India: ancora violenze contro i Dongria Kondh

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Come il popolo Na’vi del film Avatar, a cui spesso sono stati paragonati, i Dongria Kondh conducono da anni la loro battaglia in difesa della loro terra contro lo stato indiano e la multinazionale mineraria britannica Vedanta Resource.
la mappa dello stato di Orissa in India

Sono una delle 62 tribù di Adivasi, gli indigeni nativi che abitano nello stato di Odisha (o Orissa) nell’India orientale. Di religione animista venerano il dio della montagna Niyam Raja e le colline da lui governate, come Niyam Dongar, la “Montagna della Legge” alta 4.000 metri. Vivono di caccia, pesca e coltivano le fertili vallate delle colline del Niyamgiri che, oltre ad essere sacre, sono anche molto ricche di biodiversità e corsi d’acqua.
Ma lo stato di Odisha, insieme ai confinanti Jharkhand e Chhattisgarh, fa parte della cosiddetta “mineral belt” indiana, l’area che racchiude circa il 70% dei giacimenti di carbone, il 56% di ferro e il 60% di bauxite, e che è da anni richiamo della maggior parte degli investimenti stranieri relativi alla produzione di acciaio, alluminio ed energia elettrica. Proprio di bauxite, utilizzata nell’estrazione dell’alluminio, sono ricche le sacre colline del Niyamgiri, e proprio contro uno dei maggiori investitori, la multinazionale Vedanta Resource, i Dongria Kondh conducono da anni una lotta per la sopravvivenza.

Nel 2003 infatti il colosso costruì, senza autorizzazione allo sfruttamento né concessione edilizia, una raffineria di bauxite proprio vicino all’area sacra dei Dongria Kondh. In cambio di nuovi alloggi e compensazioni economiche molte tribù locali furono allontanate dalle proprie terre, rase al suolo con parte della foresta per far posto agli impianti industriali. I Dongria Kondh si ribellarono e, dopo aver rifiutato ogni proposta di compensazione, iniziarono la loro battaglia in difesa di Niyam Raja, il dio della montagna e della Madre Terra, contro lo sfruttamento del giacimento.
Fino al 2009, sostenuti in parte da associazioni ambientaliste e ONG internazionali (Amnesty International, ActionAid, War on Want e soprattutto Survival International), i nativi hanno portato avanti la loro protesta presidiando la raffineria e manifestando per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale, il governo britannico e soprattutto la Chiesa inglese, che all’epoca figurava tra gli azionisti del colosso minerario fondato dal miliardario indiano Anil Agarwal. Nel corso della lotta innumerevoli sono state le intimidazioni e le molestie subite da parte di polizia e militari, alcuni leader sono stati imprigionati e torturati, ma la resistenza della tribù è continuata compatta. Ad agosto di quell’anno finalmente il governo indiano fermò il progetto di ampliamento della raffineria mettendo in dubbio anche la legittimità dell’impianto già in essere. Le accuse, portate avanti soprattutto dal Ministro indiano dell’Ambiente, erano di violazione delle leggi sulla protezione ambientale e sulla protezione delle foreste, oltre al non rispetto delle tribù locali e delle leggi indiane. Il dito fu puntato anche sulle autorità locali di Odisha, accusate di collusione con il colosso minerario per aver dato, tra il 2008 e il 2009, la concessione per l’estrazione della bauxite senza regolare appalto e ad un prezzo sensibilmente inferiore a quello di mercato.
La Chiesa Anglicana, il Governo Norvegese, il gruppo scozzese d’investimenti Martin Currie ed altri azionisti vendettero i loro pacchetti prendendo le distanze da Vedanta. Le conseguenze furono pesanti e il colosso minerario dovette fare marcia indietro e fermare il progetto in attesa che si calmassero le acque. Nel 2013 la Corte Suprema indiana indì un referendum, divenuto storico, che si risolse con il voto unanime dei dodici villaggi Dongria in cui si tennero le consultazioni contro la miniera e il progetto di sfruttamento del suolo di Vedanta.

Ma mentre i Na’vi riescono a liberare Pandora dai militari, i Dongria non hanno mai potuto abbandonare la lotta e in questi anni hanno continuato a denunciare “intimidazioni, arresti arbitrari, torture e rapimenti” nei confronti dei membri della tribù da parte della polizia paramilitare, che accusano di agire negli interessi della Odisha Mining Corporation (Omc), compagnia di stato dietro cui però si cela Vedanta Resources.

Negli ultimi tre anni la situazione si è aggravata e diversi leader sono stati arrestati, hanno subito abusi e pestaggi, sono stati uccisi e uno di loro si è suicidato dopo aver sopportato pesanti torture da parte delle forze di polizia. Li accusano di fare parte della guerriglia maoista, ma per nessuno di loro i funzionari sono stati poi in grado di fornire prove. Bari Pidikaka, uno dei massimi leader della tribù, arrestato e incarcerato nell’ottobre del 2015 mentre rientrava a casa dopo una manifestazione di protesta, è stato trovato morto in cella a fine giugno. Kuni Sikaka, attivista di 20 anni e parente di due importanti leader, è stata trascinata fuori casa in piena notte senza mandato, picchiata e presentata ai media locali come una “maoista arresa”. Dasuru Kadraka, attivista detenuto per oltre 12 anni senza processo, in carcere è stato torturato con i cavi elettrici.

La violenta campagna repressiva ha lo scopo, per adesso non raggiunto, di indebolire la resistenza dei nativi e farli soccombere a quello che viene spacciato come progresso. Ma il progresso, se non rispetta ecosistemi e biodiversità, può uccidere [1] non solo i popoli nativi per i quali la terra rappresenta l’unica fonte di vita.
Il diritto dei Dongria Kondh alla loro terra ancestrale è stato riconosciuto dalla legge indiana e internazionale. Ma la legge del denaro non rispetta le sentenze.
Federica Crociani

[1] http://www.survival.it/ilprogressopuouccidere

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