L’inconsistenza dell’accordo sull’imposta minima globale sui profitti

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Storico. È l’aggettivo che qualche giorno fa ricorreva sulle pagine di molti quotidiani e riviste mondiali riferito all’accordo fiscale per un’imposta minima globale sui profitti delle aziende. e siglato in seno all’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).
Ma di storico quell’accordo ha veramente poco e spiegheremo, a nostro parere, il perché dopo averne delineato brevemente motivazioni e contenuti.

Motivazioni
Da molti anni si tenta, mai con la serietà e la forza necessarie, di porre fine alla pratica di molte aziende, multinazionali e non, di spostare le proprie sedi nei paesi dove le aliquote di tassazione dei profitti sono basse, anche molto basse. Una concorrenza al ribasso tra nazioni.
È evidente che vengono sottratte quote significative dai bilanci degli stati e quindi dalle attività che questi svolgono per i cittadini. Inoltre siamo di fronte ad una sperequazione fiscale che aggrava le disuguaglianze nelle società. Ricordiamo che da anni la forbice tra ricchi e poveri si è ulteriormente allagata. E la pandemia ha fatto il resto.
L’imposta minima globale dovrebbe aiutare a mettere fine a queste distorsioni.
Come funzionerà
L’accordo è stato siglato tra 136 paesi su 140 quelli che sono nel G20, nell’UE e nell’OCSE. Ha firmato, tra le altre nazioni, anche la riottosa Irlanda, sede privilegiata delle multinazionali in Europa, che da sempre si opponeva. L’OCSE ha spiegato che mancano ancora le firme di altre quattro nazioni: Kenya, Nigeria, Pakistan e Sri Lanka.
Due i pilastri della nuova tassa minima globale: il primo obbliga le multinazionali con più di 20 miliardi di dollari di fatturato e una redditività sopra il 10% a pagare più tasse nei Paesi in cui generano i ricavi; il secondo è l’aliquota minima e cioè il 15%.
L’applicazione del nuovo modello impositivo avverrà dal 2023.
A dire dell’OCSE, con la nuova aliquota entrerebbero, 150 miliardi di dollari l’anno in più nei bilanci statali e il meccanismo di redistribuzione dei profitti riguarderebbero 125 miliardi di dollari di profitti tassabili nei Paesi in cui le grandi società generano entrate ma hanno una limitata presenza fisica.

Cosa (non) c’è di storico
Di storico c’è solo il fatto che per la prima volta si stabilisce un’imposta con un’aliquota minima. Per il resto è un accordo che sul fronte dell’aliquota è al ribasso. Infatti la soglia del 15% è ben al di sotto di un’aliquota dell’imposta sulle società che si aggira in media intorno al 23,5% nei paesi industrializzati. Come riporta OXFAM, è molto al di sotto di quanto raccomandato dal “comitato delle Nazioni Unite per la responsabilità finanziaria, la trasparenza e l’integrità (FACTI) fatta all’inizio di quest’anno, che richiedeva un’imposta globale sugli utili del 20-30%. La Commissione Indipendente per la Riforma della Tassazione Internazionale delle Società (ICRICT) ha chiesto l’applicazione di una tassa minima globale del 25%”.
Sempre OXFAM spiega che “sulla base delle proposte attuali, si stima che interesserà solo 69 multinazionali e si applicherebbe solo a “super profitti” superiori al 10%. Le scappatoie potrebbero lasciare fuori dai guai Amazon e giurisdizioni di segretezza “onshore” come la City di Londra. Sono esclusi dall’accordo estrattivi e servizi finanziari regolamentati. […] 52 paesi in via di sviluppo riceverebbero circa lo 0,025% del loro PIL collettivo in entrate fiscali aggiuntive annuali dalla proposta Pilastro Uno […] I paesi in via di sviluppo dipendono maggiormente dall’imposta sulle società. Nel 2018, i paesi africani hanno raccolto il 19% delle loro entrate complessive dall’imposta sulle società, rispetto a solo il 10% delle nazioni dell’OCSE”.

Susana Ruiz, responsabile della politica fiscale di OXFAM, ha dichiarato: “L’accordo fiscale di oggi doveva porre fine ai paradisi fiscali. Invece è stato scritto da loro. Questo accordo è una capitolazione vergognosa e pericolosa al modello a bassa tassazione di nazioni come l’Irlanda. È una presa in giro dell’equità che priva i paesi in via di sviluppo devastati dalla pandemia di entrate assolutamente necessarie per ospedali e insegnanti e posti di lavoro migliori” [1].

E se ciò non bastasse per questo accordo bisogna tener conto che ci sono nazioni che stanno chiedendo esenzioni almeno parziali dalla tassazione minima per certe attività. In più diversi aspetti della tassazione di una parte dei profitti da tassare nello Stato in cui operano le multinazionali devono essere chiariti.
Un’ultima questione: siamo sicuri che a Washington andrà tutto liscio su questo “storico” accordo visto che un gruppo di senatori repubblicani degli Stati Uniti ha inviato una lettera al segretario al Tesoro Janet Yellen, entusiasta anche lei dell’accordo stesso, dicendo di avere serie preoccupazioni?
Pasquale Esposito

[1] OECD tax deal is a mockery of fairness: Oxfam, 8 ottobre 2021

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