Informazione e democrazia: la Repubblica degli Agnelli

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Sarà un caso. Poco prima che festeggiassimo i 75 anni del ritorno alla democrazia con la Liberazione, l’informazione italiana ha subito un possente scossone. Exor  ha acquisito il 43,78% del gruppo editoriale Gedi (603,5 milioni di fatturato nel 2019), ceduto da Cir per la cifra di 102,4 milioni. Per la precisione è la Giano Holding (anche il nome un caso), posseduta al 100% da Exor, ad aver preso il pacchetto di controllo.

La Exor è una holding finanziaria olandese controllata dalla famiglia Agnelli e che nel suo patrimonio, al 31 dicembre 2019, aveva azioni della FCA, Ferrari, CNH Industrial, PartnerRe, Juventus e appunto Gedi; il valore netto risultava di oltre 23 miliardi di euro secondo quanto scritto sul sito della finanziaria.

John Elkann è il nuovo presidente Gedi mentre l’Amministratore delegato è Maurizio Scanavino. Gedi è editore di la Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, 13 testate locali, il settimanale l’Espresso e altri periodici oltre alle emittenti radiofoniche nazionali Radio Deejay, Radio Capital e m2o; inoltre opera nel settore internet e raccoglie la pubblicità, tramite la concessionaria Manzoni, per i propri mezzi e per editori terzi.

Gli Agnelli dopo l’abbandono del Corriere della Sera tornano a possedere un quotidiano, e non solo, nazionale.
La prima conseguenza di questa mega operazione finanziaria è stata la decisione immediata di una sarabanda di licenziamenti e nomine all’interno delle società. E così Massimo Giannini (finora direttore di Radio Capital) è diventato direttore de La Stampa, Mattia Feltri (continuerà a firmare la rubrica Buongiorno su La Stampa) dell’Huffington Post e Maurizio Molinari  che ha sostituito Carlo Verdelli arrivato a febbraio del 2019 a la Repubblica.

Carlo Verdelli fino al gennaio del 2017 è stato direttore editoriale per l’offerta informativa della Rai e dimessosi perché il suo piano di riforma fu bocciato, è stato direttore della rivista del Corriere della sera Sette e poi vicedirettore del quotidiano stesso, ha diretto anche la Gazzetta dello Sport e Vanity Fair.

Sono stati in pochi ad occuparsene seriamente provando a spiegarne i risvolti, come se le questioni attinenti all’informazione non fossero connesse indissolubilmente alla democrazia. Se si fosse trattato di un matrimonio dei rampolli di famiglia si sarebbero versati ettolitri d’inchiostro.
Lo sciopero della redazione che ha fermato il sito de la Repubblica il giorno del 25 Aprile è un altro segnale della gravità dell’intervento e, aggiungiamo con forza, nel mentre il direttore Verdelli è stato minacciato di morte e per questo sotto scorta.

Norma Rangeri nel suo editoriale spiega che si tratta sostanzialmente di un’operazione politica in un momento in cui «è in gioco il riassetto dell’economia del paese, un gruppo finanziario come quello guidato dagli Agnelli interviene e mette in campo le sue notevoli armi di persuasione rispetto agli assetti politico-istituzionali, presenti e futuri. Manifestando la sua essenza di editore molto impuro» [2].

