In Shock Room: quel giorno non avrei dovuto restarci

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Oggi non sono affiancata a Mattia, lui è in ferie e penso mi mancherà perché ormai mi sono abituata ai suoi ritmi, al suo modo di lavorare e invece starà via una settimana.
È Luca a sostituirlo. Ha la faccia davvero simpatica e inizio a pensare che forse non è così male cambiare un po’ aria. Subito amichevole e lo divento anch’io quando mi accorgo che è molto tranquillo e meno pretenzioso del primo contatto. Una settimana di relax.

Stamattina Luca è in area verde. Con Mattia ci sono stata solo per parlare con dei medici credo. Lui è troppo bravo per l’area verde e per lasciar scoperta l’area giallo-rossa.
Mi incammino verso gli ambulatori un po’ assonnata e spero che questo turno passi in fretta, non tanto per Luca quanto per il fatto che in questa settimana dovrò ripassare tutte quelle cose su cui potrebbe interrogarmi Mattia una volta tornato.
Siamo in compagnia di un medico un po’ strano, scherzosamente lo definirei uno “sclerato” però, cari ragazzi, che bravo! Lui ti guarda e sa già cos’hai. È il Mattia dei medici.
Passano cosi le sette interminabili ore di turno, tra pazienti che arrivano per un mal di gola incessante, per una ferita non troppo profonda, ma nemmeno curabile con disinfettante e cerotto. C’è addirittura una ragazza che entra con un taglietto in fronte e che alla mia domanda “come si è procurata questo taglio?” scoppia in un pianto fragoroso. Non si potevano dare troppe interpretazioni a questo pianto ma non passano troppi minuti che la ragazza ci spiega cos’è successo. Il medico, non so come, capisce che non è la prima volta che il marito mette le mani addosso a questa giovane donna. È davvero disperata, ma irremovibile sul fatto di non voler sporgere denuncia, “ci sono i figli di mezzo, non posso” e mi rendo conto che non c’è frase che io comprenda meno di questa ma non sono nella posizione per poter dire “ecco appunto ci sono i figli di mezzo, salva te stessa e loro”.

In certi momenti, durante le visite, questa volta passate senza intoppi, provo a immaginare cosa stiano facendo nella zona giallo-rossa i miei compagni.
Verso le 13:30 sento il rumore dell’elisoccorso ma non ci do troppo peso perché tanto il mio turno sta finendo e io devo tornare a casa a studiare.

13:50
Puoi andare tanto qua non c’è molto da fare” mi dice con un sorriso Luca. Ne approfitto per passare dalla cucina a raccogliere lo zaino e correre fuori a prendere l’autobus prima del solito.
Percepisco del trambusto provenire dalla Shock Room e nulla mi ferma dal passare per di là e capire cosa stia succedendo.
Vedo tre-quattro dei miei compagni in piedi di fronte al letto della postazione uno, sempre quella del camionista. Sono tutti fermi, braccia incrociate e molto concentrati. Vedo anche i soccorritori che nonostante stiano riponendo il telo, quello che sembra l’alluminio da cucina, sulla barella sono immersi nella scena.
Decido di affacciarmi per capire meglio quale caso stia attirando così tanto l’attenzione di tutti.
A prima vista non sembra nulla di diverso da molti altri casi a cui ho assistito.

