In difesa del lupo: gli ibridi e l’identità genetica del lupo. III

lupo geneticamente modificato
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Negli anni passati è stata accertata l’importanza del lupo come regolatore dell’ecosistema ed in particolare del numero delle sue prede ma anche di valorizzatore turistico. La conseguenza fu l’adozione di provvedimenti che non hanno lasciato la specie a rischio estinzione. Un nuovo allarme però insiste sul futuro del canis lupus italicus: la contaminazione genetica ed il problema degli ibridi.

lupo maschio e femmina ibrido
La strana coppia: femmina di lupo con maschio con caratteri fenotipici da ibrido. Valle dell’Orta Parco nazionale della Majella. Foto Sergio D’Ambrosio

Intanto è bene dire che, al solito, questo si è generato per inadeguatezza degli umani a trattare l’ambiente. Nel caso specifico la causa è del numero di esemplari di canis lupus familiaris, i cani, che numerosi risultano abbandonati. Sono i cani randagi, inselvatichiti, o di quelli vaganti presenti nei nostri territori in simultanea con i lupi. Occorre chiarire che i cani vaganti sono cani padronali, gestiti però in modo sconsiderato ed irresponsabilmente idiota, direi perché lasciati scorazzare come vogliono in modo libero sia di giorno che di notte. Gli individui inselvatichiti invece sono cani che, abbandonati dagli umani, si sono riappropriati della caratteristica di selvatico e come tale vivono, predano e si riproducono. Tutto questo è agevolato dalla mancata nostra cura delle discariche ma anche dallo smaltimento dei rifiuti organici che viene effettuato nelle campagne, colline e montagne dai piccoli agglomerati in cui viene consumata carne. Tutti gli scarti abbandonati in modo non conforme diventano piccoli carnai che richiamano cani, ma anche lupi. Così da incontri e probabili accoppiamenti si genera un ibrido che avrà caratteristiche miste tra le due sottospecie. Questo vuol dire che si avranno aspetti fisici e comportamentali, quelli detti fenotipici, che “fluttuano” tra quelli tipici dei cani e quelli dei lupi. Si è finanche osservato il caso eclatante di avere esemplari che l’analisi genetica ha assimilato a lupi ma con espressioni fenotipiche somiglianti al cane e viceversa. Stessa cosa per gli atteggiamenti comportamentali.
È sicuramente giusto quindi affrontare l’argomento anche “tecnicamente” partendo dall’osservazione e, da questa, evidenziare i provvedimenti per la risoluzione. Il Piano lupo in corso di modifiche e successiva approvazione è l’impianto normativo che dovrà affrontare queste problematiche.

Femmina di ibrido figlia di lupa e maschio ibrido
Giovane femmina di ibrido con radiocollare figlia di lupa e maschio ibrido. Foto Antonio Antonucci

Una premessa è necessaria: in Appennino centrale la situazione non è drammatica relativamente alla presenza di ibridi. Abbiamo parlato di questo con Antonio Antonucci, laurea in Biologia ad indirizzo zoologico, uno degli esperti più qualificati sul lupo in ambito nazionale lavora prevalentemente nella zona serbatoio per questa specie e sta proseguendo quanto fatto da altri autorevoli scienziati. Ci ha spiegato che l’azione responsabile portata avanti con successo dai pastori, l’uso adeguato di cani pastore abruzzese e l’asprezza della conformazione del territorio montano hanno reso possibile una presenza di ibridi da considerare fisiologica e non preoccupante.

ibrido su barella per monitoraggio
Cattura, controllo, monitoraggio e messa in funzione collare di un ibrido. Foto Antonio Antonucci

Certo la presenza di branchi di cani inselvatichiti presso le numerose discariche è impressionante e pericolosa, e se non vi si darà rimedio non è escluso che nel futuro dovranno affrontarsi seri problemi.
Quelli che si stanno affrontando nell’Appennino tosco-emiliano dove studi e censimenti parlano di una presenza di 25 branchi di ibridi sui 100 branchi considerati. Giusto quindi farsene carico e risulta urgente il tentativo di porvi rimedio analizzando tutti gli aspetti, anche quelli comportamentali e culturali delle popolazioni a stretto contatto con l’unico vero predatore esistente in questi monti e per questo dal ruolo insostituibile in natura.
La causa anche qui è la stessa: l’abbandono di cani, la cattiva gestione dei rifiuti organici, la mancanza di protezione con adeguati cani da guardianìa degli armenti o la risultante somma dei tre fenomeni potrebbero essere la causa. Su questo si potrebbe far meglio cercando di utilizzare cani più adeguati alla protezione del bestiame, affiancati anche da misure di dissuasione fisica ed anche recinti elettrificati contro i predatori, siano essi lupi o ibridi. Se si ottenesse una diminuzione nelle predazioni aumenterebbe una maggior tolleranza alla specie con minori episodi di ricorso al bracconaggio per la difesa dei propri interessi. Tuttavia, il pericolo di un inquinamento dell’identità genetica del canis lupus italicus, come anche la cattiva informazione che insiste su questo, rappresentano un fallimento di tutto quanto fatto nel passato se il fenomeno non fosse fermato.

