India. Matteo Miavaldi ci parla della leadership di Modi, di ambiente e condizione delle donne

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A Matteo Miavaldi abbiamo rivolto alcune domande sull’India, in particolare ci siamo soffermati sui temi ambientali, sulla condizione femminile e sul patriarcato, sulla leadership che sembra inamovibile del premier Narendra Modi.
Matteo Miavaldi è sinolgo, giornalista televisivo e produttore, collaboratore de il Manifesto ed ex redattore capo per l’India di China Files. Nel 2013 ha pubblicato I due Marò. Tutto quello che non vi hanno detto (Edizioni Alegre).

 

Lei ha vissuto molti anni in India. Quando e come è nato questo suo interesse?

Ho vissuto in India quasi sette anni, in Asia quasi dieci. Sono arrivato al giornalismo dallo studio delle lingue orientali e nonostante abbia una preparazione accademica da sinologo sono arrivato in India, per motivi personali, nel 2011. Ci sono poi rimasto fino a metà 2018.

La questione ambientale. In India, un po’ come in tutta l’Asia, i fenomeni atmosferici estremi sono aumentati in conseguenza del cambiamento climatico. Inoltre i livelli di inquinamento in particolare da ora fino a febbraio risultano insopportabili in molte aree del Nord. Quanta consapevolezza c’è tra i cittadini? Quanto e se la questione ambientale è entrata nelle agende della politica e del governo di Modi? Ci sono atti concreti?

La consapevolezza esiste sicuramente per la fascia più benestante della popolazione, che ha gli strumenti sia per apprezzare la portata del problema da un punto di vista medico-scientifico sia per tutelarsi, privatamente, dagli effetti che l’inquinamento ha sulla propria salute. Sono cioè in grado di investire denaro in purificatori dell’aria e limitare al minimo le ore di esposizione all’aria aperta durante la stagione fredda – o, in alcuni casi, di svernare fuori dalle città.
Per il resto della popolazione urbana, la maggioranza meno abbiente, la consapevolezza – minore ma non assente – si scontra con l’impossibilità di dedicare parte del proprio budget familiare alla tutela della salute.
Le misure del governo in questo senso rimangono piuttosto superficiali. Porre l’accento su misure di tutela ambientale senza disporre di fondi per investire in modo massiccio sull’energia verde e nella riconversione della forza lavoro in attività produttive green (questa la situazione indiana) significherebbe rallentare la crescita economica. Una scelta che il governo di Narendra Modi non ha alcuna intenzione di fare, preferendo annunci propagandistici come la pulizia completa del fiume Gange o la campagna «India Pulita» per incentivare la popolazione urbana a tenere pulite le strade e le città. Misure inefficaci e che non prefigurano il cambio paradigmatico di cui l’ambiente indiano necessita.

Un altro tema che per noi, come rivista, è esiziale nella crescita e nel futuro delle comunità è il ruolo della donna. L’India mi sembra, con tutti i limiti di una vista occidentale, che non sia un paese per le donne. Non è solo per la sistematica violenza contro di esse, ma è anche una situazione discriminatoria a molti livelli. Gli esempi di discriminazione profonda sono a lavoro, nell’istruzione, o addirittura nella disponibilità dell’acqua nelle regioni più emarginate. Mi colpì un suo articolo del 2013 in cui spiegava come la disponibilità dei bagni pubblici, soprattutto nelle zone povere, fosse molto problematica per le donne. Cosa è cambiato da allora? Il sistema patriarcale quanto è responsabile di questa condizione a tratti disumana? Esiste un movimento femminista, associazioni che si sono affermate in questi anni?

Esiste un movimento femminista urbano, animato da gruppi di giovani studentesse universitarie che reclamano il proprio spazio nell’agone della politica universitaria, anticamera della politica nazionale. Tra i movimenti più interessanti in questo senso mi sento di segnalare Pinjra Tod  e, ancora più interessante poiché non strutturata, l’esperienza dell’occupazione di suolo pubblico di Shaheen Bag
Sulla situazione nell’India rurale non mi sento di sbilanciarmi, ma di certo la spinta per la rivendicazione di maggiori diritti per le donne arriverà da chi ha il privilegio di poter lottare, cioè dalla classe media urbana in su, facendo proprie anche le istanze delle classi subalterne.
Il sistema patriarcale, trasversale in ogni comunità religiosa indiana, è interamente responsabile del perpetuarsi di tali condizioni discriminanti. Di fronte a uno tra i governi più bigotti e oscurantisti della Storia indiana, la lotta al patriarcato si somma a quella contro l’islamofobia e all’ultraliberismo, come dimostra l’iniziativa delle donne di Shaheen Bagh. Questa è la buona notizia: nonostante non si apprezzino cambiamenti sensibili nella condizione della donna in India, esiste un fermento trasversale che prova ad organizzarsi e far sentire la propria voce. Significa che la lotta è iniziata.

