Intervista a Fiammetta Miele: visione critica e utopica nella politica e nella vita

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Con Fiammetta Miele sono bastate poche parole per comprendere la passione che supporta la sua costante ricerca di ragion critica. Una passione che ha dimostrato sia nel supportare, ad esempio, le motivazioni per il NO al taglio dei parlamentari che nella generosità e profondità delle risposte alle domande attraverso le quali ho provato a carpire il suo pensiero.

Fiammetta Miele

Fiammetta Miele, in passato imprenditrice, è docente di materie letterarie e latino nei licei e successivamente, dopo la laurea in Scienze Politiche, è vincitrice di dottorato di ricerca in Scienza Politica e Istituzioni europee. Da cinque anni è cultore della materia al Dipartimento di Scienze Politiche presso l’Università Federico II di Napoli e professore a contratto di Geografia per il Dipartimento di Studi Umanistici. I campi di ricerca vanno dalla storia costituzionale alla geopolitica al marketing territoriale. Presiede una associazione per la valorizzazione dei beni culturali. Ha all’attivo diverse pubblicazioni su temi di interesse.

Chi è Fiammetta Miele? Mi hanno colpito due dettagli del suo profilo Twitter: la prima irrinunciabilmente kantiana, dunque Critica&Ragione, una metodologia di studio o un approccio alla vita? E la seconda riguarda la posizione geografica che si assegna, Pianeta Terra forse. Mi sembra un bel modo di dire cittadina del mondo. E quel forse? Anche cittadina del futuro?

La ringrazio della domanda. Non ritengo che riassumano interamente chi sono, ma mi fa piacere che le poche righe di bio che Twitter consente di inserire le siano apparse significative. Quando ho creato il mio profilo, sapevo che Twitter è il social politico per eccellenza e il taglio dei miei tweet sono esclusivamente di contenuto politico, nel senso più ampio del termine. Rivendicare la rilevanza di un metodo critico e della necessità di far prevalere un approccio razionalistico nell’osservazione dei fenomeni geopolitici in atto, in un periodo di rimontante irrazionalismo antiscientifico, agevolato proprio dai social, costituisce in effetti un’indicazione metodologica applicabile sia, appunto, alla disciplina di studio, sia alla vita. Il che non esclude in alcun modo la passione in entrambi i campi.
Il riferimento a Kant sottintende infatti anche che i principi etici guida sono dentro di noi ed accomunano l’intera umanità, anzi ne costituiscono la comune essenza, che può consentire di superare le contrapposizioni ideologiche e le differenziazioni tra esseri umani.
Quindi, senz’altro cittadina del mondo, ma, forse anche di un pianeta utopico, ancora tutto da costruire, pacifico, tollerante, democratico, rispettoso dei diritti e volto a rimuovere le disuguaglianze. Come vede, è proprio attraverso il ragionamento razionale che si perviene a coltivare l’ideale di un futuro positivo per tutti. Mi auguro su questa Terra.

Lei ha deciso di votare no al referendum per il Taglio dei Parlamentari che personalmente considero una iattura per la nostra democrazia parlamentare che ha già subito da tempo picconate. Ce ne spiega le motivazioni che l’hanno spinta a questa decisione? E cosa ne pensa dell’accorpamento della data di voto insieme alle amministrative?

