Impariamo a fare tutti i giorni ginnastica di sostenibilità

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Di recente alcuni termini sono diventati di uso frequentissimo, addirittura vitale (in senso esistenziale). Uno di questi è l’aggettivo sostenibile, che ha il suo corrispondente sostantivo nella cosiddetta sostenibilità. Un concetto di stato che sta diventando sempre più una pratica indispensabile in tutte le nostre grandi e medie azioni, che ancora poco coinvolgono i comportamenti personali (piccole azioni).
Il loro uso è derivato dalla paura e, quindi, dalla necessità di preservare l’intero pianeta da una catastrofe anticipata, probabilmente anche a causa dell’uso sconsiderato delle risorse che Madre terra ci ha donato e che noi abbiamo ritenuto infinitamente inesauribili.

Il termine “sostenibile/sostenibilità” sembra così superare le recenti mode delle definizioni tecnico-ambientali-urbanistiche, che negli ultimi tempi si sono moltiplicate oltre misura, nel tentativo di superare l’impasse di un’ Urbanistica rinveniente dalla computistica razionalista e renderla più flessibile rispetto alle questioni urbano-territoriali contemporanee, in continua e spasmodica evoluzione. In tal senso sembra comparabile l’altro termine, rigenerazione, entrato nella moda comune dell’infinito ambito degli strumenti urbanistici innovativi, che tali in effetti non sono, sperando che solo il verbo rigenerare possa fare il miracolo di resuscitare l’Urbanistica defunta.

Rigenerazione, del resto, è il contraltare parallelo della sostenibilità, intesa come ciclo bio o eco vitale. I due fatti sono strettamente collegati.
Il concetto di sostenibilità è nato come una prima esigenza di fondo contro l’inquinamento prima localizzato, urbano, poi come panico globale eco-planetario, in forte sbilanciamento tra i consumi globali della popolazione in crescita esponenziale (non senza divaricazioni continentali) e le risorse disponibili, che si sono rilevate esauribili.
Soprattutto gli inquinamenti pesanti dell’incessante e mal controllato processo industriale mondiale, hanno accelerato notevolmente, se non prodotto, come alcuni sostengono, il degrado planetario. Le risposte globali sono state date attraverso Trattati mondiali, che temporizzano soltanto i nuovi comportamenti totali, verso improbabili ritorni ad opposti cicli produttivi di ricambio sostenibile. Peccato che recenti avvicendamenti politici di grande scala mondiale (Trump), in ragione di una necessaria ripresa dello sviluppo endogeno (autarchico?) rimettano in discussione gli impegni eco-mondiali, ritornando a consumi non rigenerabili.

Anche sulla insensata considerazione che la sostenibilità è comunque un’utopia. Ammesso che sia così, senza variabile tempo, cioè accelerando.
La questione è, quindi, diventata generazionale, nel senso che le generazioni presenti si sono rese conto di aver egoisticamente consumato tutti i beni destinati ai figli e nipoti (padri insensibili della modernità vorace).
Le prove macroscopiche di questo fenomeno di degenerazione totale stanno soprattutto nel cambiamento climatico e nel degrado ambientale planetario, con cataclismi che precedentemente erano solo ragionevoli eccezioni di un pianeta comunque dinamico, evolutivo.
È arrivato così il panico globale, che si è trasformato in tante particolarizzazioni ambientali, più o meno vaste, ribaltando il concetto nel nuovo paradigma che le parti concorrono a formare il tutto e il tutto è condizionato dalle parti.
Una battaglia avviata dal basso e, solo dopo, a tutto campo, misurando i particolari sensori ambientali locali, con un egoismo locale, pensando al proprio bunker, dove rifugiarsi quando tutto e tutti gli altri vanno in malora.
In questo caso molti sono alla ricerca degli effetti di degrado circoscritto, solo sorprendendosi degli eventi più macroscopici, come se fosse un problema di altri, e che mai debbano toccare a noi.
Allora viene fuori che la sostenibilità globale, per essere davvero perseguita, deve saltare le fasi specialistiche, e affrontare il nodo culturale di base, cioè la cultura che ci costruiamo ogni giorno, stando insieme e vivendo con gli altri, allargando sempre i Gruppi. Diversamente finiremmo per cadere nel tranello della cultura elitaria.
Possiamo anche provare a ricostruire i nostri piccoli comportamenti (sostenibili) allargandoli ad una specie di gioco di società, dove i piccoli circuiti di casa, di quartiere e/o dei bilanci sostenibili locali, guardano a più ampie relazioni di sussidiarietà inter-territoriali (finalmente questo termine riacquista il suo vero significato).
Sembra come alludere al sistema delle Reti urbane e/o alle Reti delle Reti, che oggi sono tanto in voga, ma queste, come noto, hanno un prevalente significato specifico, interno al tema dello sviluppo globale allargato, senza certezza di sostenibilità. Globale è sostenibile.
Con le Reti note e le Reti delle Reti di qualsiasi tipo e scala andiamo fuori giro.

