In difesa del lupo: i progetti San Francesco e Arma Bianca. II

una lupa in corsa
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L’Operazione San Francesco aveva l’obiettivo di individuare ogni azione utile alla salvezza del canis lupus italicus. Per farlo era necessario censire gli individui, studiarne i comportamenti, condividere gli obiettivi con i pastori, gli altri attori del progetto senza il cui contributo condiviso mai si sarebbe raggiunto lo scopo. Si partiva dalla considerazione che il numero di esemplari era molto vicino alle 100 unità ma soprattutto era inevitabile confrontarsi con una credenza popolare, di pastori e non, che vedevano il lupo come l’animale cattivo che dalle favole si riproponeva nella realtà con atti cruenti di predazioni che risultavano determinanti nelle povere economie pastorali di quelle popolazioni.

Locandina a 25 anni dalla morte di Paolo Barrasso

Nel 1974 dalla Regione Abruzzo giunsero i primi contributi risarcitori per i capi predati ed iniziò un’azione di sensibilizzazione di Paolo Barrasso, ancora oggi indimenticabile e mai dimenticato da chi lo incontrò. Con i pastori, un insospettabile alleato, fece capire a tutti come la presenza del lupo fosse una risorsa ambientale e anzi la sua protezione diventò un obiettivo per tutti anche grazie alla divulgazione delle giuste informazioni nelle scuole.
L’Operazione San Francesco durò parecchi mesi durante i quali copiosi furono gli insegnamenti che si distribuirono attraverso le conoscenze scientifiche acquisite sull’etologia del lupo. Innumerevoli e impagabili le esperienze vissute in quei tempi dalla gran mole di studenti che in qualche modo e a vario titolo, si avvicinarono a quelle esperienze: incontri operativi, wolf-howling (richiami), rilevamento tracce, monitoraggi ed attività per gli esemplari dotati di collare. Del resto gli appetiti giovanili naturalistici si percepivano da lontano e si spargevano in un’aura coinvolgente dalla quale si era restii a liberarsi.

La Land Rover dell’Operazione San Francesco. Foto Gabriele Vallera

Le serate, a volte quasi solitarie, altre volte più nutrite per la presenza di studenti, studentesse per lo più, in visita, trascorrevano veloci nelle discussioni e nei racconti delle esperienze, delle descrizioni degli incontri, degli aneddoti su chi era rimasto … troppo impressionato dagli ululati, ed il tutto sotto l’imperiosa presenza della Magna Mater, a vigilare dall’alto della sua imponenza, e di un cielo stellato dalla impareggiabile luminosità che: “…pareva volesse avvicinarti…all’infinito” come si sarebbe cantato anche per il Gran Sasso. Crediamo siano immagini rimaste indelebili nei ricordi di chi vi ha partecipato e di chi scrive che le ha ben conservate nel suo cassetto delle esperienze speciali.

 

 

cielo stellato in Abruzzo
me parea che passu passu ji sajesse a j infinitu“. Foto Luciano e Guido Paradisi

Quell’operazione fu fortunata, il lupo venne salvato e con esso vennero anche rispolverati altri aspetti legati a quel territorio. Si stabilì infatti che la protezione delle greggi avrebbe potuto essere ottenuta anche con scarsi investimenti. Sarebbe semplicemente bastato rendere organico quanto l’esperienza pastorale di quelle zone aveva nel tempo suggerito. Nacque così, grazie a Franco Tassi, Nunzio Marcelli e Paolo Breber, il progetto Arma Bianca. Non si trattava altro che la valorizzazione del cane pastore abruzzese (o cane da pecora per alcuni) a cui, dalla notte dei tempi, era stato da sempre demandato il compito di guardiano degli armenti, ed anche a bassissimo costo. Il progetto, attraverso la valorizzazione genetica dei cani i cui ceppi si distinguevano nel lavoro di guardiano, prevedeva la consegna di questi esemplari ai pastori, consentiva la protezione efficace delle greggi da predazioni di lupi ed orsi, facendo risultare, ma anche percepire, come un non problema la presenza del lupo.

il pastore abruzzese Cleopatra
Cleopatra sul Morrone , uno dei pastori abruzzesi di Marco Petrella. Foto Marco Petrella
cuccioli di pastore abruzzese
Cuccioli di pastore abruzzese di Marco Petrella. Foto Marco Petrella

Di questi cani non è una novità la loro esemplare efficienza. Hanno innato il senso di protezione degli armenti che viene rafforzato se da cuccioli li si lascia crescere nel gregge da loro considerato come la loro famiglia. Se alimentati adeguatamente, e quindi non costretti alla ricerca di cibo, non lasciano mai gli animali, li si trova sicuramente in posizione di finto riposo nella miglior zona possibile per il controllo degli animali e rispondono a regole gerarchiche precise, come sempre in natura. È il capobranco che detta i tempi delle azioni da compiere; è lui che si dispone al vertice del triangolo che si forma con gli altri cani .Si frappongono sempre tra il presunto predatore ed il gregge, con il resto degli esemplari disposti a ventaglio.

