Interpretazione psicologico-alchemica del Così parlò Zarathustra

Friedrich Nietzsche
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Opera al nero, divenire e trasmutazione: correlazione tra la psicologia alchemica e “Zarathustra” – parte I

Questo scritto di Nietzsche può essere considerato a due livelli: il livello filosofico che riguarda l’esposizione fantasiosa della dottrina dell’eterno ritorno e dell’oltreuomo; e il livello più profondo, che invece riguarda le dinamiche psicologiche umane o trasmutazioni alchemiche trasposte in maniera emblematica nel personaggio di Zarathustra, il quale, secondo Jung, rappresenta una sorta di alter-ego [1] del nostro autore e anche – come vedremo – l’oltreuomo che in Volontà di potenza viene descritto come l’uomo sintetizzante [2], ovvero – come è stato ripetuto molto spesso nel corso dello scritto suddetto – come colui che include sinteticamente in se stesso una vasta ricchezza di potenzialità, le quali interpretate nel senso psicologico-alchemico, potrebbero anche rappresentare tutte le caratteristiche, tutti i punti di forza apportati dalle diverse personalità riemerse nella coscienza durante il corso dell’opus.
Nel caso di Nietzsche, queste ricchezze interiori hanno trasformato la scrittura del Così parlò Zarathustra in qualcosa che tocca in maniera vera e propria il senso estatico, tenendo anche in considerazione che i personaggi di cui parla e che sembrano prendere vita, potrebbero anche essere intesi come figure provenienti dal suo inconscio, e manifestatesi in tutta la loro potenza nella sua penna come una sorta di deus ex machina (detto junghianamente):

«Con un briciolo di superstizione si potrebbe infatti appena negare l’idea di essere soltanto incarnazione, strumento, medium di forze prepotenti. Il concetto di rivelazione nel senso che d’improvviso, con indicibile sicurezza e profondità, qualcosa si palesi, si faccia sentire, e agiti, e scuota, nel più profondo, descrive semplicemente la consistenza del fatto. Si sente – non si cerca; si prende, – non si chiede chi dia; un pensiero lampeggia imperioso senza indugio, – io non ho mai avuto possibilità di scelta. Un rapimento la cui tensione si risolve in una crisi di lagrime […]. Tutto accade, nel punto culminante, involontariamente, ma come in un uragano di sentimenti di libertà, di cose incondizionate, di potenza, di divinità» [3].

Per cominciare un’analisi più dettagliata, verranno utilizzati e interpretati alcuni brani appositamente scelti che possono essere riferiti ad un particolare stadio dell’opera o ad un suo concetto fondamentale.

Partendo dal divenire come punto in comune tra la filosofia di Nietzsche e l’alchimia, si può senza dubbio affermare che l’identità dell’uomo non è né qualcosa di statico, né qualcosa che conosce un punto di approdo escatologico, ma attenendoci alle parole utilizzate dal nostro autore, in special modo ponte o transizione, l’uomo può essere considerato un eterno fluire, o secondo il linguaggio alchemico, un eterna morte e risurrezione: «Ciò ch’è grande nell’uomo è l’essere un ponte e non una meta: ciò che si può amare nell’uomo è l’essere una transizione e una distruzione» [4]. Oppure, possiamo trovare riferimenti di quanto accade nell’opera al nero o nigredo, considerata, come abbiamo appunto accennato poco fa, una sorta di morte interiore: «Bisogna volersi annientare per poter risorgere – da un giorno all’altro. Trasformazione a traverso mille anime – sia questa la tua vita, sia questo il tuo destino! E, infine: volere ancora una volta questa serie completa» [5]. Oppure: «Tu devi volerti bruciare nella tua propria fiamma: come vorresti rinnovarti senza esserti prima ridotto in cenere!» [6]. Come è possibile vedere, anche il linguaggio metaforico utilizzato concorda con quello dei maggiori scritti alchemici, ad esempio il termine cenere è affine al nero archetipico che riguarda questa fase, ed è correlabile ad altri termini riferibili all’oscurità e al dolore, come ad esempio notte, Satana, peccato, corvo, caos, tenebrositas, cane nero ecc… [7].

