Il tifoso, il Napoli, la Juventus e il franco-argentino

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Quando ero ragazzino non comprendevo l’atteggiamento e le cose che diceva mio padre, con gli anni mi accorgo di ripetere e reiterare atteggiamenti, battute ed errori del mio genitore. Mi tornano in mente le battute che ripeteva, in maniera costante, al verificarsi di alcuni eventi; talvolta le ripeto, anche sul luogo di lavoro e devo ammettere che funzionano quasi sempre.
Mio padre era una fanatico del Napoli calcio, lo vedeva come uno degli aspetti caratterizzanti la cultura della città, al pari della tradizione della “canzone napoletana”. Condivido appieno questo assunto: nella nostra città esiste una sola squadra di calcio, i colori sono quelli del cielo e del mare di Napoli, l’identificazione è totale. Eppure, un tifoso così innamorato non frequentava lo stadio. Mi raccontava mirabili partite, soprattutto le azioni di Omar Sivori, “El Cabezón” nei suoi racconti, ma non andava allo stadio. Ricordo ancora il clima quasi religioso nel corso della finale di Coppa Italia tra Napoli e Verona, la gioia finale. Ma papà non andava allo stadio.
Dopo qualche anno incominciai a chiedere di andare allo stadio: lui aveva visto dal vivo quei grandi campioni, volevo provare anche io questa ebbrezza. Peraltro stiamo parlando di un’epoca priva di dirette e pay tv, quindi lo stadio aveva anche il fascino di essere l’unico luogo di osservazione in tempo reale. Ad un certo punto, malvolentieri, fu costretto a portarmici. Cercò di svincolare portandomi a vedere la Nazionale al San Paolo; dopo mia ulteriore pressante insistenza fu costretto a portarmi a vedere il Napoli. Credo di essere riuscito a convincerlo non più di tre volte. Davvero non capivo perché.
Nel 1984, finalmente, il Messia del calcio sceglie noi per rivelare la sua arte, il suo estro, la sua voglia di far vincere i poveri. A quel punto avevo anche l’età per andare da solo allo stadio, ma volevo andare con mio padre. Lui era scettico nei confronti del Pibe e del futuro del nostro club, gli sembrava fosse il solito acquisto mirabolante, come Luis Vinicio, Hasse Jeppson, Omar Sivori, José Altafini, Beppe Savoldi etc. che non portava a nulla.
Allora decisi, stavolta volevo capire: “Papà perché ad un tifoso accanito come te, ad uno che quando la domenica si va a mangiare fuori si ferma in tutti i luoghi dove sente una radiolina accesa per sapere come va la partita del Napoli, non va di andare allo stadio? Tu sei uno che ha avuto per anni l’abbonamento, è andato in trasferta a Ferrara per festeggiare la promozione in serie A del Napoli nella stagione della contemporanea vittoria in Coppa Italia, ma ora non vuoi più andare allo stadio?”. La spiegazione era semplice, la solita storia: l’innamorato deluso e tradito.
Quando il Napoli aveva acquistato Sivori ed Altafini (nei suoi racconti “il Bambinone“) aveva creduto nello scudetto. Per la prima volta nella storia del girone unico eravamo arrivati secondi. Mancava poco ed invece si ruppe tutto in breve tempo: Sivori si ritirò dopo una partita ricca di polemiche, Altafini fu ceduto e finì un sogno. Mio padre era talmente fanatico di Sivori che dalla cessione di Omar gli passò la voglia di andare allo stadio. Anche per questo era scettico nei confronti di Maradona: come poteva portarci un campionato un giocatore che, a suo avviso, non poteva mai essere forte come Omar. Quando riuscì a trascinarlo a vedere giocare “O’ Nennil” anche papà capì di stare ammirando un capolavoro della natura, da quel giorno fu facilissimo convincerlo ad andare allo stadio. Ripetutamente, su sua iniziativa, andammo insieme ad ammirare il più grande giocatore di tutti i tempi che aveva scelto Napoli per esprimere il suo meglio. Manco a dirlo: quando Diego andò via in quel modo terribile mio padre chiuse definitivamente il rapporto con lo stadio. Non provai neanche più a chiedergli di andare insieme.