Il premier Modi e il Bharatiya Janata Party (BJP, Partito del Popolo Indiano) di cui è leader indiscusso, sono da anni impegnati a spostare l’asse istituzionale verso uno stato confessionale di matrice indù anche con una politica di repressione violenta. Gli avversari principali sono i musulmani che sono 200 milioni di persone in India. I segnali sono molti ed evidenti dalla sentenza della Corte Suprema che concede agli indù di costruire un tempio nei pressi della moschea Babri Masjid, costruita nel 1528, e distrutta dagli estremisti nazionalisti indù nel 1992, alla legge sulla cittadinanza, alla revoca dell’articolo 370 della Costituzione che degrada il Kashmir & Jammu da stato a territorio dell’Unione indiana. Sarà possibile arrestare quest’onda suprematista? Quali sono le opposizioni politiche e della società civile che provano ad arginare il progetto di Modi?

È difficile dire se sarà possibile arrestarla. Al momento appare invincibile, in mancanza di un’opposizione forte in grado di imporre una narrativa diversa rispetto alla propaganda della destra hindu. La società civile, prima della pandemia, si era raccolta attorno alla lotta contro la nuova legge per la cittadinanza (Citizen Amendment Act) e ha mostrato come, pur in mancanza di una comune bandiera di partito, esista in India un blocco di opposizione all’amministrazione Modi eterogeneo ma diffuso. Come tradurre questo blocco in una forza politica – o un’alleanza politica – in grado di contrastare lo strapotere della destra hindu alle urne sarà il tema politico principale del futuro prossimo indiano. Dal 2014 ad oggi nessuno ci è ancora riuscito.

Forse una risposta per un freno al dominio a livello federale di Modi può venire dalla profonda crisi economica in cui si trova l’India e non solo per gli effetti del coronavirus? Del resto Modi aveva promesso scintille sul piano economico. Che ne pensa?

Penso che le promesse di crescita economica disattese dal governo Modi siano già messe in secondo piano, a livello popolare, coperte da una propaganda martellante sull’identitarismo hindu e sulla creazione del nemico per attirare consenso (ora i pachistani, ora i kashmiri, ora i cinesi, ora i musulmani, ora gli studenti di sinistra…). La dura crisi economica che il Paese si prepara ad affrontare sarà di certo un momento spartiacque. Rimane l’incognita: se non governa la destra hindu, chi può farlo oggi, a livello nazionale? In molti sperano che l’Indian National Congress (Inc) intraprenda un percorso di riforme interne e rinverdimento della classe dirigente, magari affrancandosi dal dominio della dinastia Nehru-Gandhi, così da poter rappresentare un’alternativa concreta alla governance dell’ultradestra hindu.

Veniamo alle relazioni internazionali. Lei ha detto in qualche occasione che l’India è di fatto assediata agli stati vicini, dalla Cina innanzitutto. Quanto è responsabilità di una diplomazia incapace? Cambierà qualcosa con Joe Biden? Secondo lei quanto l’India potrebbe diventare una sponda nello scacchiere asiatico per l’Europa anche in funzione anti-Pechino?

La diplomazia miope della destra hindu, che predilige ritorni immediati in termini di consenso interno alla costruzione o mantenimento di legami duraturi con i Paesi vicini, ha sicuramente contribuito al peggioramento del quadro geopolitico indiano. Ma tanto fa anche l’impossibilità di contrapporsi al peso geopolitico cinese sia in ambito economico sia in ambito militare. L’India si è raccontata per decenni come contraltare asiatico della Cina, ma non dispone della potenza di fuoco economica o militare per rappresentare una minaccia.
La politica estera di Joe Biden è un enigma a livello globale, quindi anche per l’Asia meridionale. Sono convinto che non esistano schieramenti netti e ideologici come qualche decennio fa e che, di conseguenza, la stessa definizione di scacchiere non sia più applicabile al contesto geopolitico mondiale. A scacchi si gioca in due; qui giocano tutti contro tutti e tutti con tutti, a seconda delle esigenze.

Un’ultima domanda: cosa suggerirebbe, anche per evitare errori nell’approccio, a chi vuole avviarsi alla conoscenza di questo paese che di fatto è un continente?

Consiglio di affidarsi principalmente a fonti indiane e di resistere alla tentazione di trarre conclusioni affrettate e omnicomprensive del Paese.

Pasquale Esposito

 

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