Intervista a Marco Zappa: il Giappone nell’era di Abe.

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Spesso ci siamo occupati di un grande paese come il Giappone.

Marco Zappa

Questa volta abbiamo avuto la fortuna  di poter rivolgere alcune domande al professor Marco Zappa che da tempo studia quel paese e la sua lingua. La sua disponibilità ci ha consentito di affrontare molti temi di politica interna ed estera fino a suggerici alcune letture che ci possono avvicinare alla cultura del Sol Levante.

La stabilità politica in Giappone è sempre meno problematica, il premier giapponese Abe Shinzo ha vinto un’altra tornata elettorale, a Okinawa. Qualche tempo fa lei scriveva che “La maggioranza parlamentare schiacciante ha permesso al governo di approvare leggi impopolari come quella sui segreti specifici (2013), la legge di pace e sicurezza (2015) e quella anti-cospirazione (2017). Ognuno di questi provvedimenti ha determinato una caduta almeno del 10% del tasso di gradimento nei confronti del premier e dell’esecutivo ma non ha scalfito l’egemonia conservatrice in sede elettorale”. Può spiegarci le motivazioni di questa apparente incongruenza?

Oltre alle proteste sulle leggi, il governo Abe ha attraversato indenne due scandali che vedevano coinvolti lui e la moglie per favori a gruppi scolastici privati di dichiarate posizioni ultranazionaliste. Il premier ha però saputo sfruttare intelligentemente lo strumento politico delle elezioni anticipate rinsaldando i ranghi all’interno del suo partito e modificando la sua squadra di governo.
L’impressione è poi che l’apparente successo delle politiche economiche di Abe, abbiano avuto un effetto positivo. C’è poi una ragione strutturale: il partito liberaldemocratico è premiato dal sistema elettorale giapponese che dà una proporzione di seggi maggiori alle zone rurali dove l’elettorato è legato alle associazioni di agricoltori e il Pld esercita una notevole influenza.
Se si considerano infine la mancanza di un’alternativa politica giudicata affidabile dall’elettorato e la crescente disaffezione dei giapponesi nei confronti delle elezioni, la permanenza di Abe al potere non sorprende. Secondo uno studio del Nikkei Shimbun, una larga parte dei giovani under-20 (circa il 40 per cento) sostiene – e ha probabilmente votato alle ultime elezioni — il Ldp.
Okinawa rimane un caso abbastanza peculiare: il neosindaco di Nago, appoggiato dal partito di Abe contro un candidato antibasi, sulla questione dello spostamento della base di Futenma a Henoko, non sembra al 100 per cento allineato al governo.

Un'affollata va di Tokyo in Giappone
Tokyo. Foto Maurizio Stanziano

Sebbene la stabilità della regione dipenda anche dai rapporti tra Corea del Sud e Giappone, le relazioni tra questi due paesi continuano ad essere conflittuali, tra ragioni storiche, dispute territoriali ( isole Dokdo/Takeshima) e concorrenza economica.
Qui in occidente sembra essere sottovalutata o dobbiamo avere qualche timore in più visto anche lo spirito battagliero di Abe? Pensa che si riuscirà a mettere fine?

Difficile pensare che Abe, per quanto possa essere considerato un “falco” nazionalista, voglia (e possa) imbarcarsi in un conflitto con la Cina né tantomeno con la Corea del Sud. Anche la concorrenza economica, a mio modo di vedere, è infinitamente meno importante della collaborazione e del volume di scambi economici, commerciali e culturali. La Cina e la Corea del Sud sono i più importanti partner commerciali asiatici del Giappone. Da qui, come da Taiwan, parte la maggior parte dei turisti che visita il Giappone. Un conflitto sembra poco auspicabile per tutte le parti. Certo la retorica nazionalista, in alcuni momenti storici di crisi, soprattutto economica, paga a livello politico.

Negli ambienti governativi di Tokyo la ventata di distensione proveniente dalla Corea del Nord che ha portato, con le Olimpiadi invernali di Pyeongchang, a nuove aperture tra le Coree, non sembra gradita. Quanto è frutto di una politica più interventista e di confronto del Giappone e quanto di insistenze e compiacimenti verso gli USA? E il popolo giapponese che posizione assume rispetto a Pyongyang e al suo leader?

Ripeto, non credo che Tokyo punti a un conflitto “sotto casa”. Una seconda guerra di Corea avrebbe ripercussioni sul paese del Sol Levante (ad esempio, un ingresso di profughi e rifugiati). Tokyo, per il suo rapporto con gli Stati Uniti, cui è “appaltata” parte della sicurezza nazionale, non è in una posizione in cui può adottare una linea morbida. Pesano i lanci di missili che hanno sorvolato il territorio giapponese e la questione dei rapimenti di cittadini giapponesi avvenuti tra gli anni ’70 e gli anni ’80.

La stazione centrale di Tokyo
La stazione centrale di Tokyo. Foto Maurizio Stanziano

Gli incontri ai massimi livelli tra Cina e Giappone, nonostante la disputa territoriale riguardante il Mar Cinese Orientale e le accuse relative alla Seconda Guerra mondiale, continuano come dimostrano l’incontro tra Shinzo Abe e il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping lo scorso novembre e l’incontro, il 28 gennaio, tra il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi e la sua controparte giapponese, Taro Kono, a Pechino.
Come pensa evolveranno le relazioni tra i due paesi? Che ruolo avrà l’apertura di Tokyo sul gigantesco progetto della Via della Seta?

