In Francia il lavoro arretra, nonostante Hollande

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Secondo Standard & Poor’s la Francia, pur impegnata in «importanti riforme di bilancio e strutturali», perde il suo rating passa dalla tripla A a AA+ come aveva già fatto Moody’s.
In Europa la tripla A resta ad appannaggio delle sole Germania, Finlandia e Olanda.
Evidentemente secondo Moody’s le attività e le riforme proclamate dal governo francese non sono sufficienti a migliorare la competitività del sistema transalpino che presenta rigidità nei mercati del lavoro e dei servizi. Troppa difficoltà per poter licenziare e i contratti a tempo indeterminato godono di troppe protezioni.
La Francia è definitivamente entrata nella lista dei paesi che deve consegnare il proprio sistema di protezione del lavoro al mercato rottamatore che ha nella finanza e nelle agenzie di rating suoi potenti alleati.


Parigi. Il lavoro, un’insegna. 2012. Foto Caterina Zeta

Hollande dovrebbe mettere sul piatto 20 miliardi di sgravi sui contributi attraverso il  «patto di competitività». E magari prova a farsi aiutare dalle istituzioni internazionali come ha fatto qualche settimana quando ha riunito i numeri uno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Pascal Lamy), dell’Ocse (Angel Gurria), della Banca mondiale (Jim Yong Kim), dell’Fmi (Christine Lagarde) e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Guy Rider).
Il governo francese non può comunque non agire per recuperare crescita e abbassare un debito pubblico che è oramai una montagna e cioè il 90% del PIL che in valore assoluto è ancora il quinto nel mondo. La disoccupazione galoppa ed è arrivata al 10,8%.
La Francia è diventata una preoccupazione per i tedeschi: «Hollande ha perso la bussola» scriveva Die Welt. Il settimanale britannico The Economist considera Parigi una bomba ad orologeria che potrebbe deflagrare mettendo a rischio la moneta unica già dal 2013.
Sembra essere accomunata sempre più all’Europa del Sud spendacciona e lassista incapace di porre rimedio alla grave crisi in cui si sta cacciando.

Ma torniamo alla competitività che dovrebbe passare per la riduzione degli oneri padronali e degli oneri salariali come richiesto dalla Medef la Confindustria francese o trasferirne una parte sul Contributo sociale organizzato  (la tassa imposta su tutti i redditi che finanzia il welfare).
Queste operazioni non significano altro che la sostanziale diminuzione dei salari. Un’operazione come ha spiegato la sociologa Christine Jakse, con dovizia di particolari nella loro evoluzione storica a partire dagli anni ’80, che ha fatto diminuire di otto punti la quota dei salari sul totale della ricchezza nazionale.
Il piano previsto dal precedente governo di François Fillon per il periodo 2011-2016 prevedeva misure che gravavano per l’80% su  salari, previdenza e servizi pubblici e 20% sui più ricchi e sui profitti.
Con la manovra finanziaria per il 2013 il governo socialista intende risparmiare 10 miliardi di euro in virtù della «stabilizzazione degli effettivi e della massa salariale dello stato», raccogliere altri 10 miliardi da profitti e dai più facoltosi, raccogliere 10 miliardi da altre imposte e tasse a seconda se un’impresa investa o meno e infine altri 5 miliardi dai pensionati.
«In conclusione, questi 25 miliardi di entrate peseranno per il 75% sui salari – direttamente per impiegati pubblici e pensionati, indirettamente per i consumatori, in quanto la fiscalità addizionale si ripercuoterà sul prezzo delle merci – e per il 30% sugli azionisti e i grandi patrimoni» [1].
Il capitale e la finanza hanno tracciato la linea per il futuro del lavoro anche in Francia.

Pasquale Esposito

[1] Christine Jackse, “<<Diminuire gli oneri sociali>>, dite?”, Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2012, pag. 14

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