Il vento di via Pavia. Intervista a Elvira Seminara

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Una strada di Roma, via Pavia; un palazzo, il civico 39/G e i suoi abitanti; una giornata particolare”, il 29 ottobre 2018 con un’allerta meteo in corso; un gruppo di autrici legate al corso di Storytelling di Elvira Seminara; un insieme di racconti che guardano e narrano lo stesso luogo e lo stesso giorno da tanti punti di vista diversi, eppure tutti connessi.

Piccola nota dell’intervistatore in tempo di Covid

elvira seminara il vento di via paviaCon Elvira Seminara, scrittrice e giornalista, – tra le sue opere ricordiamo L’indecenza (Mondadori, 2008); La penultima fine del mondo (Nottetempo, 2013); Atlante degli abiti smessi (Einaudi, 2015) – abbiamo parlato dell’antologia Il vento di via Pavia da lei curata: nove autrici e nove racconti che creano un mondo e uno spazio da indagare, raccontare e far vivere.
Ovviamente anche questa nostra conversazione è avvenuta rigorosamente a distanza fra l’Umbria e la Sicilia, divisi dallo spazio e connessi con le tecnologie moderne; lontani e vicini lungo la penisola e giù fino al mare che unisce e separa le terre, nel suo essere appunto Mediterraneo.

Ho avuto la fortuna di conoscere Elvira Seminara in occasione di qualche incontro dedicato ai libri e alla letteratura e ho potuto osservare anche il suo abbigliamento. E quindi, se non invado sfere troppo personali, ho potuto immaginarla come se si trovasse anche lei in via Pavia, mentre il vento faceva muovere una sua sciarpetta colorata, con un’aria distratta che solo le persone che osservano concentrate i dettagli possono avere. E con lei ho potuto immaginare le nove autrici a caccia di quei dettagli che animano poi i racconti. E, in effetti, mi è sembrato di esserci stato spesso anch’io in quel luogo e di questo devo ringraziare le suggestioni che i racconti mi hanno donato.

Un elenco appena, per tratteggiare una sorta di puzzle con i suoi pezzi che possono incastrarsi l’uno nell’altro o rifiutarsi di combaciare quando i destini divergono.
E nell’elenco non possono mancare le suggestioni che portano chi legge a pensare a La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec, pur nella consapevolezza che i punti di vista sono diversi e l’incastro di altra natura.
Le sembra un riassunto troppo approssimativo?
Sintesi perfetta. A Perec, che giustamente ha stanato dietro le finestre, aggiungo il Calvino dei destini incrociati, e dunque il piano sregolatore che ne è alla base: mi riferisco alla Letteratura potenziale dell’Oulipò, non a caso sposata da entrambi gli autori, e fondata su un vincolo (o più) da rispettare nel racconto.
In questo caso, i vincoli sono: la data, la via, il palazzo e la durata della narrazione. Ogni autrice ha avviato da qui la sua storia.

Voci, suoni, odori, atmosfere, ventose turbolenze, amori sospesi o repressi, attese senza futuro o futuri senza speranza: si varca una soglia e si entra in un mondo popolato da persone, animali, oggetti, vocazioni e tanto altro ancora.
Un condominio come spazio fisico che può generare una sinfonia nell’armonia ritrovata o una confusione nella fuga dei singoli destini.
Un numero civico è anche una soglia, reale e simbolica, che separa il mondo di dentro da quello di fuori: due spazi in cui le regole non sono sempre le stesse e così i ruoli, le amicizie, i rapporti.
Com’è nato quest’affresco a più mani e quale collante ha tenuto insieme i diversi racconti, tutti capaci di essere a un tempo autonomi e interconnessi?
Perché il 29 ottobre con un’allerta meteo e con il vento che può anche servire a rimescolare le carte e portare aria nuova? Insomma come avete scelto un giorno preciso e ben determinato?
Già. Caso o destino? Progetto o naturalezza?
Sul versante della letteratura potenziale, nessun dato di partenza è casuale. Abbiamo scelto ottobre perché è un mese inclinato, di soglia, tra estate e autunno.
Il lunedì si prestava al contrario per la sua natura normativa, e il ventinove era perfetto perché legato all’allerta meteo.
Cosa, meglio di un’allerta, può evocare uno slittamento emotivo, la perdita temporanea di realtà, un brivido fuori dalla rotta? Ecco il quadro più adatto ad accogliere queste figure in fuga, ansiose, smarginate, perturbate. La loro precarietà e quel bisogno di parole, compagnia.