Le relazioni tra i due paesi sembrano oggi più stretti, ma non è la prima volta che succede. Le relazioni tra i due paesi da anni hanno un andamento “a fisarmonica” fatto di momenti di allontanamento e momenti di riavvicinamento. Ora siamo in una di queste fasi di riavvicinamento. L’emblema di questo momento di distensione è forse il selfie che il ministro degli Esteri Kono ha scattato e postato online con una portavoce del ministero degli Esteri cinese (https://www.japantimes.co.jp/news/2018/02/03/national/politics-diplomacy/foreign-minister-taro-konos-selfie-china-spokeswoman-draws-mixed-reactions/#.WoqrmJPOX-Y) Hua Chunying – e che ha attirato qualche critica dai netizen in patria. La ragione va cercata, forse, nel consolidamento delle posizioni al vertice dei due leader (Xi da una parte e Abe dall’altra). Poi, ci sono le relazioni economiche e commerciali. Il mercato cinese è molto appetibile per le aziende giapponesi dei settori automotive e dell’elettronica di consumo.
Resta da vedere l’entità del sostegno giapponese alla Via della Seta. Tokyo ha promesso incentivi per le aziende giapponesi che decideranno di investire nelle zone interessate dal progetto cinese ed è probabile che alla Cina facciano gola il know-how e le tecnologie giapponesi (soprattutto in ambito infrastrutturale). D’altra parte, la diplomazia giapponese non ha mai nascosto di voler creare un’alternativa alla Via della seta a guida cinese — e di qui gli accordi di difesa strategici con Australia e India — insistendo su concetti, espressi anche nell’ultimo libro bianco della cooperazione internazionale, come un’area indo-pacifica “libera”. Per il commercio e, anche, forse, dall’egemonia di Pechino.

Tutto lascia pensare che Abe voglia giocare un ruolo più indipendente da Washington, forse favorito dai proclami e dalle iniziative di Trump in politica estera e soprattutto economica. Ritiene fattibile questa autonomia o, per esempio, la militarizzazione del paese legata necessariamente agli USA non lo consentirà?

La politica estera di Abe appare duplice, incentrata sul crearsi il numero più alto di alternative nel caso una delle scelte si riveli controproducente. Trump è una mina vagante, una variabile imprevedibile nello scacchiere internazionale e, giustamente, la diplomazia giapponese si sta adattando. In campagna elettorale Trump aveva lasciato intendere un disimpegno graduale dei militari Usa dalla difesa del Giappone – spronando quindi Tokyo a pagare la sua “fair share” per la propria difesa nazionale. Ciononostante, né da una parte né dall’altra, sembrano esserci segnali di un’effettiva volontà di separazione (anche forse per l’inasprirsi della retorica circa la minaccia nordcoreana): basti pensare alla situazione di Okinawa, un arcipelago la cui isola principale è occupata per quasi il 20 per cento della sua superficie da installazioni militari americane.

Kyoto, Padiglione d’oro. Foto Maurizio Stanziano

Torniamo alla situazione interna. Il Giappone, oserei dire, “non è un paese per stranieri”. Del resto il primo ministro è stato uno dei pochi leader mondiali a non aver criticato il cosiddetto “travel ban” ordinato da Trump. Come più volte ha spiegato lei stesso, uno dei limiti dell’economia giapponese è l’invecchiamento della popolazione e quindi di mancanza di forza lavoro. Pare qualcosa stia cambiando nelle regole per avere permessi permanenti di lavoro o si affideranno alla robotica sulla quale in questi decenni hanno fatto grandi investimenti?

Non ci sono state ad oggi grandi aperture sui lavoratori stranieri, a parte quelli altamente specializzati. Per il momento l’ingresso di lavoratori stranieri dai paesi più poveri dell’Asia è legato ad un sistema di sfruttamento mascherato quello degli apprendisti (kenshusei) che ogni anno entrano in Giappone con contratti di lavoro temporanei senza garanzie e senza la possibilità di cambiare datore di lavoro nel caso incontrino situazioni d’impiego o salariali sfavorevoli. Si tratta per lo più di lavoratori “usa e getta” impiegati nel settore delle costruzioni o della manifattura a bassa specializzazione.
Per il resto e, d’altronde, come in altre economie avanzate del mondo, mi pare che il governo sia intenzionato ad innalzare gradualmente l’età pensionabile e quindi ad avere lavoratori sempre più anziani. Per quanto riguarda la robotica, è probabile che questa sul breve sostituirà l’uomo in mansioni ripetitive (esempio nel manifatturiero o nella logistica) ma difficilmente prenderà piede su larga scala. È probabile che rimarrà di supporto (ad esempio nel settore medico o della cura agli anziani).

Un’ultima domanda: consiglierebbe qualche lettura in italiano che aiuti i lettori a conoscere il Giappone contemporaneo?

A parte i testi di storia – come Storia del Giappone di Caroli e Gatti, Laterza – o dei testi più legati alla dimensione industriale – come lo Spirito Toyota, di Ohno, Einaudi– consiglio la lettura di un romanzo, scritto dal canadese Douglas Coupland, che molto dice sulla società giapponese dalla seconda parte degli anni ’90, un’epoca cruciale per la storia del paese: Dio odia il Giappone.

Pasquale Esposito

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