In me non c’è che futuro. Vedi alla Lettera22

In me non c'è che futuro Adriano Olivetti
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Spaventati, risoluti, curiosi”. Sono gli occhi di Adriano Olivetti descritti da Natalia Ginzburg nel suo “Lessico famigliare”, un giorno in cui l’industriale eporediese transitò per Torino. L’occasione era “coprire” la rocambolesca fuga di Filippo Turati da un’Italia dove il fascismo ormai si era imposto come unica verità: assoluta e distruttiva.
Il 20 ottobre 2011 a Roma, nelle prime ore della mattina, c’è stato un violento nubifragio. Il diluvio sembra aver lavato via le ultime residue speranze di permanenza di un estate troppo lunga, appesa ora a quelle che la saggezza meteorologica popolare chiama da secoli “ottobrate romane”.  A Roma, il 20 ottobre, alle cinque di pomeriggio, presso la Casa del Cinema a Villa Borghese, si racconta, attraverso le immagini del film-documentarioIn me non c’è che futuro”, del regista indipendente Michele Fasano, la straordinaria vita di un padre dell’industria italiana. Il film è parte fondamentale e irrinunciabile di una complessa e articolata opera che comprende anche l’omonimo volume con testi introduttivi di Patrizia Bonifazio, Davide Cadeddu, Beniamino de’ Liguori Carino, Michele Fasano, Marco Maffioletti, Michele Menna, Marco Peroni, Alberto Saibene, Renato Rozzi, Francesco Novara.
E’ l’epopea di Adriano Olivetti e dell’azienda, anzi “la Fabbrica”, come lui stesso la chiamerà sempre. Come tutti coloro a cui è toccato in sorte di divenire rimpianti “profeti in Patria”, Adriano, spesso non compreso, rinnegato, “escluso” dalle elites, è stato un uomo di cui si “voluto” e “dovuto” far sapere poco.


Immagine tratta dal film-documentario In me non c’è che futurosepara_didascalia.gif

L’occasione della presentazione del film nasce dall’incontro tra la Fondazione Olivetti e l’Associazione Bruno Trentin. A presiedere al dibattito, oltre al regista Michele Fasano, vi sono Guglielmo Epifani, che fa gli onori di casa in qualità di Presidente dell’Associazione; Susanna Camusso, Segretario Generale della CGIL; Innocenzo Cipolletta, economista e dirigente di azienda e Melina Decaro, Segretario Generale della Fondazione.
Attraverso le immagini di tutta una vita, le testimonianze di coloro che furono collaboratori, la ricostruzione degli accadimenti storici che fanno da contorno, la pellicola è la meravigliosa narrazione di una sintesi di umanità e professionalità di un industriale utopista, di un positivista del ‘900. Sono documenti eccezionali che, rivelati uno dopo l’altro, si sviluppano su una mappa narrativa e concettuale, seguendo un ideale itinerario allo stesso tempo sincronico e diacronico.
Non era facile raccontare, in una sorta di romanzo popolare, la vita di Adriano Olivetti. Personaggio troppo “particolare” per rientrare in una sola “categoria umana”. Quello che ha lasciato alla società italiana in ciascuno degli ambiti culturali, dall’impresa, alla letteratura, dall’organizzazione di fabbrica alla sociologia è un qualcosa che ha un valore inestimabile. Michele Fasano, nei suoi fotogrammi, ci mostra questo “tesoro” ed è un bel vedere e un bell’ascoltare di una vicenda storica cominciata con Camillo Olivetti, padre fondatore, già nel 1908.