Se vogliamo l’operazione politica la si può vedere nel fatto che il nuovo direttore, Molinari non ha salvato La Stampa dal suo declino e nonostante ciò sia stato promosso. Il definitivo cambio di casacca de la Repubblica, proprio attraverso la scelta di Molinari, è il senso grave di quanto accaduto secondo l’editoriale di Volere la Luna. Molinari lo chiarisce nel suo primo editoriale, sempre secondo Volere la Luna, «un testo che – per toni e contenuti – appartiene alla cultura di una destra conservatrice di establishment. Un testo che potrebbe benissimo essere un discorso del Berlusconi del 1994». E che è ancor di più nella storia di «un convinto atlantista, sostenitore della “missione americana” incarnata dal George W. Bush del dopo 11 Settembre. Un ossequioso difensore del blocco di interessi dell’oligarchia nazionale, e in particolare torinese, come apparve in modo perfino imbarazzante all’indomani della manifestazione delle Madamine per il Tav, celebrata dalla Stampa diretta da Molinari con toni da regime totalitario. Memorabile l’editoriale del direttore che vedeva in quella piazza organizzata da pezzi della borghesia torinese, organizzazioni confindustriali e vecchi berlusconiani “un’Italia di donne e uomini, famiglie etero e gay, impiegati e operai, studenti, pensionati ed artigiani che non ama gridare ma fare”» [3].

Anche il giornalista Andrea Montanari, in un post su Facebook, dopo aver spiegato i ruoli dei vari attori da De Benedetti a Elkann, pone l’accento sul nuovo direttore, molto più vicino alla proprietà e al nuovo presidente che evidentemente non gradisce Verdelli, un direttore che, pur non avendo risollevato dalla crisi il giornale, «ha fatto titoli forti, d’impatto, che magari non erano in linea con il lettorato del quotidiano romano da sempre faro del centrosinistra e del Pd, o di una parte di esso: le battaglie combattute dalla testata fondata da Eugenio Scalfari sono state d’impatto e decisive per il Paese e la politica. […] Ma probabilmente la linea strong della Repubblica di Verdelli non erano e non sono nei canoni editoriali di Elkann che forse preferisce tematiche meno politiche o campagne mediatiche meno strillate. Poi c’è un particolare che nel mondo giornalistico oggi è tornato alla mente: Verdelli era il direttore di quella Gazzetta dello Sport che sollevò e cavalcò il caso Calciopoli, scoppiato nel 2006 – anno della vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio che garantì al quotidiano sportivo il record di copie, 2 milioni nel giorno successivo al successo – che portò alla retrocessione in B della Juventus di proprietà degli Agnelli-Elkann».

John Elkann ha invece spiegato così il cambio della struttura sia di comando che editoriale: «Le decisioni che abbiamo preso oggi definiscono le basi di un’organizzazione chiara e coesa, premessa indispensabile per raggiungere i traguardi ambiziosi che ci siamo dati. Ci aspetta un percorso impegnativo e straordinario: con coraggio e con senso di responsabilità, abbiamo scelto di abbracciare l’innovazione e la trasformazione digitale per scrivere insieme il futuro del giornalismo e dell’intrattenimento di qualità».

Se vogliamo conservare livelli di democrazia accettabili e ancor di più se vogliamo arrivare a forme di democrazia sostanziale abbiamo bisogno di regolarizzare la proprietà dei mezzi di comunicazione di massa, ancor più in tempi di giganti del web onnivori e onnipresenti. Ritornare a pensare, tenendo conto delle specificità dei nostri tempi digitali, al concetto di un’informazione non monopolizzata da pochi attori e che questi attori comunque siano editori puri, cioè che il loro business sia quello dei prodotti editoriali e non di qualsiasi altra natura.
Pasquale Esposito

[1] Per gli ulteriori dettagli sull’operazione, cfr. Andrea Biondi, “Exor prende il controllo di Gedi: Molinari direttore di Repubblica, Giannini a La Stampa”, https://www.ilsole24ore.com/art/exor-prende-controllo-gedi-verdelli-lascia-direzione-repubblica-ADCaSGM, 23 aprile 2020
[2] Norma Rangeri, “Gli Agnelli, editori molto impuri”, https://ilmanifesto.it/gli-agnelli-editori-molto-impuri/, 25 aprile 2020
[3] “La “libertà di stampa” e i suoi padroni”, https://volerelaluna.it/commenti/2020/04/25/la-liberta-di-stampa-e-i-suoi-padroni/, 25 aprile 2020

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