Incontro con Martin Scorsese

proiettore Prevost per sala cinematografica
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“Ci sono due modi di presentarvi l’ospite di stasera.
Uno è lungo, e rischiamo di metterci delle ore. L’altro è quello corto.
Preferisco quello corto.”

Martin Scorsese non ha bisogno di presentazioni.
Lo dice Antonio Monda quando lo introduce ad una strapiena Sala Sinopoli, al Parco della Musica di Roma per la Festa del Cinema.
C’è un pubblico giovane, clamorosamente giovane, e in mezzo a tante teste di appassionati di cinema di tutta Italia spuntano anche volti noti (Giuseppe Tornatore, Nicola Piovani, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo).
C’è poco tempo da perdere perché i film italiani di cui Scorsese ha scelto di parlare sono nove.
All’inizio dovevano essere cinque” racconta Monda. “Poi Martin mi chiama e mi dice: facciamo sei”.
Dopo qualche giorno mi richiama: “facciamo otto”.
Arrivati a nove, Monda si è permesso di fermarlo.

È evidente (e risaputo) che Martin Scorsese sia cresciuto con il cinema italiano, e non c’è da scavare molto a fondo per ritrovare nella sua filmografia tanti rimandi, echi, citazioni degli autori più grandi di cui si è parlato ieri.
E dovete considerare che tutti i film che vi mostro stasera li ho visti nell’arco di un tempo brevissimo. Per questo dico che la mia vita è cambiata tante volte in quegli anni”.

locandina del film di Rossellini La presa del potere di Luigi XIV

Se non stupisce rivedere una scena di Accattone di Pierpaolo Pasolini (la sequenza finale cristologica, sulla quale Scorsese si è molto dilungato) o quella di Umberto D. di Vittorio De Sica con l’elemosina fatta fare al cagnolino fuori dal Pantheon, o ancora il ballo di Burt Lancaster e Claudia Cardinale ne Il Gattopardo di Luchino Visconti, alcune sequenze sono invece risultate più sorprendenti.

È il caso di La presa del potere da parte di Luigi XIV, uno dei film “didattici” che Roberto Rossellini realizzò per la televisione italiana negli anni ’70. Scorsese ricorda di averlo conosciuto per caso proprio in quegli anni, ad un festival di cinema nel Salento. Lui era un giovane regista già affermato che voleva raccontargli del suo amore per quel film e di quanto il pubblico americano lo amasse, ma Rossellini non ne voleva sapere.
Non voglio fare arte, quello che in questo momento sento di dover fare è educare”.

Oppure de Il posto del compianto Ermanno Olmi, di cui Scorsese cita a memoria una sequenza parlando dell’uso del montaggio, delle dissolvenze, della colonna sonora.

A dispetto di quello che molti hanno detto o scritto, quella di ieri non è stata una lezione di cinema. Non c’era una platea di alunni e un maestro col microfono in mano.
la locandina del fil L'eclisseLa verità è che ieri, Martin Scorsese era uno spettatore come gli altri, uno spettatore che il talento e il successo hanno portato nell’Olimpo del cinema, ma che non si è mai scrollato di dosso l’emozione che aveva da ragazzo quando guardava quei film in sala, l’euforia che aveva nello studiare sequenze intere, scomporle, analizzarle, metterle al microscopio per capirne i segreti, assorbirle e metabolizzarle.
È stato quel ragazzino che abbiamo visto ed applaudito ieri.
Quello stesso ragazzino che si è messo a battere calorosamente le mani quando è comparso il volto di Monica Vitti ne L’eclissse di Michelangelo Antonioni.
Quello stesso ragazzino che è rimasto senza fiato (e senza parole) di fronte alla sequenza finale de Le notti di Cabiria, e che ha detto qualcosa solo per buona educazione, quando il rispetto e l’amore sincero per quel film gli avrebbero imposto il silenzio.
Quello stesso ragazzino che non ha trattenuto le lacrime quando Paolo Taviani gli ha consegnato il premio alla carriera “a nome del cinema italiano”.

C’è stato l’uomo, non il regista.
Ed è stato un grandissimo momento di cinema.

Lorenzo Tardella

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