In America Latina l’Alleanza del Pacifico accelera la rottura degli equilibri economico-politici

America Latina Perù
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L’Asia e la Cina in particolare, sono da tempo il nuovo eldorado per le economie di mezzo mondo. E l’America Latina non è immune da questa attrazione con la speranza che non diventi fatale.
A Calì, in Colombia, il 23 maggio si è chiuso il VII vertice dell’Alleanza del Pacifico [Ap] che comprende Messico, Colombia, Perù e Cile. L’Ap nasceva ufficialmente, dopo un lungo percorso, nel giugno del 2012 su iniziativa dell’allora presidente del Perú Alan García Pérez con l’obiettivo di integrare le economie regionali e rendere libera la circolazione di beni, servizi, capitali e persone.

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Guatemala, Tikal. Foto Claudio Fiore

L’Alleanza ha portato alla creazione di un fondo di cooperazione, all’abolizione dei visti turistici tra i paesi membri, alla condivisione di alcune sedi diplomatiche, all’integrazione delle Borse valori e alla riduzione dei dazi sulla gran parte delle merci. Inoltre tra i membri è cominciato l’iter che dovrà portare alla formazione di un Parlamento comune.
È un insieme che per le sue dimensioni potrebbe riuscire non solo nel suo intento “formale” di un’area comune, ma anche essere in grado di rimescolare gli equilibri di potere e di influenze nel continente dove il Brasile continua a svolgere un ruolo di primo piano.
Sono paesi rimasti, sia pur in misura diversa, nella sfera politica ed economica degli USA e quindi ben distanti e, probabilmente concorrenti, del progetto dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli d’America (Alba). La morte di Chavez con la sua straordinaria leadership e il sostegno, anche economico alla causa, sono un altro elemento, nemmeno marginale, di cui bisognerà tener conto.
L’Ap sarà in contrapposizione anche con il Mercato Comune del Sud (Mercosur) di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay (sospeso in questo momento), Uruguay, Venezuela e Bolivia.

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Perù, Cuzco. Foto Maurizio Stanziano

Un’iniziativa che pare consolidare un processo che vede l’America Latina sempre meno come un continente dai tratti unificanti e sempre più un insieme di «“Americhe”: Messico e America Centrale più legate agli Usa e caratterizzate da società più violente e destrutturate a causa di droga, violenza e emigrazione; i paesi sulla costa pacifica che tendono ad approfittare meglio delle opportunità della macro–regione che si affaccia su quell’oceano (nel caso della Colombia, questo fattore potrebbe facilitare la perdita di peso degli interessi narco e il conseguente superamento definitivo del conflitto con le FARC); un Brasile che vede compiersi il suo sogno d’essere non il leader dell’America Latina ma piuttosto un paese dalla statura globale; un’Argentina che ha recuperato molte posizioni rispetto al decennio perduto prima dei Kirchner, ma che non ha ancora risolto alcuni problemi–chiave del proprio sistema politico» [1].
Va anche detto che da questo spostamento di poteri e alleanze con i conseguenti  interessi il paese che potrebbe «rimanere intrappolato è, paradossalmente, il Brasile. La prima economia latinoamericana ha abbandonato, con Dilma, il protagonismo internazionale dei tempi di Lula e si è concentrata sul suo giardino di casa – un giardino abbastanza ampio, dato che comprende tutti i paesi sudamericani tranne Ecuador e Cile. Ultimamente, Brasilia si è occupata della stabilità del Venezuela (legittimando la contestata vittoria di Maduro) e dei non facili rapporti commerciali con l’Argentina. Rafforzarsi là dove è già più forte, cioè nel Mercosur, servirà poco al gigante lusofono se come previsto la crescita economica in questo secolo proverrà dall’Asia. Anche il protezionismo – utile nelle fasi iniziali di sviluppo di un settore industriale – nel lungo periodo è insostenibile: non favorisce la competitività e la crescita delle aziende nazionali, aumenta il prezzo dei prodotti e spaventa gli investitori internazionali» [2].

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Colombia, Bogotà. Foto Gianluca Stamerra

Fuori dal continente è l’Europa che deve guardare con attenzione e diplomaticamente fronteggiare questi sviluppi verso il Pacifico. Le nazione dell’Unione Europea investono in America Latina il doppio di quanto fanno in tutta l’Asia e, soprattutto in un periodo di crisi prolungata non ci si può permettere di perdere mercati fondamentali. Un caso particolare potrebbe essere la Spagna che utilizzerebbe L’Alleanza per aumentare la propria presenza in aree di straordinario sviluppo ed infatti il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy è stato l’unico europeo ad assistere ai lavori essendo Il paese iberico riconosciuto come “osservatore”.

Per tornare all’importanza di questa Alleanza va sottolineato che i paesi membri rappresentano il 36% della popolazione dell’America Latina per un totale di oltre 200 milioni di abitanti, il 35% del Pil e più del 50% delle esportazioni regionali. E questo spiega anche la presenza, in qualità di osservatori, oltre alla Spagna di Costa Rica (a breve membro del blocco), Panama, Canada, Guatemala, Uruguay, Nuova Zelanda, Australia e Giappone. Inoltre a Calì altri sette paesi hanno ottenuto lo status di osservatore: Ecuador, El Salvador, Francia, Honduras, Paraguay, Portogallo e Repubblica Dominicana.
Pasquale Esposito

[1] Stefano Gatto,  “Il 2013 dell’America Latina”, www.lospaziodellapolitica.com, 6 febbraio 2013
[2] Niccolò Locatelli, “L’Alleanza del Pacifico e la vera frattura in America Latina”, temi.repubblica.it/limes, 24 maggio 2013

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