I pastori abruzzesi in difesa del gregge
L'”arma bianca” prende posizione a difesa del gregge. Foto Gabriele Vallera

Non rincorrono il predatore, se non nel breve, per non lasciare incustodito il gregge; insomma si tratta di una sorta di macchina da guerra difensiva che potrebbe ricordare la perfezione della testuggine romana o della falange macedone. Impressionante la vista di questi cani, imponenti morfologicamente tanto da farli avvicinare ad una tipologia molossoide; gli esemplari più dotati, per mole ed attitudine di cui hanno consapevolezza, superano gli 80 cm al garrese e gli 80 kg di peso, senza che questo ne limiti l’agilità in un eventuale contatto con i predatori. Profondo, dalla tonalità impressionante, l’abbaiare per segnalare l’invadenza del territorio che è chiamato a difendere. Grande affiatamento con il pastore con il quale, abitualmente, non è necessario il comando ostentato e perentorio, se necessario a volte basta lo sguardo ma normalmente questi cani sanno già cosa fare.

Tornò in auge il loro utilizzo grazie al progetto Arma Bianca ed al magnifico lavoro di appassionati allevatori di questa razza che consentì, successivamente, anche la loro diffusione, ad esempio, in Alaska in  Scandinavia. La considerazione dei pastori abruzzesi aumentò sensibilmente e se ne consolidarono le caratteristiche di cane tra i più adatti alla guardia degli armenti.
Qualche giorno fa ho avuto modo di parlare con un grande esperto del settore, Antonio Liberatore medico veterinario ed attivissimo naturalista per i suoi 25 anni di osservazione nel territorio in cui opera, che mi ha confermato l’importanza vitale dell’utilizzo del cane. Nelle Mainarde Molisane, (Parco Nazionale di Abruzzo Lazio e Molise) tra i 1.700 e 2.000 m. slm, nel 2015, un allevatore di un centinaio di capi bovini ha subito la perdita di due soli vitelli a causa della zoppia della madre che li aveva obbligati ad abbandonare la mandria. In quelle zone è abituale la presenza del lupo e dell’orso ma, evidentemente, la presenza di 5 pastori abruzzesi che non abbandonano mai la mandria, ha confermato che il metodo di protezione degli armenti è quello giusto. Altra grande convinzione che emerge è che più del 50% delle predazioni osservate sono riconducibili a cani randagi o anche padronali ( vaganti), mentre la rimanente parte è attribuibile a predatori, lupi e orsi, ma solo perché le mandrie risultano non controllate al pascolo e non adeguatamente protette da cani da guardia adatti allo scopo.

lupo sulla neve
Lupo. Foto Antonio Antonucci

Non può essere quindi la protezione degli allevamenti la ragione per la quale la Conferenza Stato Regioni, riunitasi presso il Ministero dell’Ambiente, debba deliberare per l’abbattimento del lupo attraverso il minacciato Piano Lupo. Si tratterebbe di un errore storico che annullerebbe quanto gli illuminati che ci hanno preceduto avevano identificato. Lo sarebbe ancora di più se si andasse a ridurre, attraverso lo scellerato abbattimento, il naturale antagonista del cinghiale, le cui presenze numeriche ormai anche in città sono diventate numerose con esemplari pericolosi e confidenti. Insomma la riduzione numerica del lupo andrebbe a favorire l’altra specie ormai ritenuta un vero flagello.
Un altro problema incombe però sul lupo, come per dare continuità ai tanti guai legati alla sopravvivenza di questa specie, se vogliamo anche superiore al bracconaggio al quale sono attribuite perdite numeriche fino al 20% della popolazione: l’alta presenza di ibridi in natura che ne minano la conservazione del patrimonio genetico. Purtroppo si è registrato un aumento preoccupante dei numeri di questi ultimi che, a differenza del lupo, conoscendo l’uomo, non ne temono l’azione. Si tratta di esemplari confidenti e più furbi, per giunta in grado di trasmettere agli altri esemplari del branco la loro intraprendenza, che li rende pericolosissimi anche per escursionisti e turisti, cosa che non accade mai con i lupi.
Emidio Maria Di Loreto

In difesa del lupo: la storia negli ultimi anni. I

In copertina: Petra, la prima lupa catturata in epoca recente nel Parco Nazionale della Majella. Foto di Antonio Antonucci
Si ringraziano per la collaborazione concessa: Antonio Antonucci, Paolo Forconi, Antonio Liberatore, Luciano e Guido Paradisi, Massimo Pellegrini, Marco Petrella e Gabriele Vallera.
https://www.tripsinitaly.it/
http://www.abruzzese.org/

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