Immagine tratta dal film-documentario In me non c’è che futurosepara_didascalia.gif

Ma il film vuole soffermarsi su tutti quegli aspetti che, come si diceva, contrassegnano la particolarità di Adriano. Fervente antifascista, segnalato e arrestato dal regime, è amico e collaboratore di intellettuali e politici, quali Salvemini, Turati, i fratelli Rosselli, la famiglia Levi, Pertini. Già prima della fine della seconda guerra mondiale intuisce per primo quale dovrebbe essere la linea da seguire, la strada da percorrere, nella ricostruzione, non solo industriale, dell’Italia. Parteciperà fattivamente al “Piano Marshall”, denunciandone però già il rischio che si tratti di un intervento atto a tutelare solo le “economie” e le “finanze”a discapito dell’interesse per le popolazioni devastate dal conflitto. Redigerà dettagliati programmi, elaborerà teorie, scriverà saggi, come L’ordine politico delle Comunità, in cui si delineano quelle che diverranno di lì a poco le applicazioni di un nuovo modello industriale di convivenza. Convivenza tra capitale e forza lavoro, tra la fabbrica e la vita fuori di essa, tra produttività e cultura. Negli anni cinquanta l’Olivetti è già un’azienda all’avanguardia: produce macchine da scrivere e calcolatori in grande quantità, esporta in tutto il mondo. L’operaio non è un automa, ma partecipa attivamente alla progettazione del prodotto; viene introdotta la rotazione del lavoro; vengono istituiti all’interno dell’azienda un Centro Studi di Ricerche Sociali e un Centro di Psicologia al fine di trovare soluzioni sempre nuove alla salvaguardia del lavoratore. Adriano studia i modelli di fabbrica americani del Taylor- Fordismo e li applica, migliorandoli, al lavoro nella fabbrica di Ivrea. Questa è un ambiente sociale e architettonico eccezionale e unico. La struttura è rinnovata, grande, accogliente. Intorno si sviluppa tutto un territorio, un vero e proprio ecosistema.


Immagine tratta dal film-documentario In me non c’è che futurosepara_didascalia.gif

Le case degli operai sono moderne e confortevoli. L’Olivetti si occupa di sviluppare in tutta la zona del Canavese un sistema di lavoro contadino basato su una riforma agraria in cui i piccoli coltivatori si uniscono in cooperative. Verdura, frutta e molti altri prodotti alimentari che arrivano nelle mense degli operai provengono da quelle terre. Adriano comprende che solo con l’allargamento della fabbrica alla Comunità intorno si raggiunge la piena realizzazione di chi vi lavora e di chi vi vive. Così come è fondamentale che gli operai e i loro figli possano facilmente accedere alla cultura, alle letture. L’Olivetti trasforma questa necessità nella costruzione di biblioteche. Molti dei quadri e dei dirigenti aziendali sono degli apprezzati intellettuali e letterati come Franco Fortini, Paolo Volponi, Geno Pampaloni, fino a Tiziano Terzani; si darà vita al giornale di fabbrica, strumento essenziale e voce stessa dei lavoratori, che qui possono suggerire e partecipare al miglioramento dell’attività.


Immagine tratta dal film-documentario In me non c’è che futuro
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Tutte queste esperienze saranno portate anche fuori da Ivrea. Olivetti per primo comprende l’importanza di un’azienda nel farsi “editrice”, nel diffondere cultura e finanziare autori e scrittori; da’ vita alle edizioni “Comunità”, portando in Italia la voce di saggisti come Simone Weil o Hanna Arendt. E “Comunità” è anche il nome della rivista periodica di politica e cultura dove si da’ spazio alle idee di cambiamento della società e della politica secondo la concezione e l’esperienza di Adriano. Una politica che, nel bel mezzo del conflitto tra capitalismo e socialismo, propone un’alternativa al centro della quale venga ricollocato l’uomo con il suo individualismo, le proprie potenzialità e capacità, messe a disposizione degli altri. Solo in questo modo, cioè con le capacità di ognuno, si può raggiungere il benessere di tutti. Le forti ideologie che segnano gli anni del dopoguerra, gli anni cioè di maggiore fulgore di Adriano e della sua fabbrica, tendono invece a cancellare l’uomo. Lo capiscono per primi i lavoratori che sostengono l’iniziativa di un sindacato aziendale ispirato a “Comunità” e ne eleggono in maggioranza le rappresentanze.
Il film racconta con un pizzico di commozione narrativa come tutto questo si traduce nella gestione di una realtà aziendale che mette al primo posto la sua forza lavoro. Non profitti a tutti i costi, bensì volumi, con l’aumento del numero di impiegati nelle forza vendita e una maggiore capillarità dei negozi a marchio Olivetti. E ancora, non il disastro sociale dell’emigrazione coatta verso la fabbrica, come accadeva ad esempio nella Torino della FIAT, bensì la fabbrica che giunge lì dove ci sono braccia e necessità di lavoro. Toccante il passaggio, in un perfetto sincronismo tra voce narrante e immagini, sulla costruzione dell’area industriale Olivetti a Pozzuoli. Lì dove, nel rispetto dell’ambiente, chi vi lavora, colui che produce, trova la consolazione e la forza  nel rivolgere il proprio sguardo verso il “suo” amato e irrinunciabile mare.

