Indonesia. Alla presidenza si conferma il moderato Widodo

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In sole sei ore gli indonesiani, sparsi in oltre 17.000 isole hanno votato scegliendo tra più di 250.000 candidati in 809.500 seggi elettorali e per cinque livelli di governo compreso quella di presidente dell’Indonesia. In quella che viene definita la terza più grande democrazia al mondo, secondo il Centro di studi strategici e internazionali (Cyrus Network) l’è stata dell’82% [1] e da questo punto di vista si tratta di una rarità nel mondo delle democrazie liberali e da un peso sicuramente maggiore ai risultati. Gli aventi diritto sono oltre 193 milioni e di questi due vivono all’estero.

I primi exit polls danno un vantaggio di oltre il 10% al presidente uscente Joko “Jokowi” Widodo (55%) del liberaldemocratico Partito democratico indonesiano di lotta rispetto al suo principale sfidante, Prabowo Subianto (45%) del Partito del movimento della grande Indonesia, una formazione nazionalista e di destra. Al momento in cui scriviamo entrambe i contendenti si dichiarano vincitori. Una sfida che si è ripetuta per la seconda volta dopo le precedenti presidenziali del 2014. Per diventare Presidente, in Indonesia, il capo dello Stato è anche capo del Governo, deve ottenere non solo la maggioranza a livello nazionale ma anche il 20% dei voti in oltre la metà delle province del Paese.

Per assicurare le elezioni e gli scrutini si muove una straordinaria macchina burocratico-amministrativa che per consegnare le schede elettorali vengono impiegati i cavalli o le canoe e che deve consentire, anche in remoti e piccoli villaggi, a tutti coloro con almeno 17 anni di età, e chi è sposato anche meno come le donne che votano a 16 anni, di esprimere le proprie preferenze. La legge elettorale vieta sia a poliziotti che ai militari di votare perché devono essere neutrali.
Per votare occorre essere in possesso della carta d’identità elettronica ma questo significa che «nella provincia più orientale indonesiana di Papua, meno del 50% degli aventi diritto ha una carta d’identità elettronica, secondo il ministero dell’Indonesia. In altre zone oltre 1,6 milioni di indigeni potrebbero non essere in grado di votare per lo stesso motivo»[2]. Il sistema elettorale prevede, al fine di evitare che si voti due volte vengano «usate più di un milione e mezzo di bottiglie di inchiostro indelebile halal (permesso dall’Islam: in Indonesia il 90 per cento della popolazione è musulmana), su cui viene fatto immergere un dito finita la procedura di voto» [3]. Nelle aree remote della Papua occidentale, però, il sistema è il “noken” dalla borsa tipica della provincia che implica o che il capo della comunità locale voti per tutti i componenti della comunità o che ogni elettore voti per sé ma inserendo pubblicamente la scheda nella noken. Con tutto quello che ne consegue in termini di segretezza e controllo del voto.

La campagna elettorale ha riguardato molti temi, finanche la scienza, con la comunità scientifica indonesiana che contesta le disposizioni circa l’obbligatorietà degli accademici, pena decurtazione dello stipendio, di pubblicare su riviste internazionali, il taglio dei promesso dal governo Widodo al Fondo per la scienza indonesiana dell’AIPI e l’accorpamento dei fondi che finirebbe sotto un’agenzia unica che metterebbe a rischio l’indipendenza della ricerca [4].
Tra le dispute più importanti ci sono quelle relative all’economia e all’identità nazionale collegata alla religione e in parte al ruolo della Cina nel paese. Da più parti si denuncia un allargarsi del fondamentalismo islamico tanto che il presidente uscente, sicuramente pluralista e moderatamente religioso, per ingraziarsi alcune aree delle comunità islamiche «ha scelto come proprio vicepresidente Kiwi Hajj Ma’ruf Amin, capo del Consiglio degli ulema indonesiani, contrario alla comunità LGBTQ e intenzionato a limitare i luoghi di culto per i cittadini di fede non musulmana» [5]. Senza dimenticare il ruolo avuto dal religioso nel 2016 quando venne incarcerato per blasfemia l’allora governatore di Jakarta, Basuki Tjahaja Purnama ed ex vice di Widodo la cui sola “colpa” fu quella di essere un cristiano della minoranza sino-indonesiana. Una vicepresidenza che indubbiamente ’allarma le tante minoranze del paese che professano religioni diverse (il 12% circa della popolazione) anche per alcuni attentati terroristici tra cui quelli a Giacarta e a Surabaya. Va anche detto che «l’anti-terrorismo di Jakarta ha continuato nel tentativo di estirpare sul nascere ogni attività di gruppi militanti, alcuni di essi affascinati dall’ascesa dell’Isis in Medio Oriente. […] Il governo Widodo ha messo fuori legge l’organizzazione islamica radicale Hizb ut-Tahri, parte della coalizione, ma tra i vari componenti dell’alleanza anti-Ahok sono spuntate altre divisioni. Una potenziale fonte di destabilizzazione in vista del voto di aprile sembra quindi contenuta, o almeno meno preoccupante di quanto ci si aspettava»[6].