Il No al taglio dei parlamentari è un buon esempio di come, sui temi istituzionali, vada evitato in alcun modo un approccio emotivo e istintuale. Purtroppo è l’epilogo di decenni di propaganda contro la classe politica, che in verità ha molte gravi responsabilità rispetto alla disaffezione, se non aperta ostilità della gente verso di essa. I segnali sono evidenti da tempo, col crescente incremento dell’astensionismo e della sfiducia pregiudiziale verso i rappresentati eletti ai vertici dello Stato, accomunati tutti come espressione del malaffare.
Su tale sostrato, che affonda alle origini della cosiddetta seconda repubblica, si è innestata la pluriennale attività propagandistica del Movimento di Grillo, che è stato un precursore nello spregiudicato uso di blog e poi dei social. La crescente seppur tardiva consapevolezza sull’impatto di questi ultimi sulla qualità del dibattito politico e sull’influenza pervasiva nel manipolare le opinioni degli elettori, sfruttando i bias cognitivi, ha indotto ad approfondire scientificamente il fenomeno, che è ormai oggetto di analisi serie ed è divenuto centrale a seguito delle note circostanze di interferenze sulle elezioni presidenziali USA 2016 e sul referendum per la Brexit.
Dunque, il sentiment generale è da tempo orientato all’abbattimento della “casta” e in ciò risiede l’elevata probabilità che il referendum abbia successo, sebbene nulla assicuri che, operata la riduzione del numero dei parlamentari, questi divengano più onesti o competenti, laddove, al contrario, è prevedibile che essi divengano una “supercasta”, ancora più gelosa delle proprie prerogative e prona alle indicazioni dei partiti che li hanno candidati.
L’impegno mio, come di tanti altri, vuole riportare il dibattito nel merito della questione, sfatando argomentazioni qualunquistiche sul risparmio ottenibile, che si potrebbe perseguire con semplici provvedimenti legislativi o regolamentari, ed evidenziando i rischi per l’assetto istituzionale di repubblica parlamentare delineato dalla nostra Costituzione, come lei ha giustamente rilevato.
In effetti, non si tratta di essere pregiudizialmente ostile alle modifiche costituzionali e neanche ad una eventuale, limitata ed equilibrata riduzione del numero dei parlamentari, ma di porre l’accento su quanto di populistico e sbrigativo, se non punitivo, vi è nella soluzione approvata in Parlamento e sottoposta a Referendum confermativo, impostata su un dato quantitativo e non qualitativo del problema.
Da questo punto di vista, a mio avviso, la riforma costituzionale è la compiuta attuazione di un programma di smantellamento della democrazia rappresentativa a favore di una ipotetica quanto pericolosa democrazia diretta digitale, da sempre obiettivo dei pentastellati, che, va detto, hanno sfruttato appieno (e dal loro punto di vista legittimamente) le opportunità che l’esito delle ultime consultazioni politiche ha dato loro, consegnandogli una maggioranza relativa consistente in entrambi i rami del Parlamento e non facilmente riottenibile.
Compito di chi ha una visione di lungo termine è pertanto, a mio avviso, sia informare correttamente sui contenuti del referendum, di cui si parla poco e superficialmente, sia fornire qualche ipotesi di scenario futuro sui possibili sviluppi successivi, che non sono affatto rassicuranti per la qualità della nostra democrazia e che, non va mai dimenticato, devono inquadrare l’Italia nel contesto geopolitico europeo e mondiale.
Per rispondere all’ultima parte del quesito, l’accorpamento, alla luce del recente semaforo verde della Corte Costituzionale, era a mio avviso prevedibile, in relazione ai vincoli temporali ed ai risparmi di spesa ottenibili. La mancanza di un quorum è un elemento neutro o, per certi versi, addirittura favorevole alla causa del NO: in mancanza di accorpamento, è probabile infatti che i 5stelle avrebbero mobilitato i loro elettori, mentre è probabile che, votando per le amministrative, vadano ai seggi elettorali anche cittadini favorevoli al NO.
Quello che sicuramente manca, è un chiaro orientamento dei partiti di centrosinistra, i principali dei quali, essendo attualmente nella maggiorana di governo, hanno oggettiva difficoltà a fornire indicazioni ai loro elettori, e un adeguato e corretto servizio di informazione da parte dei media, carta stampata, canali televisivi e web, peraltro da tempo ormai presidiati e megafono del populismo, salvo rare eccezioni.
È per questo che è ancora più importante l’azione svolta dal basso dai tanti cittadini come me, comitati e gruppi spontanei sorti nel virtuale e a settembre, si spera, con gazebi nelle piazze.

C’è un altro tema all’ordine del giorno anche per quanto abbiamo avuto modo di vedere nel corso di questi mesi di decisioni e di provvedimenti per combattere l’epidemia di Covid-19: l’autonomia differenziata. Anche questo mi sembra un altro colpo alla democrazia per i rischi che corrono nella loro sostanza diritti come quello alla saluta e all’istruzione. Che ne pensa? E potrebbero esserci delle ulteriori farraginosità nei processi decisionali tra potere centrale e periferico?