Dopo il calciomercato di quest’anno ho capito cosa provava mio padre. Il centravanti franco-argentino del Napoli ha deciso di accettare l’offerta della Juventus facendo valere la clausola risolutiva del contratto; la Juventus ha deciso di dimostrare chi fosse il più forte economicamente acquistando i due giocatori più forti delle potenziali, solo tali purtroppo, concorrenti dirette Roma e Napoli; ADL ha gioiosamente subito questa situazione. Ancora una volta la storia calcistica, se ce ne fosse stato bisogno, ci ha ricordato a quale emisfero economico apparteniamo: anche per questo il Napoli è un pezzo della storia della nostra città!
Non voglio esprimere il mio pensiero sul comportamento del franco-argentino o sulla prepotenza della squadra sabauda o sulla incapacità manageriale ad alti livelli di ADL. Tutto questo è stato già studiato e riportato in maniera diffusa. Voglio provare a raccontare la reazione del tifoso napoletano, che suddividerei in tre tipologie:

1.    rabbiosa: per consolarsi il tifoso napoletano addebita tutte le colpe di questo evento alla malafede di ADL. Invita a non dare più un euro ad ADL ed agli sponsor del Napoli, insulta ripetutamente il presidente. Ovviamente è solo una consolazione questa: è di tutta evidenza che il Napoli ha acquisito un guadagno solo apparente ma la perdita di risultato sportivo e di vendita dell’immagine della squadra è incalcolabile. Nessun imprenditore si augurerebbe di ricevere un tale smacco, quindi neanche ADL. L’ha subito proprio perché lui ed i suoi sponsor sono largamente più deboli del sistema imprenditoriale Juventus, ma è una consolazione pensare che tu tifi per una squadra che senza la malafede di ADL sarebbe la più forte. In quale campo Napoli è competitiva imprenditorialmente? Nessuno direi. Torino si è venuta perfino a prendere il Banco di Napoli figuriamoci se non può prendere il franco-argentino;
2.    ironica: il napoletano rispolvera il solito fatalismo ed inizia a sfottere la Juve ed il suo nuovo centravanti. Quindi ecco a Voi le frasi brillanti sui social (tipo prima abbiamo fatto scoprire ai piemontesi il bidet ora gli forniamo anche il cesso, con tanto di foto del franco-argentino), la maglietta bianconera con la panza per sottolineare la tendenza alla pinguedine del capocannoniere delle scorsa serie A etc. Anche in questo si tratta di una consolazione, si utilizza l’ironia per dimenticare un amore deluso;
3.    inconsolabile: questo sono io. Non mi voglio nascondere la verità, siamo più poveri, meno capaci imprenditorialmente e contestualizzati in un luogo in cui è difficile costruire stadi, centri sportivi etc. Abbiamo un presidente più adatto al mondo del cinema, ma non in malafede, così come è sempre stato. Stupidamente abbiamo trasferito su un franco-argentino l’idea che avevamo di Maradona, ci siamo legati alla persona sbagliata, capita spesso. Noi abbiamo perso molto, ma ha perso tantissimo il campionato italiano: togliere alla Roma un giocatore come Miralem Pjanić ed al Napoli il capocannoniere rende meno godibile lo spettacolo. Sembra un film di cui tutti conosciamo già il finale, non c’è pathos. Si perde l’unica dimensione che rende il calcio uno sport unico a tutte le età: l’appartenenza. Non che pensassi che i calciatori moderni siano uomini-bandiera come una volta, ma a tutto c’è un limite. Dal Napoli puoi andare in qualsiasi squadra ti paghi meglio e ti assicuri maggiori opportunità di vittoria, tranne che in una. Non ci vuole molto a sceglierne un’altra, come fece Edinson Cavani. A questo punto ho deciso di lasciar perdere con tutto ciò che porti danaro al sistema calcio e non direttamente ed unicamente alla mia squadra, quindi la prima scelta è quella di disdire qualsiasi forma di abbonamento complessivo al prodotto campionato!

Sarebbe divertente soffermarsi, invece, sulle reazioni dei tifosi juventini, che esprimono la loro appartenenza negando che questa cosa abbia un valore. Ma si sa il calcio, come tutte le emozioni e gli innamoramenti, è fatto per esprimere l’irrazionale: che si divertano!
Vittorio Fresa

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