India: il Kashmir non è più uno Stato

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A Srinagar, capitale del Jammu e Kashmir, India, un attentato in un mercato ha provocato, ieri, la morte di una persona e il ferimento di 25 persone, fino al momento in cui scriviamo. Qualche giorno fa, in un’altra città, Sopore c’era stato un attacco simile con altri feriti.
Perché questa recrudescenza?
Lo scorso 5 agosto, il premier indiano Narendra Modi, probabilmente forte di una vittoria poderosa alle elezioni di fine maggio, ha revocato l’articolo 370 della Costituzione che concede, dal lontano 1948, allo stato del Kashmir & Jammu una condizione speciale riducendolo da stato a territorio dell’Unione indiana a partire dal 31 ottobre. L’unico ostacolo potrebbe essere un voto della Corte costituzionale che, interpretando la legge come un attacco alla forma federale del nazione indiana, creerebbe un pericoloso precedente.
Lo stesso articolo della Costituzione impedisce agli indiani che non sono nati nel Kashmir (stato a maggioranza musulmana) di trasferirvisi e vieta la proprietà di case e terreni.
Più in dettaglio ciò che si sta mettendo in atto è la separazione tra «il Jammu (la cui popolazione è a maggioranza hindu) e il Kashmir [che] avranno uno statuto speciale. Territorio apparentemente autonomo ma controllato direttamente da Delhi, diventerà il vicino Ladakh. Sarà l’unico a maggioranza buddhista del paese, il 58%. Più o meno come lo stato del Punjab, dove i sikh hanno la stessa maggioranza: per l’estremismo religioso dell’RSS [organizzazione di volontariato paramilitare di destra indiana, nazionalista indù, ndr] e del BJP [Bharatiya Janata Party (Partito del Popolo Indiano) il partito di Modi, ndr] il buddhismo e la religione sikh sono parte della stessa famiglia allargata dell’induismo. […] Alle pendici dell’Himalaya l’India sta dando vita a una nuova Palestina. Fatte le debite proporzioni, naturalmente: eccetto Pakistan e Cina, nessuno mette in discussione la sovranità indiana su quella parte del Kashmir. Ma le similitudini con l’insolubile situazione palestinese, sono molte. A partire dallo smembramento territoriale e continuando con il mutamento demografico che l’India ha in mente» [1].

In un’area che nel corso della sua storia è già stata movente e teatro di guerre e rivolte sanguinose quello che potrà accadere e che in parte è già iniziato ad accadere è facile da prevedere. Questa pericolosa forzatura che calpesterà i diritti degli abitanti del Kashmir è stata possibile anche per la straordinaria forza politica e popolarità che Modi ha da molti anni e per aver «creato l’ufficio del primo ministro più potente e centralizzato dai tempi di quello di Indira Gandhi 35 anni fa, concentrando molte funzioni di gabinetto nelle mani di collaboratori stretti. Il partito di Modi ha ottenuto una seconda maggioranza parlamentare consecutiva e ha ampliato radicalmente la sua presa sugli stati dell’India: oggi, due terzi di tutti i governi statali si affidano al BJP o ai suoi alleati. Se le attuali proiezioni valgono, il BJP e i suoi alleati potrebbero occupare la maggioranza nella Camera alta del parlamento indiano – che deve confermare la legislazione più importante approvata nella camera bassa – entro la fine del prossimo anno» [2].

Se la componente etnico-religiosa del partito è alla base delle decisioni del premier, va anche detto che un’altra ragione è quella di distogliere gli indiani dagli insuccessi economici, dagli scandali che ci sono stati e da ultimo i problemi di inquinamento, in particolare a Dehli, come dimostrano le prime pagine dei giornali indiani. È stata anche evidenziata una risposta ai problemi di sicurezza che sarebbero derivanti dall’arrivo di terroristi da aree siriane o dall’Afghanistan con l’eventuale definitivo ritiro delle truppe americane. Sta di fatto che questa decisione per una storia dolorosa come quella del Kashmir non può che essere sbagliata. Se da una parte «è stato il colpo finale in una lunga serie di tradimenti e umiliazioni per mano dello stato indiano che ha eroso l’identità costituzionale e politica del Kashmir. […] Il Kashmir è stato sotto assedio negli ultimi tre decenni. La repressione intermittente del governo indiano su militanti e dissidenti ha sollevato accuse di diffuse violazioni dei diritti umani, tra cui torture e stupri. [dall’altra], l’infiltrazione transfrontaliera dal Pakistan ha alimentato ulteriori violenze nella valle. Un numero crescente di abitanti celebra la militanza locale con una morbosa passione. E non c’è ancora stato un conto per la pulizia etnica negli anni ’90, quando militanti e gente del posto hanno espulso in massa gli Indù del Kashmir, né per la scomparsa di centinaia di uomini nelle mani delle forze di sicurezza e degli insorti» [3].

Non è un caso che ancora prima dell’annuncio ufficiale del cambiamento di status il governo indiano abbia provveduto ad inviare «migliaia di poliziotti e di soldati per impedire manifestazioni e rivolte. Ci sono stati migliaia di arresti, sono stati chiusi i mercati, il business è rimasto paralizzato. Per più di due mesi la regione era stata completamente isolata: niente comunicazioni telefoniche, internet, trasporti. Solo dopo 71 giorni i cellulari hanno ricominciato a suonare ma il servizio di sms restava bloccato. Il ritorno alla normalità è stato avviato ma così anche il terrorismo: lo stesso giorno in cui i telefoni avevano ricominciato a funzionare un importatore e un operaio hindu sono stati assassinati» [4].

Pasquale Esposito

[1] Ugo Tramballi, “Kashmir, una Palestina sull’Himalaya”, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/kashmir-una-palestina-sullhimalaya-23779, 7 Agosto 2019
[2] Milan Vaishnav, “The Strange Triumph of Narendra Modi”, https://www.foreignaffairs.com/articles/india/2019-11-04/strange-triumph-narendra-modi, 4 Novembre 2019
[3] Pratap Bhanu Mehta, “Winning Kashmir and Losing Indiahttps://www.foreignaffairs.com/articles/asia/2019-09-20/winning-kashmir-and-losing-india, 20 Settembre 2019
[4] Ugo Tramballi, “India: il Kashmir secondo Modi”, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-il-kashmir-secondo-modi-24248, 30 ottobre 2019

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