La pandemia ha avuto incredibili effetti su economia, geopolitica e assetti istituzionali. È indubbio che abbia, almeno temporaneamente, capovolto la tendenza al decentramento in ossequio al principio di sussidiarietà ed evidenziato l’esigenza, su talune tematiche, di un approccio centralizzato e unitario sul territorio nazionale. E questo non solo in Italia, va detto. È evidente che su questioni sensibili, quali il diritto alla salute o all’istruzione, sia impensabile, alla luce non solo dell’Art. 3 Cost. ma del puro buon senso, che vi siano cittadini meglio o peggio tutelati, sulla scorta della maggiore o minore efficienza delle strutture locali, e che i livelli essenziali di prestazioni debbano essere uguali ovunque.
Dunque si è assistito, negli ultimi mesi, a due fenomeni molto significativi dal punto di vista delle ricadute giuridico istituzionali: da un canto la delega ampia all’Esecutivo di provvedimenti amministrativi emergenziali, molto pervasivi dal punto di vista della sospensione temporanea di alcuni diritti di libertà; dall’altra la necessità di rimettere in discussione, per l’efficienza dell’esercizio di tale delega, la regionalizzazione della sanità, uno dei capisaldi della richiesta di autonomia differenziata.
Qui, a mio avviso, le responsabilità vanno a tre decenni di ossequio agli egoismi localistici che trovarono negli anni ’90 la loro espressione nella Lega bossiana, supportata poi dagli amministratori delle regioni più ricche, senza distinzione di parte, tanto è vero che la richiesta di ulteriori ambiti di autonomia, rispetto a quelli pure amplissimi concessi dal nuovo art. 117 ex L. Cost 3/2001, è stata recentemente avanzata da Lombardia, Veneto, ma anche dall’Emilia Romagna. Naturalmente, la vexata quaestio è l’allocazione delle risorse derivanti dal gettito fiscale.
Ora, se è indubbio che il principio di sussidiarietà, ovvero di una gestione della cosa pubblica ai livelli più vicini ai cittadini, anche in nome di una maggiore efficienza e capacità di ascolto, non si può dimenticare che è compito precipuo dello Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano e riducono “di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. La Conferenza Stato-Regioni è il luogo della mediazione, ma la frequenza di ricorsi, soprattutto nei casi di legislazione concorrente, deve indurre a qualche riflessione.
È stato umiliante, nei giorni scorsi, che la necessità di riequilibrare il divario Nord-Sud, accentuatosi considerevolmente negli ultimi decenni, non sia partita dalle nostre forze politiche, ma dall’Europa, che ha espressamente indicato come parte del Recovery Fund vada destinato a tale scopo.
È mancato e manca equilibrio e lungimiranza nei nostri Legislatori e questi sono tratti irrinunciabili quando si pone mano alla Carta di tutti i cittadini.

Veniamo all’Europa. Da più parti si è detto che con l’accordo del 21 luglio scorso si è accettato il principio per la prima volta del debito comune europeo. In qualche maniera si è intaccato anche il principio del pareggio di bilancio. Quanto sono vere secondo lei queste affermazioni? E cosa bisognerebbe fare, nelle istituzioni e nei Trattati, per rendere definitive queste scelte?

