In Algeria alle elezioni gli islamici non avanzano e l’Fln rinsalda la sua forza

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Alla vigilia del voto del 10 maggio scorso Abdelaziz Bouteflika presidente algerino dal 1999 ha dichiarato: <<la mia generazione ha fatto il suo tempo>>. Intanto dei 462 seggi dell’Assemblea popolare nazionale algerina ben 220 sono stati conquistati dal partito del presidente il Fronte di liberazione nazionale (Fln). Al secondo posto il Raggruppamento nazionale democratico (RND), imparentato con il primo e partito del primo ministro, se ne vede assegnati 68 e l’Alleanza dell’Algeria verde (AAV) coalizione di partiti di derivazione islamica. In quarta posizione troviamo il Fronte delle forze socialiste (Ffs) che aveva sempre rifiutato la partecipazione ad elezioni finte con 21 deputati , seguito dal Partito dei lavoratori (20).

È difficile dare un significato a quelle dichiarazioni in un paese dove la classe al potere non ha di fatto concesso molto dai tempi dell’indipendenza. Forse l’ennesimo invito ad andare a votare perché da questo momento in poi ci potrebbero essere dei cambiamenti? O per la preoccupazione dell’avanzata islamica come in Tunisia ed Egitto? Come la maggioranza degli algerini, è difficile crederlo senza atti concreti e diffusi nel sistema paese. Del resto l’Algeria è la nazione meno coinvolta, diciamo pure assente dal movimento della primavera araba. Non che non ci avessero provato, anzi già nel lontano 1988 rivolte generalizzate con quasi mille morti e arresti di massa costrinsero il partito unico Fln ad aggiornare la costituzione aprendo uno spiraglio alla democrazia ma la vittoria del Fronte Islamico di Salvezza (FIS) portò all’intervento militare e all’inizio della tragedia nazionale: la guerra civile.

L’apertura che ha consentito queste votazioni comunque contiene restrizioni che sarebbe difficile accettare in un sistema elettorale democratico. Ad esempio una legge impedisce <<la partecipazione politica agli ex membri del FIS, e impedisce a chiunque sia “responsabile di aver manipolato la religione orientando la tragedia nazionale” di presentarsi alle elezioni parlamentari, legislative o presidenziali >> [1]. I sindacati autonomi e l’opposizione che sociale, quella che che scende e protesta per strada hanno contestato la validità di queste elezioni durante tutta la campagna elettorale.

Nonostante la totale disaffezione della popolazione i 21 milioni di aventi diritto si sono trovati di fronte 44 partiti di cui 7 islamisti che alla vigilia si dichiaravano vincenti e alla dichiarazione dei risultati hanno protestato per brogli e frodi in vari seggi. Ma il capo della delelgazione dell’Unione europea Jose Ignacio Salafranca ha spiegato che la tornata elettorale si è svolta <<condizioni globalmente soddisfacenti, salvo piccoli incidenti molto limitati>>. La percentuale dei votanti è stata superiore alle attese e alle precedenti legislative del 2007: oltre il 42% contro il 37% circa. Un risultato in linea con quanto accade negli altri paesi dell’area: alle legislative marocchine del novembre 2011 45,4%, mentre alla costituente tunisina del 23 ottobre furono poco meno del 49%. A conferma della disaffezione delle popolazioni arabe per uno strumento da sempre ingessato dal potere in carica.

Quella minoranza che ha partecipato ha votato in massa i partiti al comando nonostante l’Algeria sia un paese con povertà diffusa, un tasso di disoccupazione altissimo, assistenza sociale  marginale, elevata sperequazione nella distribuzione della ricchezza e una corruzione diffusa. La stabilità? I ricordi di una sanguinosa Guerra civile o  la confusione che regna in Egitto o in Libia? O più semplicemente un po’ di aumenti e risorse distribuite grazie agli introiti petroliferi? Intanto in attesa delle elezioni presidenziali del 2014 vale la pena sottolineare un risultato tutto algerino e cioè che 145 scranni dell’Assemblea saranno occupati da donne come previsto dalla nuova legge.

Pasquale Esposito

[1] Karina Piser, “Una seconda chance per gli islamici d’Algeria”, www.medarabnews.com, 24  marzo 2012

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