Ognuno, quando legge o ascolta, prova a cercare un filo nelle cose e a metterle in un ordine compatibile con la propria esistenza.
Pavese, nell’Avvertenza dei Dialoghi con Leucò scrive una frase che mi sono sempre portato nella memoria: “Sappiamo che il più sicuro – e più rapido – modo di stupirci è di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto. Un bel momento quest’oggetto ci sembrerà – miracoloso – di non averlo visto mai”. Iniziamo davvero a scoprire il mondo quando proviamo ad assegnare un nome ai luoghi che fissiamo perché sono loro, i luoghi, che ci fissano, ci interrogano, ci chiedono di dire chi siamo per poterli davvero abitare?

È una bellissima suggestione. Pavese cercava ovunque uno sguardo nuovo, ne aveva bisogno per scrivere ma soprattutto per vivere. Lui diceva che “l’unica gioia al mondo è cominciare”, creare o trovare inizi (e indizi) dentro di sé.
Dietro questo libro c’è invece la riscoperta di un quartiere e della sua identità, ancora viva.
All’inizio del nostro corso ho chiesto alle autrici di fare le detective sul posto, tra sopralluoghi, foto e appostamenti in diversi orari.
Siamo partite dal set reale per animarlo con i personaggi, abbiamo scelto il palazzo di via Pavia, e poi ho chiesto loro: com’è il manto stradale, ci sono aiuole, panchine, lampioni in questo tratto? E fra le piante, quali fioriscono o seccano in ottobre?
Se ne scrivi a marzo, com’è successo a noi, devi documentarti.
Poi abbiamo cercato su Google le temperature di quel fatale 29 ottobre, e le oscillazioni di vento, sole e pioggia presenti nelle storie a seconda del momento scelto. Come Carver sono convinta che solo con l’esercizio di sguardo e l’osservazione del dettaglio nasce una storia autentica, e – soprattutto – si nutre la scrittura e affina la tecnica. È così che la prospettiva si sposta, beneficamente, dalle proprie viscere alle forme del mondo. L’egofilia è la malattia infantile dello scrittore, e la rischiamo tutti, sempre.

I racconti, come tante parti di un unico romanzo, sono lì nella disponibilità del lettore. Mi piacerebbe invece sapere, dal suo punto di vista, il valore che può dare a questa esperienza e a questa costruzione di uno spazio comune per raccontare.
Secondo me la scrittura è nobilissimo artigianato. Quando hai in testa il soggetto, monti il testo con le parole: le collochi e assembli, sposti; limi e smussi per incastrare, spezzi e incolli. Lucidi, spolveri, rifinisci.
Perché le parole, oltre il senso, hanno corpo, misura, suono – cioè altri aspetti che aggiungono senso. Poi, quando a fine scrittura il testo è asciutto (i vocaboli devono asciugare, respirare) procedi con altri piccoli tagli, levighi. E’ un lavoro di pialla, sega, colla, vernice e carta vetrata.
È così, anche, che questi corsi diventano cantieri – animatissimi. E soprattutto in questo romanzo a più voci, dove ogni racconto doveva adeguarsi via via a quelli degli altri, procedendo per incastri, richiami, rintocchi, e naturalmente modifiche o cancellazioni – come in un gioco a squadra, e anche questo è un bene. Nell’Oulipò anche la componente ludica è importante. Alla fine hai davvero la sensazione, fra lo stupore e la nostalgia, di aver aggiunto e donato altre vite alla vita. Altre case, e strade, al paesaggio urbano. Ma questo non avviene grazie al nostro libro, questo è il prodigio, e vizio, della letteratura.

Ancora una domanda. Per chiudere, si direbbe. Anche se, in effetti, dovrebbe servire ad aprire un discorso e una riflessione. Un’antologia di tutte autrici. Non dica che questo è un caso?
No, ha ragione, non è mai un caso, anche nel caos. Sono le donne al 90 per 100 che frequentano i corsi di scrittura, gli incontri in libreria e le biblioteche; e sono donne il 70 per cento della fascia di lettori italiani.
Sempre più sono le autrici pubblicate, anche se i (rari) lettori preferiscono i libri scritti da uomini, con qualche eccezione per le gialliste. Sempre più, anche, le donne che lavorano nell’editoria ma – attenzione – soprattutto negli uffici stampa e come editor, e non nella direzione. Come minoritarie, grottescamente, risultano ancora nelle pagine culturali sui vari media. Ma è un bilancio tutto in movimento, questo è il tempo dello spillover, in tutti i sensi. Cioè sconfinamento. Debordamento che spiazza, riconfigura. E le donne, per natura, sono trasformative. Amano il Vento, appunto.
Antonio Fresa

Il vento di via Pavia
A cura di Elvira Seminara
L’Erudita, 2020
Pagine 92; € 16,00

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