Uomo.
Vedendolo da vicino mi sembrava fosse sulla cinquantina, malconcio com’è. In realtà gli anni sono molto meno, trentasei per la precisione.
Il “solito” caso di incidente? No, capisco dalle facce che qualcosa di più grave dev’essere successo. La gamba sinistra e il braccio sinistro sono fasciati, chiusi in una serie di teli arrotolati e legati. Indossa qualche straccio rimasto da quelli che una volta erano jeans e maglietta a maniche corte bianca. “Qualcosa non va” mi dico, e sono ancora ferma all’entrata dello stanzone indecisa se entrare o andare a prendere quell’autobus che, con il senno di poi, avrei dovuto prendere.
Mi avvicino ai miei compagni e uno di loro esordisce con “dicono abbia la gamba e il polso praticamente amputati”. “Porca miseria” penso e forse sussurro involontariamente, “rimango qua fino a quando non tolgono i teli cosi vedo, mi faccio il pelo nello stomaco e poi me ne vado” e così ho fatto.
Quando vengono rimossi i teli per capire quanto male fosse messo l’arto mi ritrovo di fronte ad una scena raccapricciante, difficile da immaginare e che non proverò nemmeno a spiegare. Quella non era più una gamba, o meglio, anatomicamente lo era eccome, c’erano tutte le parti che al primo anno di Università dobbiamo imparare per passare quel maledetto esame di Anatomia.
Un grosso laccio emostatico posizionato all’altezza dell’arteria femorale impedisce che la perdita di sangue sia ancor più devastante. Sotto la gamba è posizionato un contenitore in plastica che risulta come unica soluzione per far sì che l’arto non si stacchi dal resto del corpo che, a vederlo così, sembra tutto sommato messo bene.
Io sono totalmente scioccata, non riesco a muovermi e solo Dio sa quanto avrei voluto scappare il più velocemente possibile fuori da quel posto. Aprire gli occhi e non ricordare nulla di quello scenario terribile. Mi sembra di avere dei macigni sui piedi, totalmente incapace di muovermi e quando mi fermo a pensarci, a distanza di esattamente un anno, la sensazione è la stessa. Non esiste più niente intorno a me se non quella scena, incancellabile, a vita.

Il ragazzo è stato rianimato due volte sul posto a causa di due arresti cardiaci consecutivi” comunicano i soccorritori che per primi sono capitati sul luogo dell’incidente. Mentre i medici e gli infermieri svolgono il loro lavoro in tempi così rapidi da non rendermene nemmeno conto, io resto lì. Un infermiere sta posizionando un insieme di sacche piene di liquidi dentro a dei contenitori chiamati spremisacca che servono, per l’appunto, a infondere i liquidi molto velocemente. Data la grossa quantità di sangue perso diventa necessario ripristinarli per evitare che trapassi definitivamente la linea della vita. Un medico sta cercando di posizionare un ago nell’arteria radiale destra per misurare la pressione arteriosa. L’anestesista capisce che le condizioni sono troppo critiche e decide di intubare il paziente. A questo punto non so più se continuare a guardare la gamba o la procedura di intubazione.
Non riesco a staccare gli occhi da quel muscolo scoperto, dov’è la pelle? E il polso? Perché la mano non è attaccata a quel polso? E perché gli occhi sono riversi all’indietro? Spalancati, bianchi? Perché non sbatte le palpebre e non da segni di vita? Ci sono almeno 15 persone tra medici e infermieri, intorno a lui, che lavorano freneticamente per salvargli la vita. La pressione ad un certo punto raggiunge un valore che non pensavo esistesse: 18 su 5. Com’è possibile? Il range di normalità è di 120 su 80. Anche una persona che non conosce questi valori sa che 18 su 5 è incongruente con la vita.

Io l’avevo capito che questo uomo non sarebbe sopravvissuto, purtroppo l’avevo capito ma nella mia testa c’era un’intera tifoseria che sperava nella sua vittoria, che sperava tornasse a casa sulle sue gambe o almeno su una delle due e che potesse vivere una vita serena con la sua giovane moglie; che potesse fare tutto quello che un trentaseienne ha il diritto di fare alla sua età, per poi un giorno dire “cavolo, quel 3 maggio me la sono davvero vista brutta”. Nella mia testa c’erano degli ultras che tifavano per lui. Ad un certo punto ero sicura che potesse sentirli urlare parole e frasi incoraggianti.