ibrido in barella per monitoraggio
Cattura, controllo, monitoraggio e messa in funzione collare di un ibrido. Foto Antonio Antonucci

Le ipotesi di lavoro passano inevitabilmente dal riconoscimento degli individui, cosa tutt’altro che agevole. Per avere certezza bisogna far ricorso all’analisi genetica, diretta o indiretta, in quanto, anche i caratteri fenotipici individuabili [1] possono risultare all’osservazione insufficienti all’identificazione. Queste azioni, ad attività cruenta crescente sugli ibridi, prevedrebbero la cattura, l’eventuale sterilizzazione, l’immissione in aree dedicate e circoscritte. È intuitivo che tutto ciò comporta oneri pesanti in termini di lavoro, competenze ed impegno economico, sostenibili con difficoltà soprattutto in un momento di crisi. Per questo sono in corso accese valutazioni nella comunità scientifica preposta e comunque, alcune teorie, al momento solo ipotizzate, vorrebbero addirittura la soppressione per i lupi. Se si dovesse deliberare si tratterebbe di una grossa sconfitta, non solo per il lupo ma anche per l’intera comunità. Si sconfesserebbe tutto quanto finora con fatica conquistato. Le decisioni comunque non sono agevoli anche perché il quadro giuridico e normativo, non riconoscendo l’ibrido come un non lupo e un non cane, non consentirebbe al momento nessun tipo di decisione favorevole alla soppressione, comunque da scongiurare se possile.
Come dicevamo uno strumento legislativo per affrontare queste problematiche è il Piano Lupo in corso di approvazione dalla Conferenza Stato Regioni. Non se ne conoscono i dettagli definitivi, ma sono invece ben note le vibranti proteste che si stanno sollevando sulla ventilata ipotesi di soppressione come rimedio. Quando il piano definitivo sarà conosciuto, si capiranno meglio le dichiarazioni del ministro Galletti che asserisce: “… ma non permetterò che su una materia delicata come la tutela del lupo, al posto della scienza detti l’agenda chi evidentemente o non ha letto il testo o è in malafede“. Si potrà nutrire fiducia?

Nel frattempo, come già avvenuto nel passato, le determinazioni sui lupi vengono riprese e strumentalizzate da questa o quella parte politica a fini propagandistici. A questo clima confuso contribuisce il tam tam dei social che, come al solito, attribuisce ad ognuno la possibilità di intervenire nei modi e termini di cui è capace, magari dimenticandosi di mettere in evidenza anche gli interventi scientificamente più autorevoli. C’è bisogno di etica, rigore senza strumentalizzazioni; c’è bisogno di decisioni sagge che tutelino realmente la specie senza che la natura, con le sue regole, venga considerata alla stregua di un cartoon da sfruttare a fini di audience.
Altro aspetto da tenere in considerazione, qualora le presenze numeriche del lupo fossero tanto alte da essere insostenibili o nel caso le biomasse di prede non fossero sufficienti alla sua sostenibilità, è quello di ipotizzare un allargamento dell’areale.

la lupa Petra
La lupa Petra. Foto Di Antonio Antonucci

Per esempio le Alpi, dove attualmente la presenza del predatore è poco significativa o addirittura inesistente ad eccezione del versante piemontese, potrebbero essere una zona su cui poter contare per una gestione faunistica ancora più completa malgrado siano da vincere gli effetti contrari provenienti dal mondo venatorio interessato alla caccia di ungulati e bovidi. Se ciò avvenisse significherebbe aver definitivamente messo in sicurezza la sopravvivenza del lupo e con esso la risorsa che la presenza del predatore comporta se gestita correttamente.
I mezzi ci sono, le risorse scientifiche e culturali anche,…come al solito mancheranno quelle economiche?
Emidio Maria Di Loreto

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[1] Le caratteristiche morfologiche difformi da quelle standard del lupo italiano sono una colorazione del mantello nero o di colore pezzato, presenza dello sperone, unghie bianche, prognatismo e anomalie della dentizione

La foto della copertina è di Antonio Antonucci. Esemplare geneticamente lupo con qualche dubbio sulla sua espressione fenotipica

Si ringraziano per la collaborazione concessa: Antonio Antonucci, Sergio D’Ambrosio, Paolo Forconi, Antonio Liberatore, Luciano e Guido Paradisi, Massimo Pellegrini, Marco Petrella e Gabriele Vallera.

www.tripsintaly.com
www.abruzzese.org

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