L’accordo, seppur limitato dalle chiusure dei cosiddetti Paesi frugali, marca in effetti una prima apertura verso la istituzione di un debito comune europeo. Al netto dei trionfalismi, è un dato di non poco conto, soprattutto per il fatto che in prima fila vi si è iscritta la Germania, con la Merkel consapevole del ruolo spettante al suo Paese nel semestre di presidenza, per il rilancio dell’azione comunitaria. Non a caso, la reazione di Trump al rinnovato impegno europeista e trainante del motore tedesco non si è fatta attendere, con l’annunciato ritiro delle truppe NATO dal suo territorio e la controreplica di un ex falco come Schauble, sulla necessità di ripensare anche la Difesa comune per la UE.
L’uovo di Colombo è stato fissare il punto di partenza in questo 2020, anno della pandemia, che ha colpito ora più ora meno duramente, ma sicuramente tutti i membri europei e non solo. Con ciò, evidentemente, il pesante fardello del debito italiano pregresso resta tutto in capo a noi e ai nostri figli e questo deve indurci davvero a ponderare le misure di intervento e politica economica e finanziaria, affinché siano proattive e consentano un forte rilancio del PIL. Sui titoli di debito che vengono oggi acquistati dalla BCE e sui livelli di indebitamento dei Paesi colpiti, non sfugga poi che l’attuale Presidente FMI Kristalina Georgieva, succeduta alla Lagarde passata in BCE, ha persino rotto un tabù storico, ipotizzando, se la crisi dovesse perdurare, persino un parziale azzeramento del debito di taluni Paesi e non manca chi suggerisce l’emissione di obbligazioni europee perpetue, che non prevedano cioè il rimborso del capitale iniziale.
Di certo, assistiamo ad una fase in cui, dopo anni di austerità e a volte arcigno controllo del debito, oggi il pendolo sembra oscillare verso diversi approcci teorici, come la sospensione dei parametri di Maastricht ha dimostrato. C’è da attendersi che, con la progressiva ripresa, si trovi una posizione intermedia e permanente e, qualora necessario, si intervenga sui Trattati per rinnovarli.

L’idea di Europa e le istituzioni comunitarie hanno nel tempo subito pesanti attacchi da partiti e movimenti populisti anche per una scarsa considerazione tra i cittadini che le accusano di occuparsi più di se stessi che dei problemi e di ritardi negli interventi anche in situazioni di crisi. Del resto è difficile dimenticare quanto successo con la Grecia. Secondo lei quali sono le principali riforme che Bruxelles deve mettere in campo per riavvicinare le istituzioni ai cittadini?

Questo è un aspetto in parte legato a quanto dicevamo prima e su cui da un paio di anni ho incentrato le mie ricerche per l’Università. La rigidità con cui i paesi nordici hanno interpretato il Trattato di Maastricht, la sottovalutazione dell’importanza di giocare bene le proprie carte ai tavoli europei, che, oltre a indurci a firmare accordi svantaggiosi come Dublino, hanno eroso la stima verso i nostri rappresentanti (sebbene quelli di valore abbiano sempre ottenuto posizioni di rilievo e responsabilità) e fatto registrare diversi insuccessi per i nostri comparti produttivi, che ne sono usciti effettivamente talvolta danneggiati.
Con la crisi del 2007-2008 e fino al fatidico 2011, l’Italia ha perso terreno e l’Europa ha iniziato ad essere vista come matrigna, in ciò aiutata da certa propaganda politica irresponsabile. Il caso della Grecia, che oggi giustifica l’avversione al MES pur modificato, è stato doloroso e andava trattato diversamente, perché la svendita della Grecia grida ancora vendetta, ma non va dimenticato che quanto è avvenuto si è verificato per una palese falsificazione dei bilanci statali, aspetto di estrema gravità tra nazioni che condividono una moneta unica e, dunque, doveri comuni di credibilità sui mercati finanziari.
L’attecchimento dei partiti e movimenti populistici in Italia però è sicuramente stata sostenuta da forti ingerenze straniere, in primis la Russia e gli USA di Trump, che nel malessere degli Italiani hanno individuato il possibile grimaldello per scardinare la costruzione Europea. Le tecniche usate sono via via divenute palesi e sono andate dal massiccio intervento di troll ed hacker, per orientare il dibattito sui social, come largamente avvenuto nelle elezioni USA 2016 e nel Referendum sulla Brexit, alla profferta di affiancare nel data profiling le macchine elettorali del duo Salvini-Meloni di uno Steve Bannon, al finanziamento da parte di lobby ultraconservatrici della desta suprematista americana o di controversi affaristi russi.
Né l’Italia è stata l’unico teatro di tali operazioni (si pensi alla Francia coi gilet jaunes), dalle evidenti ricadute geopolitiche, con cui i Global Players, tra cui non va dimenticata la Cina e diversi attori regionali non meno importanti – penso a Turchia, Arabia Saudita, Israele – si contendono il primato mondiale e i nuovi equilibri sullo scacchiere internazionale, a suon di quella che è a tutti gli effetti una digital unconventional warfare o guerra ibrida. Di certo, però, il nostro Paese è stato ritenuto il più facilmente aggredibile e questo dovrebbe darci da riflettere, a poco più di un mese da un Referendum che costituisce un punto di arrivo indiscusso per il populismo anticasta e antieuropeista alimentato negli anni.
Dal mio punto di vista, da europeista convinta, ritengo che sia giunto il momento che l’impostazione funzionale avviata da Schuman e i Padri dell’Europa giunga a completamento e si passi definitivamente dal livello economico al quello politico di unione. I tempi sono maturi e le ultime elezioni non solo hanno fermato l’avanzata dei sovranisti, ma dai cittadini, anche in rete e sulla scorta della scottante vicenda Brexit, è stata sollevata chiara l’istanza di andare oltre l’assetto attuale. In prospettiva, solo il completamento dell’Europa federale, con una sua Costituzione, può consentire il salto che tanti Europei da anni attendono.

