esterno.

Guido Peparaio

[1] Un convegno realizzato all’interno del progetto “Tecniche di inserimento. Opportunità, responsabilità, diritti. Dalla condivisione di un percorso comune all’autonomia” finanziato da POR FSE 2014-2020 Regione Lombardia e realizzato in partnership con ForMattArt Opera Liquida CIT-Università Cattolica del Sacro Cuore Energheia Impresa Sociale Fondazione Adecco per le Pari Opportunità Fondazione Le Vele

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