In Mali la guerra continua. Arrivano i Caschi blu, ma i francesi restano

Mali bandiera
history 4 minuti di lettura

La situazione nel paese africano resta drammatica. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) non ha risorse sufficienti per affrontare l’emergenza. Bisognerebbe dare dignità ai rifugiati e agli sfollati che necessitano dell’indispensabile per sopravvivere. L’UNHCR scrive di 175 mila rifugiati maliani nei paesi limitrofi ai quali vanno aggiunti oltre 282mila sfollati all’interno del Mali [1]. A questa situazione provano a dare aiuto altre organizzazioni umanitarie come Terre des Hommes, Medici senza Frontiere e Emergency ma la numerosità delle persone, tra cui circa 60.000 bambini, rende tutto molto difficile.

Il 25 aprile il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità la creazione di una forza di mantenimento della pace per il Mali. La Missione integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione in Mali (Minusma) sarà composta da 12.640 uomini ed incorporerà i circa seimila militari dell’Africa occidentale già presenti sul terreno (Misma) e sarà divisa in 11.200 militari  e 1.400  ufficiali di polizia.
Un ruolo importante lo continueranno a svolgere i militari francesi che resteranno in Mali – evidentemente supportati dalle basi in Ciad, Costa d’Avorio e Senegal –  con l’obiettivo di contrastare la guerriglia islamista. Dai 3.850 soldati attuali (4.500 nel pieno dell’operazione Serval lanciata l’11 gennaio scorso) il contingente si ridurrà a 2.000 unità a luglio per arrivare ad un migliaio a fine anno.
Il testo votato autorizza «le truppe francesi (…) ad intervenire a sostegno dei componenti della Minusma in caso di pericolo grave e imminente e su richiesta del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon».
Il parlamento francese anche su richiesta del premier Diango Cissoko ha autorizzato il prolungamento della missione francese. Un  percorso naturale visti i «rilevanti interessi strategici ed economici nel Sahel (le centrali nucleari francesi, ad esempio, si alimentano dalle miniere di uranio vicino al Niger)» [2].
I Caschi blu  dovranno stabilizzare i centri urbani specialmente quelli del Nord – dove la minaccia è molto più grave – impedendo il ritorno dei ribelli, proteggere i civili, preservare il patrimonio culturale e difendere il rispetto dei diritti dell’Uomo.
Tutto questo accadrà a luglio, e per una durata di dodici mesi, in coincidenza  delle elezioni generali in Mali, sempre che nei prossimi sessanta giorni il Consiglio accerti un livello di sicurezza sufficiente sul territorio.
La missione avrà anche il compito di aiutare le autorità ad instaurare un dialogo politico, anche promuovendo la riconciliazione con i Tuareg del Nord, ad organizzare elezioni libere e trasparenti. Del resto «per liberare il Nord dagli islamisti in modo duraturo sembra necessario avviare un dialogo tra Bamako e le fazioni Tuareg – minoranza sufi che da decenni lotta per l’indipendenza del Mali del nord, avversa però al terrorismo – tra cui i combattenti filo-francesi del Movimento per la liberazione dell’Azawad (Mnla), del Movimento islamico dell’Azawad (Mia) e di organizzazioni Tuareg non-jihadiste» [3].
La situazione è molto complicata perché non c’è giorno in cui nel Nord non continuino attacchi. Del resto lo stesso Ban Ki Moon ha detto qualche settimana prima della risoluzione che «anche quando l’integrità territoriale del Mali sarà stata pienamente ristabilita, numerosi rischi permarranno: gli attacchi dei gruppi terroristi, la proliferazione di armi, il traffico di droga e altre attività criminali, ordigni non esplosi e seppelliti» [4].

L’Italia era già pronta a parteciparvi, ma Monti in una situazione di instabilità totale e su richiesta dei segretari dei tre maggiori partiti, il 28 gennaio dopo sei giorni di un pronunciamento a favore sei giorni prima dei ministir degli Esteri e della Difesa abbandonava i propositi. È difficile pensare che con il prossimo governo non ci sia un via libera alla nuova Missione sotto l’egida ONU.

Questa missione secondo alcune stime potrebbe costare 800 milioni di dollari all’anno [5]. Fermo restando che è meglio  una missione di pace che una guerra per imporre la democrazia, ma 800 milioni se avessero  finanziato un politica estera per lo sviluppo e la cooperazione non avrebbero migliorato le condizioni di vita e abbassati i rischi del conflitto? Evidentemente gli interessi sono altri.
Pasquale Esposito

[1] “MALI: URGENTI NUOVI FINANZIAMENTI PER CONTINUARE AD ASSISTERE RIFUGIATI E SFOLLATI”, www.unhcr.it
[2] Giorgia Manno, “Verso la missione internazionale in Mali”,  www.affarinternazionali.it, 28 marzo 2013
[3] Giorgia Manno, ibidem
[4] F. Dessi, “Verso una missione di pace Onu in Mali”, www.rinascita.eu, 27 marzo 2013
[5] La cifra è stata raccolta dall’agenzia Misna, cfr. “ONU APPROVA DISPIEGAMENTO MISSIONE DI PACE”, www.misna.org, 26 aprile 2013

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article