Immagine tratta dal film-documentario In me non c’è che futuro
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Tutto questo e altro ancora è stata l’Olivetti raccontata in 144 minuti da Michel Fasano. Ma è stata anche produzione di grande qualità, grazie all’esperienza di ingegneri ma anche di giovani laureati impegnati nei laboratori di ricerca. Nomi entrati nella leggenda: come la mitica “Lettera 22” o l calcolatore “Programma 101” che, negli anni ’60 riscosse un clamoroso successo commerciale. Fino alla progettazione del primo computer, l’Elea 9001

Immagine tratta dal film-documentario In me non c’è che futurosepara_didascalia.gif

Tra altre testimonianze, immagini e fotogrammi, il film si avvia verso la conclusione narrando la morte di Adriano, avvenuta  nel 1960, al soli cinquantanove anni durante un viaggio in treno proprio mentre si svolgevano le festività del carnevale, tanto sentito e famoso ad Ivrea. Con la sua morte cominciò pian piano il declino dell’azienda. La decisa volontà di Roberto Olivetti di proseguire l’opera del padre e di presentarsi sul mercato della produzione elettronica, necessitava di un investimento economico per cui l’azienda non trovò sostegno e aiuto da parte dell’economia nazionale con l’inevitabile l’assorbimento da parte di multinazionali più potenti, prima tra tutte l’americana General Elettric.

Nel breve dibattito seguito alla visione, il parterre si sofferma soprattutto sulla particolarità della gestione del lavoro e su quella speciale affinità che si instaurò tra l’azienda e i lavoratori. La creazione cioè di un vero e proprio “modello Olivetti”; un’azienda “virtuosa” che ha fatto del rapporto con la  comunità interna ed esterna la propria ragione sociale. La partecipazione di tutti i lavoratori alla causa aziendale, la creazione di strutture a supporto delle famiglie, la preoccupazione di creare tutt’attorno un ambiente salubre e accogliente. Non sempre, anzi quasi mai, tutto ciò venne compreso e accettato dalla comunità industriale e politica italiana. Adriano veniva visto come un “utopista”. Per il capitalismo “concedeva” troppo ai propri dipendenti, per la sinistra, sindacale e non, si trattava “solo” un ricco filantropo a cui piaceva contornarsi di intellettuali, e poco più.
Vedendo e comprendendo oggi, grazie anche al contributo di Michele Fasano e della sua opera, chi era Adriano e cos’era l’Olivetti, ci sembra di poter affermare con decisione e piena consapevolezza che si trattò del più grande esempio di cultura industriale e del lavoro che ci sia mai stata nel nostro paese. E che ci piacerebbe vedere ancora, soprattutto nei visi delle giovani generazioni, quegli occhi allo stesso tempo “Spaventati, risoluti e curiosi”.
Cristiano Roccheggiani

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