In quanti modi si può sognare? Cinema: linguaggio che svela la paranoia

Luis Bunuel El
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Ciò che avviene all’interno della mente è quanto di più complesso possa esserci: percezione, ragione, immaginazione, sogno. Ma è, soprattutto, quanto di più oscuro e invisibile. Questo dato di fatto lascia ampia libertà di riflessione, azione  e guadagno a chi, della psicologia, ha fatto il proprio mestiere. Tuttavia non sempre la teoria risulta efficace quando si parla di psicosi, feticismo, paranoia, limitandosi solo a darne definizioni. Può, invece, il cinema rendere un’idea ben più chiara? Può riuscire, attraverso i suoi strumenti, a fare un po’ di luce? È, il suo, un linguaggio adeguato? In alcuni casi, certamente sì.

Se qualcuno dovesse dirmi che mi restano vent’anni da vivere e mi chiedesse come vorrei passarli, risponderei: “Datemi due ore di attività al giorno, e passerò le restanti ventidue a far sogni […] ammesso che possa ricordarli”. Amo i sogni, anche quando sono incubi, che è poi quello che succede di solito.
Queste parole possono sembrare uscite dalla bocca di un qualsiasi sognatore, di un poeta, di uno che ama passare il tempo con la testa tra le nuvole. E in parte è vero. Ma, ciò che desta interesse, che stimola la curiosità nella citazione, è l’importanza data all’incubo, la cui dignità di piacere e d’arte è qui messa in evidenza. Queste sono infatti le parole di Luis Buñuel, considerato uno dei massimi registi del cinema surrealista. Regista di Él (1953), film in cui è proprio l’incubo a confondersi con la realtà, intrecciando una storia emblematica di quella che, in termini più scientifici e slegati dal senso comune, viene definita paranoia.

Ed è proprio questa la ragione per cui il film è stato scelto, fra gli altri, per affrontare un argomento interessante come il cinema e la paranoia, all’interno di un incontro culturale dal titolo Anima, cinema e psiche, organizzato dall’Associazione Oltre il visibile in collaborazione con l’Unitre di Amelia (TR). In questo ambito, presso la sala Comunale Boccarini, si è avuta di recente l’utile occasione di  ascoltare Giorgio Villa (medico psichiatra e antropologo, direttore di due comunità terapeutiche di Roma, che ha ricercato sul campo la Condizione estatica nello sciamanesimo siberiano e centroasiatico, e che ha insegnato Antropologia culturale presso l’Università di Urbino) chiamato ad affrontare il tema della paranoia sia da un punto di vista generale e medico, sia calandolo nei contesti cinematografici da lui selezionati.
L’intervento è stato anche sostenuto dal racconto di aneddoti vissuti insieme ad alcuni pazienti (la cui versione integrale si può leggere in un suo libro, uscito nel 2011: Dimagrire con la Psichiatria). Giorgio Villa ha scelto dei pezzi di un episodio di X Files, serie televisiva anni novanta;  uno stralcio molto esaustivo proprio di Él di Buñuel, ed un altro tratto da A beautiful mind (2001), di Ron Howard.
Dall’analisi dell’episodio della serie televisiva, premesse le dovute differenze tra finzione, esagerazione e realtà, è emerso chiaramente quanto sia facile che un uomo cada  in crisi paranoiche se si verificano alcune condizioni favorevoli. Messaggi subliminali, stress, solitudine ed isolamento possono favorire senza dubbio lo sviluppo di una paranoia di qualunque genere. Nel caso in questione, i due agenti protagonisti di X Files, si trovano ad indagare su omicidi causati da messaggi subliminali televisivi, dalla percezione particolare di certi colori ed illusioni ottiche che avrebbero indotto alcune persone, in preda ad allucinazioni, ad uccidere.