Se mi fossi soffermata su quello che si leggeva sul monitor me ne potevo andare a casa con la mia tifoseria sconfitta. Però c’erano delle riprese di pressione impressionanti e nessuno se ne capacitava.
Quando arriva il momento dell’eco-fast invece di tirare un sospiro di sollievo e dire “almeno questi organi sono intatti” un’espressione di pura sconfitta compare sulla faccia del dottore. La milza è rotta e questo significa sangue, molto sangue che riempie l’addome. Riassumendo: sangue a terra, sangue ovunque intorno agli arti di sinistra, sangue in ogni angolo dell’addome.
Eseguono anche un’ecografia al cuore e per non farsi togliere nulla anche l’aorta risulta lacerata.
Come si può salvare una persona in questo stato?” mi domando incessantemente.
Vengono chiamati due chirurghi per valutare la situazione dal loro punto di vista e si decide di tentare il tutto per tutto: aprire il torace, fare una toracotomia sperando di fermare il sanguinamento almeno fino al trasporto in sala operatoria.

Ero combattuta, arrivata a questo punto, non sapevo davvero più dove puntare gli occhi. Evitavo con tutta la forza che avevo di guardarlo in volto, ma quando non riuscivo a farlo incontravo sempre lo stesso sguardo fisso nel vuoto, nessun movimento, nemmeno involontario. Guardavo la gamba e mi si ritorceva lo stomaco, non tanto per lo stato in cui si presentava, quanto per la difficoltà a credere che quella, tre ore prima, era una gamba normale che serviva a cambiare le marce della moto, la stessa moto che non ha vinto contro la battaglia della strada bagnata. Toglievo lo sguardo e mi concentravo sulla conversazione tecnica che avveniva tra i due medici che nel frattempo avevano chiamato tre specializzande. Con loro avevano un carrello contenente un centinaio di strumenti.

17:00
Un lungo taglio sopra il cuore. L’unico tentativo disperato di salvare questa vita. Le mani dei chirurghi affondano rapidamente all’interno di questo corpo da cui uscivano tutti i liquidi precedentemente infusi. Per terra la scena è raccapricciante. Il taglio si prolunga fino a sotto l’ombelico e la milza viene rapidamente clampata per fermare l’emorragia. Viene spostato il fegato che dalla mia visuale riesco a vedere perfettamente e mi spavento nel trovare questa scena terribilmente affascinante. Per un momento vedo tutto quello che ho studiato e non una vita sul filo del rasoio. Mi sento così egoista che torno subito con i piedi per terra e mi rimprovero di aver, anche solo per un istante, dimenticato di aver di fronte una persona devastata.
Uno dei due chirurghi sta clampando l’aorta con le mani, la tiene stretta in un pugno e da ordine di correre in sala operatoria dichiarando di non sapere per quanto tempo il paziente possa sopravvivere cosi, completamente aperto.
In un batti baleno vengono posizionati sul letto il monitor portatile, tutti i cavi e il medico con l’aorta in pugno.

Corro ad aprire l’altra porta della Shock Room, quella che evita che i pazienti in carico nello stanzone di fianco vedano uno scenario simile.
Quando mi passa di fronte la barella è come se fosse una scena a rallentatore, decido che l’ultima cosa che voglio vedere sono i suoi bianchi occhi. Mi sembra che lui stia fissando i miei, è solo immaginazione perché non può vedere nulla in quello stato.
Seguo, fino a quando non scompare dalla mia vista, il pallido sguardo della sua anima. Ormai il corpo non c’è più, non è più con noi ma sono sicura che qualcosa di più profondo stia rispondendo al mio sguardo e mi sussurri “tranquilla, io non sto soffrendo, ho smesso di soffrire li sulla strada e presto lo capirà anche questo signore con la mano dentro il mio petto”.

Non ricordo nemmeno più se gli ho sorriso come a dire “buon viaggio, un giorno racconterò di te” ma so solo che quello sguardo resterà mio per sempre.
Francesca M.G.

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