Indie-rock, trap, remix: ne parla Alberto Paolo Rossi

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Erano molti mesi che ci scrivevamo con Alberto. Un rapporto formale come quello tra chi propone un’artista, un concerto, un disco della sua agenzia e chi come me prova a scriverne, bene o male. Un rapporto formale sì, ma intuivo la leggerezza dell’approccio. Poi qualche giorno fa, dopo la sua ultima proposta per l’esordio della cantautrice genovese, Lobina (a proposito bella voce ma non saprei mettere ordine ai miei pensieri sul suo spartito) ho pensato che sarebbe stato interessante capire qualcosa di più del suo lavoro e del suo approccio alla musica. E così è nata l’intervista ad Alberto Paolo Rossi della Fleisch Agency.

Nell’agenzia con cui lavora si occupa di “indie rock”. Me ne darebbe una definizione? E perché dare un’etichetta indie al rock?
Il termine “indie” ha diverse accezioni ed è difficile ricondurlo a un unico significato. In quanto abbreviazione di “independent” rivendicherebbe l’indipendenza dalle major discografiche e dalla loro tendenza a privilegiare il valore di mercato rispetto al valore artistico. Ma è una prospettiva datata, oltre che un po’ ingenua e ideologica. Diciamo che il termine viene usato per indicare ciò che non è “mainstream”, ciò che è “underground” e in quanto tale non diffuso tramite i canali principali. Però la parola indica anche un genere musicale proprio. Semplificando, per rimanere sul rock, l’indie rock oggi in Italia è quel genere derivato dalla scena anni ‘90, dalla triade Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena, e prima di loro i Ritmo Tribale. Lo definirei come un linguaggio musicale che non fa del gancio melodico l’oggetto principale della sua ricerca, o in altre parole che non insegue il ritornello killer a tutti i costi. Ma ci tengo ad aggiungere che l’agenzia non tratta esclusivamente questo stile musicale.

Personalmente cerco di dare uno spazio particolare agli esordi che per me è come provare a capire dove va la musica popolare: rock, blues, punk, folk, … Quali sono i due/tre esordi, senza limiti geografici, degli ultimi dieci anni che ci hanno suggerito una direzione?
In Italia non si può ignorare la trap. Credo quindi che la Dark Polo Gang con “Full Metal Dark” (2015) abbia davvero tracciato un solco sulla scena di questo paese. Penso che la trap sia un fenomeno interessantissimo sotto molti aspetti: la diffusione totale e pervasiva, la rottura intergenerazionale, la trasformazione della lingua italiana, ma soprattutto il fatto che grazie alla sua natura oceanica sia praticamente impossibile da inquadrare, ordinare, incasellare. La trap vive libera, tra i ragazzi di oggi, fuori dagli schemi mentali di qualsiasi critico ed esperto. La disintermediazione è poi un fatto compiuto: decine e decine di trapper creano, distribuiscono e promuovono la loro musica in totale autonomia. Trovo che sia un esempio perfetto di cultura post-novecentesca.
In campo internazionale direi “Immunity” (2013) di Jon Hopkins, che non è un esordio però credo sia un tassello fondamentale della musica elettronica “di timbro”, che non vive di sole pulsazioni. Hopkins secondo me in quest’album l’ha innalzata a livelli espressivi inediti e magnifici. Aggiungo “Channel the Spirits” (2016), il primo album di The Comet Is Coming, un gruppo che sta donando preziosissima linfa vitale al jazz.

Nel suo lavoro di supporto e comunicazione agli artisti, alle loro opere o alle loro performance quale è stato il momento più entusiasmante e quale la delusione più cocente? Ce lo racconta anche con i motivi che glielo fanno dire?
Più che un caso specifico le parlerei di una tendenza che riscontro in modo costante nel mio lavoro sugli esordienti, per i quali è complicato attirare l’attenzione mediatica che meritano. Per quanto i loro contenuti siano validi, in alcuni casi superiori a quelli di musicisti più esperti, i debuttanti si ritrovano a giocare una lotta impari con gli artisti consolidati, ai quali è dedicata un’attenzione a volte ingiustificata, perché slegata dalla loro abilità professionale del tempo presente. La verità, a guardarla bene un po’ triste, è che gli artisti famosi non hanno bisogno di contenuti. Il motivo, secondo me, è che il lato professionale dei musicisti non viene preso abbastanza in considerazione. Come tutti i mestieri, fare il musicista richiede impegno, dedizione, costanza. Nessuno andrebbe da un dentista che era bravo dieci o vent’anni fa, mentre nella musica spesso la fama pregressa prevale sull’effettiva bravura. Questo a volte è un po’ frustrante, però al tempo stesso getta una luce magnifica su quei musicisti già affermati che continuano a mettersi in gioco e migliorarsi.