Una componente fondamentale di questa fase è senza dubbio il dolore, che non è considerato negativamente ma come la condizione costante per una nuova creazione:
«Ma le migliori parabole devon parlare del tempo e del divenire: essere una lode e una giustificazione di tutto ciò che perisce! Creare – ecco la grande redenzione dai dolori e il conforto della vita. Ma perchè esista il creatore occorrono molte sofferenze e molte trasformazioni» [8]. E ancora: «Ma forse possiamo dire con Meister Eckardt, anche nel rispetto di Zarathustra: “L’animale più svelto che vi conduce alla perfezione è il dolore”» [9].

Zarathustra e la contemplazione dell’opera al bianco – Parte II
A seguito della nigredo subentra l’opera al bianco o albedo che è considerata dagli alchimisti una sorta di risalita verso l’alto a discapito del sentimento di pesantezza, chiamato anche “spirito di gravità” che, alchemicamente parlando, è anche uno dei modi utilizzati per riferirsii al diavolo o alla caduta di Lucifero:

«Verso l’alto: – a dispetto dello spirito che lo tirava in giù, verso l’abisso, dello spirito di gravità, mio demonio e mortale nemico. Verso l’alto: – sebbene mi stesse addosso, quello spirito, metà nano, metà talpa; storpio, storpiante; facendo gocciolare piombo nelle mie orecchie, e pensieri pesanti come piombo nel mio cervello».

Questa fase è caratterizzata dall’osservazione distaccata e dalla molteplicità di immagini psichiche e di prospettive differenti con le quali si pensa:

«Sarebbe per me cosa eccelsa – così dice a sè stesso il vostro spirito mendace – guardare la vita senza desideri e non, come il cane, con la lingua penzoloni: ”Esser felice nel contemplare, con volontà annientata, senza rapacità o invidia egoistica – freddo e grigio come cenere in tutto il corpo, ma con occhi ebbri di luna! […] “E io chiamo immacolata questa percezione di tutte le cose, non domandare altro alle cose: che distendersi davanti ad esse come uno specchio con cento occhi”» [10].

Infatti, questa fase è anche associata alla Luna, all’argento e allo specchio; in questo caso “lo specchio con cento occhi” rafforza maggiormente il concetto suddetto della molteplicità di visioni e speculazioni diverse all’interno di un unico soggetto.

In questa fase l’osservazione riguarda sia di ciò che sta in alto, e sia di ciò che sta in basso, ovvero gli strati dell’inconscio più profondi i quali, secondo Jung, giungerebbero fino alla psiche universale ricca di figure archetipiche e mitologiche, e l’inconscio personale con il quale ci si raffronta maggiormente mediante il mondo onirico ed il sogno; infatti possiamo notare alcune frasi di Zarathustra che rimandano proprio al nostro discorso sul mondo notturno o, secondo il linguaggio alchemico, al mondo lunare: «Giacché egli era solito andar di notte, e amava guardare in faccia tutto ciò che dorme» [11]. In questo piccolo frammento si può quasi cogliere il viaggio del nostro autore all’interno di se stesso, come se stesse passeggiando nelle profondità del suo abisso psichico, con lo scopo di sondare tutto ciò che vi si nasconde e non traspare nella vita diurna, appunto perché “dorme”; ma proseguendo con i frammenti sul sonno: «Onore e rispetto al sonno! È la cosa prima. Ed evitate tutti coloro che dormono male o veglian la notte» [12]. Questa sorta di massima che molto ricorda il pensiero junghiano, probabilmente verte ad indicare che coloro che non hanno un buon rapporto con il mondo delle profondità, tendono a proiettare sugli altri ciò che non vogliono riconoscere in loro stessi; Jung infatti lo chiamava il veleno delle mutue proiezioni, e lo distingueva invece da un sano rapporto con la propria ombra [13]. E ancora altri riferimenti sulla profondità rivelativa del sonno:

«Silenzio! Silenzio! Molte cose si sentono che di giorno non si fanno sentire; ma adesso che l’aria è pura, e tacque anche il fremito dei vostri cuori, – ora essa parla, si fa udire, s’insinua nelle anime notturne deste troppo a lungo! Ah! ah! come sospira! Come ride nel sogno! – non senti tu come segretamente ti parla, con terrore e cordiale, la vecchia mezzanotte, profonda, profonda? O uomo, ascolta!» [14] .

