In Cina la bolla speculativa non si sgonfia

Cina
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Nel precedente articolo che faceva il punto sulla bolla speculativa delle borse cinesi avevo scritto che le risposte messe in campo dal Governo non avrebbero necessariamente arrestato l’andamento schizofrenico dei mercati perché dietro ci sono anche cause strutturali [1]. In effetti siamo ancora sulle montagne russe. Dopo tre settimane di andamenti “normali”, le piazze di Shanghai e Shenzhen hanno registrato lo scorso 27 luglio un altro crollo, in particolare per la prima che vedeva il peggior calo dal 2007.

Il casus belli è stato il calo dei profitti industriali e la pessima performance dell’indice pmi manifatturiero che insieme farebbero temere o confermerebbero per alcuni analisti il rischio di un rallentamento dell’economia in Cina. Il calo delle borse ha rimbalzato a Tokyo e nelle borse del Vecchio Continente.

Gli interventi, dal blocco delle vendite, alla sospensione delle quotazioni, ad una sorta di “quantitative easing” fino alle misure repressive potrebbero, come detto dagli analisti di Capital Economics, non tener conto pure del fatto che «la lezione da ultima bolla azionaria in Cina è che, una volta che le aspettative si sono inquinate, gli interventi politici volti a puntellare i prezzi hanno solo un effetto di breve durata» [2]. E stando sempre agli aspetti più puramente finanziari ci sono dubbi anche sulla tenuta nel tempo degli interventi delle autorità come quelli della Banca centrale cinese che immetterà 50 miliardi di yuan (circa 7,27 miliardi di euro) nel mercato monetario.

Secondo The Economist c’è anche un fattore demografico che ha pesato notevolmente sulla crisi. Una gran quantità di giovani hanno pensato di trovare una “scorciatoia per la ricchezza”, con tutto il carico della loro inesperienza, negli investimenti finanziari in particolare da quando il mercato aveva accelerato. Infatti «nel primo trimestre del 2015 (dati relativi al secondo trimestre non sono stati pubblicati), il 62% degli 8 milioni di nuovi conti per il trading sono stati aperti da persone nate dopo il 1980» [3].

Indubbiamente il fatto che molte decine di milioni di risparmiatori siano invischiate nelle sabbie mobili di quotazioni azionarie ben lontane dai livelli degli acquisti, con perdite che impatteranno sulle economie familiari, ha spinto il governo ad intervenire nel tentativo di arginare le perdite. Ma se la leadership del Partito Comunista non rimuove le cause strutturali sarà difficile evitare, se non una crisi, un forte rallentamento dell’economia di Pechino.  Secondo Gwynne Dyer «quest’ultima serie di misure rientra in una tendenza che risale alla crisi globale delle banche nel 2008, quando la Cina fu l’unico grande paese a evitare la recessione inondando l’economia di denaro a buon mercato. Poche persone persero il lavoro, ma il boom di investimenti artificiali generò una bolla nel mercato immobiliare che ora sta cominciando a sgonfiarsi: milioni di case sono vuote e milioni di mutui hanno un valore inferiore a quello nominale. Prima o poi questo gioco finirà male. Il rischio è che in Cina succeda come in Giappone, che, dopo trent’anni di sviluppo vertiginoso, alla fine degli anni ottanta si era ritrovato con una crescita del 2 per cento (o anche inferiore) e una stagnazione che dura ormai da un quarto di secolo. Guarda caso, oggi la Cina è al trentesimo anno di crescita, e il suo governo sta facendo esattamente quello che fece il governo giapponese prima del crollo» [4].
L’economia cinese è troppo sbilanciata verso l’export e non può mantenere ritmi di crescita se non sostiene la domanda interna, ma questa ha bisogno, per crescere, di intervenire sulle disuguaglianze molto diffuse tra la popolazione cinese che non può contare su un sistema sociale che gli dia alcune certezze sulla vita quotidiana. Certezze che molte famiglie hanno provato a cercare nel mercato azionario «così, nella Cina in cui tutto si tiene, l’andamento delle Borse e una migliore redistribuzione della ricchezza sono strettamente collegati: dai più eguaglianza sostanziale e ci sarà meno ansia di speculare» [5].
Sul fronte industriale bisognerà anche intervenire, come spiega sempre Corvetti, sull’efficienza perché fin dal 2002 la Produttività totale dei fattori (Ptf) [6], un indice di rendimento degli investimenti, continua a calare ininterrottamente, segno che la tecnologia potrebbe non essere al passo con i tempi o che non si è in grado di applicarla.
E se inizia a rallentare seriamente l’economia a Pechino il resto del mondo avrà di cui temere.
Pasquale Esposito

[1] Pasquale Esposito, “Appunti sulla bolla speculativa in Cina”, www.mentinfuga.com, 13 luglio 2015
[2] “China stock market hit by biggest one-day fall since 2007”, www.theguardian.co.uk, 27 luglio 2015
[3] “Why bull calves and bear cubs are responsible for China’s crazy share prices”, www.economist.com, 27 luglio 2015
[4] Gwynne Dyer, “Perché il crollo delle borse fa paura alla Cina”, www.internazionale.it, 20 luglio 2015. Traduzione di Giusy Muzzopappa
[5] Ernesto Corvetti, “Cina, l’eccessiva disparità sociale agita le Borse”, www.lettera43.it, 28 Luglio 2015
[6] Ernesto Corvetti, ibidem

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