Parliamo un po’ di lei. È laureato in musicologia e poi ha fatto un master in comunicazione in musica. Quando e come fece le due scelte? Sono stati studi consecutivi? I lavori che ha svolto sono stati sempre in campo musicale? Quanto gli studi in musicologia la aiutano nell’attuale lavoro?
Le due scelte sono arrivate piuttosto tardi, una dietro l’altra, ero più vicino ai trent’anni che ai venti, mi occupavo di tutt’altro. Diciamo che ero mosso da una grande passione per le idee e le teorie musicali. Rispetto all’attuale lavoro, probabilmente gli studi mi permettono di ascoltare musica nuova con maggiore consapevolezza, di riuscire a capire cosa succede mentre fluisce, di avere orecchio, in sintesi.

Mi accennava ad un suo studio, la tesi di musicologia?, dove si è occupata della logica del remix. Ci spiega di cosa si tratta?
Era una riflessione sul concetto di autorialità aperta. Alla luce della perdita di valore economico della musica registrata negli ultimi decenni, alcuni autori avevano deciso di utilizzarla per creare una maggiore connessione tra autore e fruitore. In che modo? Concedendo al fruitore di intervenire direttamente sul materiale musicale attraverso il remix. Mi ero concentrato sulla figura di Trent Reznor. Lui aveva fatto cose come invitare i fan a scaricare illegalmente i suoi album, distribuire chiavette USB contenenti la sua musica nei palazzetti durante i concerti, e poi era stato il primo a mettere online le tracce di un suo brano e a consentire il remix a chiunque volesse.

Il critico musicale Gianpiero Cane nel suo “Confusamente il Novecento” scriveva: «Il rock ha avuto l’eleganza affettata dei Beatles, la carica sensuale dei Rolling Stones, le belle forme dei Doors, i deliri improvvisativi di Jimi Hendrix, ma insieme a ciò è degenerato nello stupido tam-tam elettronico, fino al vuoto ideativo della disco music». Quanto ci si trova o quanto c’è di esagerato nella valutazione dell’autore?
Trovo che ci sia molto di esagerato. Per quanto mi riguarda, gli anni ’60 sono stati il decennio più importante nella storia della popular music. Ciò che hanno fatto Lennon, Dylan, Hendrix, Richards e moltissimi altri è straordinario e ha inciso non solo sulla musica, ma sulla cultura occidentale in generale. Tutt’ora il sound di tre quarti delle canzoni che ascolto poggia sulle chitarre, e deriva più o meno direttamente dalla musica di quel periodo, però elevare il rock al di sopra dei generi successivi mi sembra una scelta poco obiettiva, un ragionamento da tifoso. La musica si evolve di continuo e credo che ogni stile contenga aspetti interessanti.

Tornando al suo lavoro. Il mondo dell’indie rock quello più famoso e quello meno spesso non scende sotto Roma. Parlo dei concerti soprattutto. Vedo nei tour che spesso Napoli è saltata, ci sono con tutto il rispetto città minori ma cosa accade? Non ci sono strutture ricettive sufficienti? L’accoglienza? Spettatori poco interessati?
Probabilmente un insieme di cose. La domanda per eventi dal vivo proviene in buona parte da studenti universitari, quindi le città del centro-nord che ospitano grandi atenei partono avvantaggiate. Più in generale sottolineerei che gli attori del circuito live (promoter, club, agenzie di booking) non sono altro che imprese, e come tali incontrano tutte le difficoltà che affliggono chi cerca di fare impresa in certe zone del sud Italia. Servirebbe forse più coraggio da parte di chi possiede più mezzi e certezze, come i grandi nomi del pop italiano. Invece che fare dieci concerti di fila a San Siro, si potrebbe pensare di muoversi fra gli stadi di tutta la penisola.

Ciro Ardiglione

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