L’estensione della cultura della sostenibilità, è qualcosa di più profondo, che avvicina anche quando siamo lontani e che ci salverà dal cataclisma. Quello che si sta annunciando come una catena di eventi sempre più manifesti.
La cultura della sostenibilità allargata deve allora combattere i territori disarticolati, i confini, le integrazioni imperfette, a qualsiasi livello, anche quello delle grandi migrazioni. Soprattutto l’illusione di poter combattere battaglie ideologiche parallele. La moltiplicazione di tante sostenibilità uccide la grande sostenibilità.
Che è molto simile e forse sta dentro all’entropia universale. Lo stato di energia superiore si trasferisce in un sol verso nella direzione di quella inferiore e in direzione di un equilibrio sempre più statico. In questo fenomeno anche il tempo è unidirezionale. È possibile rallentarlo, fermarlo?
I nostri piccoli atti di sostenibilità ci illudiamo che possano essere fermati all’interno dei loro bilanci a zero, ma sono solo singole cellule, che entrano in contatto con altre, in circuiti sempre più ampi. Dobbiamo sperare che basti raggiungere equilibri di sostenibilità sempre più grande, e così via, fino ad arrivare alla dimensione ultima planetaria (utopia di primo grado). Abbiamo così risolto la sostenibilità globale? Ma esisteranno utopie di grado ancora superiore, quelle interplanetarie, interstellari, universali. L’entropia universale aumenta inesorabilmente, come sappiamo, fino al freddo assoluto, dove non esiste più nulla.
È una visione pessimistica estrema della fine del mondo e dell’universo, che dentro di noi percepiamo, e che trasferita alla nostra difesa del pianeta in crisi ci porta a incolparci di tutto il degrado, verso cui stiamo andando. Ma è invece un fenomeno globale inesorabile. La nostra colpa sta, forse, nell’accelerazione del fenomeno planetario. Stiamo incidendo su parametro tempo e non sulla consistenza di fenomeni che comunque devono avvenire in un sol verso.
E c’è chi spera nella ricerca di nuovi mondi vivibili, di nuove tecnologie, e giocando sulla velocità e, quindi, pur sempre sul parametro tempo, potremo raggiungerli e ricominciare daccapo.
Ma l’entropia procede. La soluzione difficile, allora, si ripropone, in termini di ulteriori consumi non riproducibili. La sostenibilità diventa anch’essa un concetto unidirezionale non riproducibile.
Anche qui, però possiamo intervenire sul parametro tempo.
Abbandoniamo l’idea di poter riprodurre tanti circuiti a bilancio zero, a dimensione crescente, e impegnamoci a rallentare i fenomeni stessi.
Nasce il concetto della sostenibilità temporale, che non elimina, ma allontana i mali.
Nel frattempo applichiamo i piccoli cerchi di sostenibilità, mantenendoci nelle applicazioni a compensazione zero. Tipo i bilanci familiari, che, mese dopo mese devono quadrare. Rispettando l’ambiente, anzi, dando il nostro contributo perché si rigeneri.
Cominciamo a pensare e ragionare in modo diverso. Un nuovo pensiero sostenibile.
Come il nostro organismo che cresce e si rigenera, anche se sappiamo che la vecchiaia non possiamo fermarla. Però possiamo rallentarla. Soprattutto nel pensiero.
Allora facciamo ginnastica sostenibile. Comunque avremo la sensazione di combattere contro il tempo, che, forse, è il peggior nemico invisibile. Alla maniera di Einstein, che ci aveva convinto di poter piegare il tempo. Ed anche tornare indietro (?)
Eustacchio Franco Antonucci

Bibliografia navigante
Crescita sostenibile ed entropia – reteconomy.it
Andrea Bizzocchi, L’energia, la termodinamica, la mela, andreabizzocchi.it
Conservazione della natura, e sviluppo sostenibile – campus.unibo.it

In copertina: Abruzzo, Ruscello della Camosciara – foto Emidio Maria Di Loreto

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