Giorgio Villa ha approfondito la sua analisi mostrando poi pezzi salienti del film Él, dove è descritto molto bene un momento di delirio paranoide. Si tratta della scena in cui il protagonista, Francisco, entra nella chiesa in cui crede di aver visto entrare sua moglie accompagnata del presunto amante e si convince di vedere attorno a sé tutti i presenti che, anziché limitarsi a pregare, ridono di lui e lo sbeffeggiano perché sanno con certezza che è stato tradito. La sua mente sviluppa un delirio in cui vede persone che gli fanno il segno delle corna con le dita ed il parroco che durante la preghiera scoppia a ridere di lui. Così Francisco non riesce più a trattenere angoscia e rabbia e si accanisce contro il prete per strangolarlo. Tutti i presenti gli si riversano addosso per fermarlo violentemente, tranne un suo conoscente che cerca di calmare la folla dicendo: “Piano! È un mio amico, è solo uscito di senno!
Il finale del film è davvero eloquente e lascia intendere come un fondo di verità, nelle ossessioni e nei timori del protagonista, ci fosse. Egli si è ormai ritirato, si potrebbe definire recluso, in un convento a cercare di tranquillizzare la sua mente col silenzio e la preghiera. Pur tenuto all’ oscuro di tutto, si accorge della visita che sua moglie col nuovo compagno, l’uomo su cui aveva riversato tutti i sospetti, e il figlio, fanno al monastero, per avere, con distacco, notizie di lui. Il figlio ha il nome del protagonista, Francisco, che conclude il film uscendo di scena coperto dal suo saio, camminando con un andamento ondulatorio ma stavolta calmo, via, spalle al pubblico.
Resta così a chi guarda, tra le varie certezze che le sue azioni fossero tutte legate solo a un delirio, a una ossessione, a una paranoia, il pensiero accompagnato da un brivido, che la follia non sia qualcosa di lontano e assurdo, ma anzi legato in qualche misura alla realtà e al vissuto di ciascun uomo. E in questo il cinema sa dialogare con le coscienze molto meglio di molti esperti psicologi o teorici delle situazioni di disagio psichico. Perché il cinema, almeno in tal selezione, racconta quasi in modo fenomenologico, non tralasciando, non generalizzando. Fa luce, lascia vedere, lascia sedimentare. Non giudica. Non classifica. Ed è anche bello.

Il cinema riesce molto bene a fare lo stesso in A beautiful mind, film su John Nash, matematico e premio Nobel, affetto da un delirio strutturato e preda di allucinazioni visive e uditive. La patologia che lo riguardava, si manifestava spesso attraverso la paranoia. Con molta delicatezza e poesia, vi si racconta la storia reale, intrisa di grande sofferenza, di quest’uomo che, molto coscientemente infine, impara a rendersi conto del suo grave disturbo percettivo e del perché la sua comunicazione con gli altri fosse, per forza di cose, sempre stata così difficile.
Ma soprattutto ognuno può, guardando il film, rendersi conto di quanta umanità ci sia anche in chi, per una disabilità psichica affatto semplice, appaia burbero e distaccato o a volte brusco nei modi e assorto in una sola ossessionante passione. Passione che, talvolta, come in questo caso, grazie alla volontà, all’amore e alla cultura, può riuscire a dare una grande soddisfazione alla persona. John Nash che durante tutta la prima parte del film dialoga con le sue tre allucinazione personificate, convinto nel suo delirio; John Nash che subisce poi contenzione e elettroshock e che prende farmaci pesanti; proprio lui, attraverso la volontà e la determinazione nel cercare di rimanere ancorato alla realtà che lo chiamava sempre più forte, riuscirà ad avere la grande soddisfazione del Nobel. A render così giustizia alla propria forma di delirio di grandezza lasciata troppo a lungo vuota.

Giorgio Villa ha tenuto a mettere in evidenza una frase che il protagonista del film dice verso la fine, quando dichiara  di esser arrivato a questo bel risultato prendendo un farmaco moderno, presumibilmente più leggero di quelli assunti nell’ospedale psichiatrico in cui era stato a forza ricoverato. Ma soprattutto grazie ad una dieta della mente. Cercando cioè di evitare, come si fa coi cibi pesanti e tossici, i pensieri ossessivi e le sue allucinazioni che, ormai, gli sono diventate ben note.
– Martin: Quelle allucinazioni… beh hai capito… se ne sono andate?
– John: No, non se ne sono andate e forse non se ne andranno mai. Ma io mi sono abituato a ignorare loro e, forse, come risultato loro hanno abbandonato me. Credi che sia così coi nostri sogni e i nostri incubi, Martin? Dobbiamo continuare ad alimentarli perché restino in vita?”

La volontà, come sosteneva il filosofo Schopenhauer, può essere davvero tutto in molte situazioni della vita. Aggiungiamo che addirittura può essere terapeutica. Come lo è del resto il linguaggio del cinema, ponendoci all’attenzione, attraverso la bellezza del sogno, temi considerati spesso scomodi, paragonabili ad incubi, tuttavia realmente umani.
Adelaide Roscini

Associazione Culturale Cinematografica Oltre il Visibile,  www.oltreilvisibile.it

Giorgio Villa
Dimagrire con la psichiatria
Edizioni Exorma 2011
pagg. 252
€ 14,5

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