India: disoccupazione e povertà frenano il premier Modi

India agricoltori
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Lo scorso dicembre il Partito del popolo indiano (BJP), partito del premier Narendra Modi, aveva dovuto registrare, dopo la proclamazione dei risultati delle elezioni parlamentari tenutesi in tre stati dell’India centrale, Madhya Pradesh, Chhattisgarh e Rajasthan, una pesante sconfitta. Le elezioni di maggio per la Camera del popolo potrebbero diventare un incubo per come sembrano mettersi le cose in queste settimane.
Nel mese di febbraio sono previsti comizi sia del primo ministro dell’India che del presidente del partito, Amit Shah per lanciare la campagna elettorale del partito che si preannuncia difficile e, temiamo, a rischio per il carattere profondamente nazionalista e induista del partito e dei suoi leader.

Nel 2014 la straordinaria vittoria che portava Modi a guidare la più “grande democrazia” del mondo, dove l’organizzazione delle elezioni è una spanna sopra a quelle americane, grazie ad un’indubbia debolezza dei suoi concorrenti e alla recessione. E per questo che promise di creare 10 milioni di posti di lavoro all’anno. In questi anni l’economia nel suo complesso è cresciuta tanto che da qualche mese il Pil dell’India ha scalzato quello della Francia al sesto posto della classifica mondiale. Ma come spesso accade, anche nell’emisfero occidentale e sviluppato, questa crescita non è stata altrettanto prorompente per la parte povera della società.

E così quando sono arrivati i dati sulla disoccupazione il premier sembra abbia provato a nasconderli come dimostrano le dimissioni di due membri dell’ufficio governativo. Sono una vera è propria débâcle: il 6,1% è disoccupato secondo quanto rivelato da un’analisi fatta dal National Sample Survey Office. E questo non accadeva da 45 anni. La manodopera, soprattutto a bassa costo, è sempre stato un elemento trainante dell’economia indiana.
Claudio Landi scrive che «senza condizioni di istruzione e di vita decenti e senza politiche per l’ambiente che consentano investimenti infrastrutturali e difesa degli interessi dei coltivatori, l’India ben difficilmente potrà colmare il gap con altre grandi nazioni emergenti: il surplus demografico e la poca disponibilità di terra rendono questi problemi, grandi contraddizioni sociali ed economiche» e conclude dicendo «la destra per ‘superarle’ ha una risorsa politica grezza ma efficace, i conflitti comunitari e il nazionalismo religioso o su basi confessionali; i riformisti dovrebbero avere programmi efficaci» [1].

Va detto anche che molta dell’occupazione di cui si parla nelle statistiche è di fatto sottoccupazione, il che vuol dire che uomini e donne che lavorano per qualche ora a settimana sono considerati occupati. Del resto lo sviluppo andrebbe affrontato meglio visto che non sempre crea lavoro come spiega Michael Safi quando dice che «la crescita che sta guidando il tasso di crescita del PIL in India è per lo più concentrata in settori ad alta intensità di capitale come l’ingegneria del software. Ma le aziende tecnologiche stanno già creando meno posti di lavoro rispetto al passato, una tendenza che accelera con i progressi dell’automazione e dell’intelligenza artificiale» [2].

E poi c’è il tema delle disuguaglianze non sostenibili e per le quali, come specificato da un editoriale di The Guradian, «il regime di Modi non ha fatto molto per fornire un’istruzione universalmente di qualità, un evidente fallimento dello stato indiano che ospita un terzo degli analfabeti del mondo. Il governo indiano ha varato un vasto piano di assicurazione sanitaria, ma ha stanziato solo poche risorse» [3].
Vedremo a cosa servirà il budget messo a disposizione dal ministro delle Finanze per i contadini poveri che con una proprietà terriera di 2 ettari o meno avranno un sostegno al reddito di 6.000 rupie (72 euro al cambio attuale) in un anno per acquistare semi, fertilizzanti e altro utile alla coltivazione, quello per i lavoratori domestici e per altri lavoratori di altri settori che avranno diritto ad una pensione fissa di 3.000 rupie al mese dopo aver raggiunto l’età di 60 anni e per la classe media che vedranno una riduzione delle tasse e un aumento delle agevolazioni fiscali [4]. E vedremo se la decisione di imporre delle limitazioni all’e-commerce e quindi a multinazionali come Amazon e Flipkart, controllata dall’americana Walmart, per provare a rispondere alle proteste di milioni di piccoli commercianti e negozianti sempre più svantaggiati dalla concorrenza dei grandi gruppi.
La sensazione è che in tutto questo non ci sia poco di strutturale e molto di propaganda elettorale, visto che deve rincorrere il partito del Congresso in enorme ascesa e che attraverso il suo presidente, Rahul Gandhi ha promesso un reddito minimo garantito e per fare questa proposta da mettere in campo in caso di vittoria elettorale abbiano chiesto il supporto di Angus Deaton, economista britannico e premio Nobel nel 2015, e dell’economista francese Thomas Piketty. [5].
Pasquale Esposito

[1] Claudio Landi, “Cosa aspettarsi dalle elezioni in India nel 2019”, https://www.nextquotidiano.it/india-elezioni-2019/, 16 Novembre 2018
[2] Michael Safi, “La crisi dell’occupazione in India getta ombre sulle speranze di rielezione di Modi”, https://www.theguardian.com/world/2019/feb/01/indias-jobs-crisis-casts-shadow-over-modis-re-election-hopes, 1 febbraio 2019
[3] “The Guardian view on India’s Mr Modi: suppressing inconvenient facts”, https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/feb/01/the-guardian-view-on-indias-mr-modi-suppressing-inconvenient-facts, 1 febbraio 2019

[4] https://www.financialexpress.com/budget/budget-2019-prime-minister-modis-mega-game-changers-in-the-election-budget/1466080/, 1 febbraio 2019
[5] D.K. Singh, “Thomas Piketty & Angus Deaton help frame Rahul Gandhi’s minimum income promise”, https://theprint.in/politics/behind-rahul-gandhis-minimum-income-promise-a-nobel-laureate-modern-marx/185532/, 31 gennaio 2019

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