Tra i tanti compromessi che ha comportato l’accordo sul Recovery Fund c’è stato quello di chiudere un occhio sulla questione del rispetto dello stato di diritto con la soddisfazione dei maggiori imputati: Polonia e Ungheria. Sulla carta, a maggioranza qualificata il Consiglio potrà bloccare dei finanziamenti agli stati illiberali, ma è più o meno come dire lasciar perdere. Come si potrebbe incidere meglio sul tema del mancato rispetto dei diritti nei paesi europei? Ci spiega come funzionano le istituzioni europee in questo caso?
Partirei da un corollario a quanto dicevo prima. Quanto sarebbe stata evitabile la deriva illiberale di Polonia, Ungheria e dei Paesi di Visegrad, se la Costituzione Europea fosse stata approvata prima dell’allargamento ad est del 2004? Naturalmente le analisi non si fanno col senno di poi, ma è essenziale riprendere il cammino interrotto con solerzia, tenuto conto anche del forte europeismo della Francia di Macron, che sicuramente non ripeterebbe l’errore a suo tempo compiuto.
La UE dispone, come noto, della CEDU, che è un avanzatissima Carta dei diritti umani e l’acquis communitaire di Copenhagen per i Paesi candidati è chiarissimo in tema di stato di diritto e libertà democratiche. Tuttavia, la fretta di attrarre all’Occidente e sottrarre all’influenza di Mosca le nazioni uscite dal Patto di Varsavia all’indomani del crollo dell’URSS, ha indotto a chiudere più di un occhio su condizioni economiche e, appunto qualità della loro democrazia interna. Oggi ne vediamo i risultati: il miglioramento delle condizioni di vita grazie ai consistenti trasferimenti europei e alla delocalizzazione di molte industrie non ha ingenerato una avvicinamento ai valori europei, ma fatto rinascere l’orgoglio nazionalistico, per decenni represso. Per dirla un po’ brutalmente, questi Paesi hanno preso il tram dello sviluppo offerto dalla UE, ma finora questa generosità non è stata ricompensata; né, d’altronde, una impostazione punitiva migliorerebbe la situazione, da cui la posizione “morbida” emersa nell’ultimo Consiglio Europeo, in cui la questione è stata affrontata.
La democrazia si può perdere rapidamente, ma necessita di anni per germogliare. Al di là di Raccomandazioni o procedure di infrazione dei trattati vigenti, la UE non può ingerirsi nella legislazione degli Stati membri. Di norma l’Europa ha adottato il suo soft power, la capacità attrattiva di un modello di benessere pacifico e condiviso che tutt’oggi induce diverse nazioni a candidarsi.
Personalmente trarrei spunto dalla saggia decisione di optare per una maggioranza qualificata, che portò alla approvazione della Costituzione americana, con 9 stati favorevoli su 13. Si lavori ad un nuovo testo più conciso del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa del 2003 e lo si porti alla approvazione di una maggioranza di Paesi membri. La consapevole adesione ad un dettato costituzionale, in cui il rispetto dei diritti e delle libertà siano principi immodificabili è l’unica strada perseguibile per una Europa forte nei valori e nello scenario geopolitico globale.

Pasquale Esposito

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