«[…] Il mondo è profondo e più profondo di quanto il giorno pensasse! Lasciami! lasciami! son troppo puro per te. Non toccarmi! Il mio mondo non divenne forse perfetto? La mia pelle è troppo pura per le tue mani. Lasciami, giorno cupo, stupido, afoso! Non è la mezzanotte più chiara? I più puri debbono essere i signori del mondo, i men conosciuti, le anime della mezzanotte che son più profonde del giorno» [15].

Prima di parlare del passaggio all’opera al giallo e all’opera al rosso – citrinitàs e rubedo – bisogna chiarire che esse sono precedute dalla follia, elemento chiave che è presente in tutto il corso dell’opera ma che Hillman colloca alla conclusione dell’albedo, facendoci anche l’esempio di quanto sostiene Hegel, ovvero che la follia è essenziale per lo sviluppo dell’anima, e ciò è comprensibile tenendo conto del movimento dialettico della totalità del fenomeno[16] . Essa è anche fondamentale per poter immergersi pienamente – come sostiene Jung quando parla del giusto modo di interpretare i sogni e decifrare i simboli – nel linguaggio simbolico utilizzato dall’inconscio [17]; infatti: «I buoni e i giusti ti odiano e ti chiamano loro nemico e spregiatore; ti odiano i credenti della vera fede e ti chiamano il pericolo della folla» [18]. Essa si può considerare un prodotto dell’ombra della quale abbiamo già parlato e che secondo Jung conferisce alla vita umana un po’ più di sapore [19]; è – come vogliamo intenderla in questo caso – il condimento speciale che rende l’opera più leggera e lontana da tutte quelle eccessive razionalizzazioni che compie la coscienza, con lo scopo di delimitare ciò che può o non può comprendere oppure per prendere le mosse dalle contraddizioni dell’esistenza; infatti, è proprio in questo stadio dell’opera che il folle, colui che entra in contatto con l’inconscio e ne deve conoscere e parlare il linguaggio, può realmente conoscere se stesso a partire dal presupposto che la “follia inconscia” – che parla per simboli e mitologemi – diventi il suo metro per la conoscenza: «[…] Allontanatevi se no imparerete: che un savio è pure folle» [20] .

Aurora Diodato

[1] Cfr. C.G. JUNG, Psicologia e religione. Saggio d’interpretazione psicologica del dogma della trinità, I Grandi Pensatori 59, Bollati Boringhieri, Torino 2013, p. 87. / Cfr. F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Opere complete di Federico Nietzsche, Monanni, Milano 1927, p. 20.
[2]  Cfr. F. NIETZSCHE, La volontà di potenza. Frammenti postumi ordinati da Peter Gast e Elisabeth Förster-Nietzsche, Tascabili Bompiani 47, Giunti Editore S.p.a./Bompiani, Firenze 2018, Milano 1995, p. 476.
[3]  F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 20.
[4]  Ivi, p. 38.
[5]  Ivi, p. 512.
[6]  Ivi, p.113.
[7]  Cfr. J. HILLMAN, Psicologia alchemica, Saggi nuova serie 71, Adelphi, Milano 2013, p. 105-106.
[8]  F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 143.
[9]  Ivi, p. 21.
[10]F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 198.
[11] Ivi, p. 48.
[12] Ivi, p. 57.
[13] Cfr. C.G. JUNG, Psicologia e religione, p. 84-85.
[14] F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 479.
[15] Ivi, p. 482.
[16] Cfr. J. HILLMAN, Psicologia alchemica, p. 136, 172.
[17] C. G. JUNG, Realtà dell’anima, I Grandi Pensatori 111, Bollati Boringhieri, Torino 20154, p. 73-74.
[18] F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 46.
[19] Cfr. C.G. JUNG, Psicologia e religione, p. 80.
[20] F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra p. 484.

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