Dicevamo dei temi economici. L’Indonesia ha continuato a crescere al ritmo del 5%/6% che seppur meno alto resta una crescita che non toglie nulla alle previsioni di qualche esperto che vede l’Indonesia la quarta economia la mondo nel 2050. Molti intervento strutturali, soprattutto grazie agli investimenti cinesi, hanno consentito passi in avanti. Poi, rispondendo alle critiche del suo avversario e di molti indonesiani nell’ultimo anno ha fatto crescere i salari e il welfare per i più poveri, ma questo non è bastato perché l’inflazione è alta, le disuguaglianze restano grandi e la povertà, pur essendo diminuita, resta un grave problema.
La Cina è ben presente nelle discussioni politiche in Indonesia non fosse altro perché è di gran lunga il partner commerciale più importante sostituendo il Giappone e la Corea del Sud  negli investimenti del paese con una forte accelerazione negli ultimi anni. E così «l’opposizione sta utilizzando il tema cinese per guadagnare consensi. Subianto ha criticato duramente l’apertura verso la Cina operata da Widodo e promette di rivedere gli investimenti infrastrutturali di Pechino nel paese.[…] Molti indonesiani temono un aumento dell’influenza economica di Pechino e la retorica dello stesso Subianto rischia di alzare tensioni sociali all’interno dell’Indonesia, dove vive una numerosa comunità di origine cinese, che spera di non rivivere le limitazioni e le discriminazioni dell’era di Suharto. Una retorica spesso alimentata anche dai media, in una narrativa che presenta la Cina che mette le mani attraverso le sue compagnie e l’impiego dei suoi lavoratori sulle zone più ricche dell’Indonesia, lasciando ai locali il resto» [7].
Forse per arginare le accuse di essere poco nazionalista che il presidente uscente ha deciso di portare ad oltre il 51% la quota statale della miniera di oro e rame di Grasberg di proprietà delle compagnie Freeport McMoRan e Rio Tinto.

Prima di chiudere vale la pena sottolineare come l’enorme diffusione dei social anche nella campagna elettorale abbia fatto sorgere un vero e proprio problema di disinformazione per una costante propagazione di fake news, tanto che «Mafindo, organizzazione indonesiana che combatte contro le fake news, ha detto che le notizie false e la disinformazione sono aumentate del 61 per cento tra dicembre 2018 e gennaio 2019. […] Il più colpito dalla disinformazione è stato Jokowi, che è stato definito dai suoi avversari cristiano, di origini cinesi e comunista, tutte cose che in Indonesia non sono viste troppo bene. Ross Tapselle, esperto di Indonesia all’Australian National University, ha scritto sul New York Times che inizialmente Jokowi aveva cercato di difendersi dimostrando la falsità delle informazioni diffuse sul suo conto, poi però è passato alle maniere forti: ha minacciato di chiudere Facebook e WhatsApp, ha ordinato alle forze di sicurezza indonesiane di punire i cittadini che diffondevano fake news e ha fatto arrestare diversi membri di quello che si autodefinisce “Esercito informatico musulmano“, hacker vicini ai gruppi religiosi musulmani più conservatori che appoggiano Prabowo» [8].
Evidentemente la forza di Joko “Jokowi” Widodo ha avuto la meglio anche su questi tentativi.
Pasquale Esposito.

[1] “Enthusiastic voters enliven elections, boost turnout”, https://www.thejakartapost.com/news/2019/04/18/enthusiastic-voters-enliven-elections-boost-turnout.html, 18 aprile 2019
[2] Kate Lamb, “Indonesia: 193m people, 17,000 islands, one big election. Here’s what you need to know”,
https://www.theguardian.com/world/2019/apr/15/indonesia-193m-people-17000-islands-one-big-election-heres-what-you-need-to-know, 15 aprile 2019
[3] “Una delle giornate elettorali più complicate di sempre”, https://www.ilpost.it/2019/04/17/elezioni-indonesia-2019/, 17 aprile 2019
[4] Dyna Rochmyaningsih, “Indonesian mega-science agency in the balance as election begins”, https://www.nature.com/articles/d41586-019-01160-3, 15 aprile 2019
[5] Tiziana Petrucci, “L’Indonesia si prepara alle prossime elezioni”, https://www.ilcaffegeopolitico.org/104418/lindonesia-si-prepara-alle-prossime-elezioni, 21 Marzo 2019
[6] Alessandro Ursic, “Jakarta, tra Cristianesimo e Islam, https://eastwest.eu/it/retroscena/indonesia-elezioni-presidenziali, 28 Marzo 2019
[7] Lorenzo Lamperti, “Elezioni Indonesia, pluralismo a rischio: avanzano Islam e retorica anti Cina”, http://www.affaritaliani.it/politica/geopolitica/elezioni-indonesia-cina-widodo-subianto-islam-599705.html, 16 aprile 2019
[8] “Una delle giornate elettorali più complicate di sempre”, ibidem

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