India: le proteste creano problemi al Premier Modi

bandiera dell'India
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Nelle ultime settimane il primo ministro indiano e leader del nazionalista Bharatiya Janata party (BJp), Narendra Modi ha più di un motivo di preoccupazione.
Dalla fine di luglio quando ci sono state molte polemiche dopo la presentazione in Parlamento del rapporto sull’Indice di povertà multidimensionale (Mpi) risultato del lavoro dell’Iniziativa per la povertà e lo sviluppo umano dell’Università di Oxford. Si tratta di cifre impressionanti: 440 milioni di individui in condizioni di povertà estrema in otto Stati dell’India. Per quanto contestate siano le modalità di analisi il tema è scottante ed ha generato una grande apprensione [1].
A fine agosto il premier ha dovuto rinunciare alla riforma agraria che secondo il progetto, attraverso l’acquisizione di terreni agricoli, avrebbe dovuto favorire lo sviluppo in senso industriale delle produzioni agricole. Ma le critiche dell’opposizione che ne vede un vantaggio per i grandi gruppi e calcoli elettorali hanno spinto il governo a farfe marcia indietro [2].
Altra riforma sotto accusa è quella sulla modernizzazione del sistema economico per snellire il corpo di leggi sul lavoro (44 a livello nazionale e più di 150 a livello locale) tra le aziende con oltre 300 dipendenti. Un job act:  flessibilità nei licenziamenti per ridurre personale e chiusura di aziende improduttive. Il due settembre c’è stato uno sciopero generale che in alcuni città ha visto anche scontri con la polizia.

Ma la situazione più delicata, per la vastità della protesta, è quella che da settimane ha organizzato la comunità Patel [3] nello stato del Gujarat, in India occidentale. Ci sono stati alcuni morti tra gli attivisti e i poliziotti con diversi feriti, decine di stazioni di polizia incendiate e imponenti manifestazioni nella capitale dopo uno sciopero della fame degli attivisti degenerato per l’intervento scriteriato della polizia locale.
Il governo ha inviato l’esercito, proclamato il coprifuoco e poi ha bloccato i servizi di messaggistica, Whatsapp compresa, per impedire l’organizzazione delle proteste. Il primo Ministro è comparso in tv per fare un appello a mantenere la calma evitando violenze.
Hardik Patel, il giovane e carismatico leader del movimento Patidar Anamat Andolan Samiti (Paas) chiede con determinazione che il governo inserisca i Patel nella lista delle caste svantaggiate (Other Backward Class, Obc) o in alternativa le abolisca completamente per evitare che i giovani Patel siano discriminati e quindi impossibilitati a migliorare il loro status.

La comunità Patel rappresenta il 20% circa degli oltre 63 milioni di abitanti del Gujarat, di religione hindu i cui membri si sentono di appartenere alla stirpe che fa capo al mitico dio guer­riero Ram idolo della destra ultrainduista indiana. Appartengono ad una bassa classe media e in genere sono proprietari terrieri e commercianti, ma anche colletti bianchi  e tutti con un’aspirazione a scalare la piramide sociale.
In India le cose non vanno benissimo e si ritengono svantaggiati rispetto ai più poveri compresi gli esclusi, i paria, che godono di quote per l’accesso all’impiego pubblico o nelle università. La Costituzione indiana degli anni cinquanta dopo l’abolizione delle caste ha previsto dei meccanismi di protezione per i più poveri con l’obbiettivo finale di accorciare le distanze tra le classi sociali.
L’Indian Dream del premier Modi sembra svanito.

Tommaso Bobbio, storico dell’India contemporanea «lega le proteste dei Patel alle contraddizioni del modello economico ultraliberista promosso dall’attuale premier indiano Narendra Modi. «Quello che sta succedendo in questi giorni nello stato del Gujarat è la dimostrazione ei limiti del modello di sviluppo portato avanti da Narendra Modi, il cosiddetto ’Modello Guja­rat’. Un modello basato sull’esclusione, che taglia fuori dal benes­sere larghe fasce della popolazione”» [4].
E non è un caso se poi lo sciopero indetto per queste politiche ottiene adesioni elevate.

Invece in un editoriale il New York Times insiste sulla difficoltà a far passare le riforme di mercato. Scrive che con 600 milioni di persone con 25 anni o meno la fame di lavoro è impellente e «non dovrebbe sorprendere che i giovani indiani, in particolare quelli della classe media come i Patel, siano frustrati. Molti hanno diploma di scuola superiore, ma ancora non posso svolgere le professioni che vorrebbero. […]. In teoria, un numero crescente di lavoratori istruiti dovrebbe aiutare la crescita dei settori manufatturiero e dei servizi. Ma le aziende in India non sono in grado o non vogliono investire perché è difficile lavorare in quella realtà. La cronica carenza di energia, ad esempio, rende costoso o impossibile la creazione di fabbriche in molte parti del paese. Le leggi federali e statali sul lavoro obbligano le grandi aziende a ottenere l’approvazione del governo prima di licenziare i lavoratori incoraggiano le imprese a rimanere piccole o ad assumere lavoratori a contratto. E può essere molto difficile far rispettare i contratti, perché tribunali indiani hanno molti casi che si trascinano per anni» [5].
Le promesse al momento non sono state mantenute e quel popolo che ha appoggiato il premier per la sua elezione inizia a voltargli le spalle.
Pasquale Esposito

[1] “La povertà delle famiglie sfida statistiche e politica”, www.misna.org, 27 luglio 2015
[2] “Acquisizione dei terreni agricoli, governo ritira la legge”, www.misna.org, 31 agosto 2015
[3] Un recente e interessante artioo sulle caste e la comunità Patel è Raimondo Bultrini, “La battaglia delle caste”, la Repubblica, 3 settembre 2015, pp. 34-35
[4] Matteo Miavaldi, “India – Traditi dall’Indian Dream: la protesta dei Patel”, www.ilmanifesto.it, 1 settembre 2015
[5] “India’s Middle-Class Revolt”, www.nytimes.com, 7 settembre 2015

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