Incendi, disastro ambientale e disorganizzazione

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Sono oltre 9.000 gli ettari di terreno bruciati dagli incendi nei primi 6 mesi di quest’anno, con le temperature che martellano da nord a sud un Paese come il nostro ormai senza più acqua causa la scarsità di precipitazioni.

La situazione è drammatica tanto più perché il numero dei roghi segnalati si è già attestato al triplo di quelli registrati negli ultimi 15 anni, dove in questa media ben 6 incendi su 10 sono di origine dolosa. L’opera di questi criminali costa al cittadino circa 10.000 euro per ettaro di terra andato a fuoco, tra spese immediate per lo spegnimento e la bonifica, e quelle a lungo termine per la ricostituzione dei sistemi ambientali ed economici delle aree devastate che potranno dirsi recuperate soltanto dopo un periodo di tempo comunque non inferiore ai 15 anni.

Se è vero che le alte temperature e l’assenza di precipitazioni, ricollegabili indubbiamente al riscaldamento globale, sono tra le cause scatenanti gli incendi, è pur vero che la maggioranza dei boschi nazionali – circa 11,4 milioni di ettari pari ad un terzo della superficie totale – è caratterizzata da una scarsa o modesta sorveglianza. I motivi vanno ricercati in più di un ambito, a dimostrazione del fatto che la soluzione del problema incendi non può ridursi esclusivamente all’individuazione del soggetto che compie l’atto criminale ma abbraccia interi comparti della vita sociale ed economica. Teniamo presente che la piromania interessa una fascia molto ristretta di quei soggetti, generalmente maschi, affetti da disturbi del controllo della condotta, dal 6 al 16%. Le cause sono quindi riconducibili a veri e propri comportamenti dolosi messi in pratica per svariate ragioni di interesse personale o comunque circoscritti per il raggiungimento di uno specifico scopo.

Secondo diversi osservatori, in Italia sembra sia appena marginale l’interesse per il territorio che viene visto non come una risorsa o un valore – per di più protetto dalla Costituzione – e pertanto è destinato a ricevere soltanto attenzioni modeste.

Ad esempio sarebbe necessaria la stesura per un piano di intervento strutturale per generare o migliorare, là dove già esistono, le condizioni economiche e sociali per contrastare l’abbandono delle campagne che permetterebbero di aumentare le funzioni di conoscenza, vigilanza e manutenzione del territorio oggi svolto con razionalità dagli imprenditori agricoli per evidenti loro ragioni di tornaconto aziendali.

L’assenza di una strategia nazionale, porta inevitabilmente a indirizzare le attenzioni più sulle operazioni di spegnimento degli incendi rispetto alla prevenzione che, come si può immaginare, hanno costi totalmente diversi da ridistribuire sui cittadini. Questo errato inquadramento del problema, spiega in parte anche perché l’Italia abbia la più grande forza aerea antincendio in Europa – solo di “Canadair” ben 15 al costo unitario di circa 30 milioni di euro e 5 elicotteri – cosa certo apprezzabile ma sicuramente da rivedere proprio in funzione della necessaria valorizzazione delle opere di prevenzione.

Invece siamo l’unico Paese europeo ad aver demandato alle Forze Armate, Carabinieri e Carabinieri Forestali, un cumulo di funzioni tecnico-amministrative-gestionali rinunciando alla gestione di un problema, che per la sua particolarità, dovrebbe essere affrontato in maniera unitaria senza la separazione di fatto tra prevenzione e intervento sul terreno.

Lo stesso discorso può essere fatto per la prevenzione dei danni causati dalla siccità. La dichiarazione di emergenza causa assenza di acqua decretata da Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna, riconosciuta dal governo Draghi con ristori pari a 36 milioni di euro, sono serviti soltanto a tamponare una situazione di estrema difficoltà nella quale si trovavano e in parte si trovano quei territori regionali dove operano 225 mila imprese che rischiano di chiudere i battenti sotto i colpi della siccità con i danni che hanno superato già i 3 miliardi di euro.

