In Ecuador l’Amazzonia e le sue comunità indigene stuprate per decenni

Ecuador bandiera
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Quello di cui parleremo e di cui non vorremmo più scrivere è del gigantesco disastro ambientale perpetrato dalla multinazionale Texaco, ora Chevron, in Ecquador.
Un disastro per il quale l’azienda è stata condannata a pagare una multa di 9,5 miliardi di dollari ma finora non è stato versato un solo centesimo. E naturalmente non ci sono state pubbliche scuse come richiesto dalla prima sentenza del Tribunale di Lago Agrio nell’Amazzonia ecuadoriana, anzi come vedremo Chevron ha portato nei tribunali internazionali lo Stato con la richiesta che i risarcimenti spetterebbero a Quito.

La Texaco cominciò le sue perforazioni nelle province di Sucumbíos e Orellana nell’Amazzonia a nord dell’Ecuador agli  inizi degli anni ’60 per terminarle nel 1990 quando lo sfruttamento passò nelle mani  della statale Petroecuador che acquisì il 100% della proprietà.
In quasi 30 anni di attività estrattiva il petrolio è diventato parte integrante di quell’ambiente causando inquinamento della terra, dell’acqua e dell’aria e infliggendo sofferenze e morte alle popolazioni locali. Le tribù indigene Tetetes e Sansahuaris sono scomparse definitivamente.
In un’area di 400.000 ettari circa, la Texaco scavò 356 pozzi di petrolio e altri bacini per lo stoccaggio dei rifiuti per arrivare ad un totale di 820, secondo la corte di giustizia di Sucumbios, e altri se ne continuano a trovare. Secondo la Ong Acción Ecolólogica la società petrolifera «ha estratto quasi un miliardo e mezzo di barili di greggio […] e, deliberatamente, ha sversato nell’ambiente tonnellate di elementi tossici e residui prodotti dal ciclo delle estrazioni, e più di 19 miliardi di galloni [circa 72 miliardi] di acqua contaminata» [1].
Non è facile immaginare per chi non l’ha mai visto di persona perché il petrolio in quelle situazioni e visibile in ogni dove.

La tesi di Chevron è che un accordo tra la Texaco ed il governo ecuadoriano nel 1995 di fatto la liberi di tutte le responsabilità ed inoltre non si ritiene responsabile per i danni ambientali da un sistema di drenaggio vetusto che sarebbe stato gestito dalla Petroecuador.

Il nucleo della prima resistenza si componeva di una cinquantina tra contadini e indigeni sotto la guida dell’uomo, allora poco più che adolescente, che di fatto, insieme ad altri avvocati anche americani, ha portato alla sconfitta in tribunale la Chevron: l’avvocato ecuadoriano Pablo Fajardo.
Molti anni sono trascorsi: dal 1993 quando il disastro si conobbe a livello internazionale grazie ad un libro di un’avvocatessa americana, alla sentenza in favore della Texaco del 2002 con cui la Corte di Appello di New York decise che il processo si dovesse svolgere in Ecuador, al 2004 prima che cominciasse la fase peritale quando il fratello Fajardo fu torturato e assassinato [2], al 2010 quando la Chevron presentò il tutto sotto il caso di tipo RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations), una legge federale degli USA contro il crimine organizzato con l’argomentazione che i querelanti facessero parte di una associazione criminale che tentava di estorcere denaro alla società, al novembre 2013 quando la Corte nazionale dell’Ecuador ha confermato la sentenza emessa dal giudice della provincia di Sucumbíos nel 2011 obbligando così la Chevron a pagare  9,5 miliardi di dollari di indennizzi.
Ma qualche settimana fa un giudice newyorkese ha sentenziato che quest’ultima pronuncia fu dovuta a vera e propria corruzione nei confronti dei giudici locali dando così ragione ad un’altra delle linee difensive adottate dal colosso americano.

Dopo decenni di ambiente stuprato e di comunità sconvolte nessuno ancora ne paga le conseguenze. E questo disastro, di incalcolabile devastazione, non ha insegnato nulla perché poteri ed economie con l’unica ideologia che conoscono e cioè il profitto non si fermano.

Ed è sempre facile convincere i più poveri a farsi comprare.
Qualche settimana un’inchiesta del giornale inglese The Guardian ha svelato che ci sarebbe un accordo  tra il presidente dell’Ecuador Rafael Correa e la Development Chinese Bank per lo sfruttamento  petrolifero nel parco di Yasuni, riserva della Biosfera per l’Unesco per essere uno dei luoghi con maggiore biodiversità del mondo.
Fallirebbe così il tentativo dello stesso presidente, in cambio di risorse finanziarie pari alla metà di quanto  avrebbe ottenuto dalla vendita del petrolio in dieci anni, di tener fuori l’Amazzonia e la sua biodiversità da estrazioni di ogni genere.

José Regato, uno dei più noti scrittori e poeti dell’Ecuador ha scritto in una sua opera intitolata “Mi Mano sucia de Chevrón… y el político bribón”:  «Sono arrivate come un ciclone le compagnie multinazionali, i monopoli mondiali a radere al suolo la ricchezza, hanno lasciato solo povertà ed una sequela di mali» [3].

Pasquale Esposito

[1] “Chevron inquina e non paga”. Le Monde diplomatique il manifesto, marzo 2014, pag. 10
[2] Per una storia dei Pablo Fajardo e del suo ruolo nella causa, Pablo Ximénez de Sandoval, “L’uomo che ha umiliato la Chevron. Ritratto di Pablo Fajardo”, tradotto da Beatrice Ruscio per PeaceLink
[3] La frase è stata letta dallo stesso autore alla Festa internazionale del libro a L’Avana, cfr. Umberto Mazzantini, “Gli artisti di Ecuador e Cuba contro la Chevron”, www.greenreport.it, 18 febbraio 2014

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