Come riporta Coldiretti, la più grande associazione agricola italiana, “lo stato di emergenza per la siccità riguarda quasi la metà del ‘Made in Italy’ a tavola (44%), con le cinque regioni più colpite che rappresentano il 76% del grano tenero per fare il pane, l’88% del mais per l’alimentazione degli animali e il 97% del riso” [1].

Queste cifre scaturiscono non solo come conseguenza delle variate condizioni climatiche, già note da tempo a tutti e quindi non imputabili a fatti episodici, ma anche da una profonda e persistente disorganizzazione per quanto riguarda gli interventi minimali richiesti, che si trasforma in pericolosi paraventi utili per abdicare alle proprie responsabilità.

Mi riferisco, ad esempio, all’assenza pressoché totale sulla Penisola di invasi per la raccolta di acqua piovana. Ogni anno perdiamo, secondo studi specifici, non meno di 500 mila metri cubi di acqua al minuto (cioè 500 milioni di litri) che potrebbero invece garantire una riserva idrica cospicua alla quale attingere proprio nei momenti di maggiore crisi idrica che, è necessario ripetere, non può ormai essere vista più in un’ottica emergenziale.

È questo un settore ormai strategico per la nostra sopravvivenza e l’“Associazione Nazionale delle Bonifiche” (A.N.B.) d’accordo con le altre associazioni agricole, ha presentato lo scorso 6 luglio un progetto immediatamente cantierabile per la realizzazione di una rete di bacini di accumulo, una specie di veri e propri laghetti, per arrivare a raccogliere il 50% dell’acqua dalla pioggia. Si tratta di 6 mila invasi aziendali e 4 mila consortili da realizzare entro il 2030, multifunzionali e, cosa da non sottovalutare, integrati nel territorio senza uso di cemento [2].

Ma ancora una volta, anche a fronte delle buone intenzioni, vanno segnalate negligenze imperdonabili frutto di sottovalutazioni dei problemi nonché di cattiva gestione amministrativa. Consideriamo ad esempio lo scarso numero di richieste fatte dai Comuni – appena il 44% della totalità – per poter essere inserito nel “Catasto degli incendi” e accedere a tutte le informazioni riguardanti il territorio circostante. E pensare che l’obbligo di censire le aree percorse da incendi e anche quelle che sono risultate esenti, deriva dall’ obbligo stabilito dalla   legge del 21 novembre 200 n. 353 che all’articolo 1, comma 1, statuisce:”Le disposizioni della presente legge sono finalizzate alla conservazione e alla difesa dagli incendi del patrimonio boschivo nazionale quale bene insostituibile per la qualità della vita e costituiscono principi fondamentali dell’ordinamento ai sensi dell’art. 117 della Costituzione” per ribadire al Capo II, articolo 10 (Divieti, prescrizioni e sanzioni), comma 1, che:”Le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio per almeno quindici anni” [3].

Il mancato o parziale utilizzo di questo strumento impedisce non solo l’adeguato aggiornamento delle mappe territoriali ma genera come conseguenza anche l’impossibilità di vagliare la quantità reale di sostanza organica del terreno incendiato, molte volte già sottoposto a stress per le pesanti pratiche agricole intensive, o addirittura per incendi in prossimità del mare, verificare la reale erosione della costa e la conseguente perdita di gradazione salina delle acque circostanti.

Appare evidente che gli effetti del degrado dei territori non possano essere imputati solamente agli incendi e alla mancanza d’acqua ma sono il risultato di diversi fattori sia naturali che antropici, convergenti nel determinare lo stato di desertificazione di una parte cospicua di territorio.

Questo insieme di fattori può essere affrontato soltanto impegnandoci nel mettere in campo tutte quelle azioni che vanno sotto il nome di “prevenzione” e il primo passo necessario e direi propedeutico per i successivi, è quello dell’educazione al rispetto del bene comune attraverso lo sviluppo di forme di responsabilità condivisa e di partecipazione attiva.

Stefano Ferrarese

[1] greenreport.it/news/clima/coldiretti-nel-2022-in-Italia-incendi-triplicati-per-colpa-del-caldo/
[2] https://www.linchiestaquotidiano.it/news/2022/07/04/siccita-l-associazione-delle-bonifiche-presenta-il-piano-l/48495
[3] https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2000;353

 

 

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