Parità di genere, PNRR, concorrenza, Università e ricerca. Intervista a Alessandra Algostino

history 12 minuti di lettura

Con la professoressa Algostino ritroviamo un’interlocutrice privilegiata per affrontare alcuni temi – anche in riferimento alla nostra cornice costituzionale – della campagna elettorale per le elezioni del 25 settembre. Inoltre le abbiamo chiesto di alcuni aspetti attinenti alla riforma della giustizia, al DDL concorrenza e al modo universitario e delle ricerca.

Alessandra Algostino
Alessandra Algostino

Alessandra Algostino, docente di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, che studia da sempre i temi dei diritti fondamentali e delle forme di partecipazione politica e di democrazia. Tra i suoi molti scritti: “L’ambigua universalità dei diritti. Diritti occidentali o diritti della persona umana? (Napoli, 2005), “Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav” (Napoli, 2011), “Diritto proteiforme e conflitto sul diritto” (Torino, 2018).

Che idea si è fatta di questa campagna elettorale, dalla comunicazione dei partiti, alla loro presenza sui media tradizionali e non, alle scelte dei candidati?

Mi sembra che sia una campagna dove sia assente la necessità – e sottolineo necessità – di ragionare di alternative radicali al modello di sviluppo esistente, che, tra guerre endemiche, disuguaglianze crescenti, minacce nucleari e devastazione ambientale, ci sta conducendo verso un baratro che rifiutiamo di vedere. È una campagna giocata per facili, e spesso menzogneri, slogan, dove dominano parole dettate dalla convenienza del momento.
Quanto ai candidati essi sono già scelti al momento di deposito delle liste: si tratta di vedere quale scostamento vi sarà il 25 settembre rispetto ai sondaggi e, quindi, le eventuali modifiche rispetto alle designazioni già compiute. È un sistema elettorale che non garantisce la rappresentanza, la libertà di scelta degli elettori, ovvero la sovranità popolare, ma non è il dato di fatto di un destino ineluttabile: è un sistema che le forze politiche di maggioranza non hanno voluto cambiare.

Mi sembra che nel dibattito elettorale i temi della parità di genere, dei diritti delle donne, della loro difesa da violenza troppo diffuse… siano marginali. Eppure sembra che ad esempio la difesa del diritto all’aborto negli Stati Uniti abbia aiutato nella vittoria – alle primarie o alle elezioni suppletive – contro i repubblicani. Potrebbe dare qualche chance anche qui ad alcune candidate (poche per la verità con Unione popolare con la percentuale più alta al 45,1% rispetto alla norma che ne richiede un minimo del 40%)?

I diritti delle donne negli Stati Uniti e non solo stanno subendo pesanti attacchi: da un lato con legislazioni contro l’aborto, dall’altro con una mistificazione della “parità di genere”. Vorrei soffermarmi su questo punto, perché, al di là del numero di donne elette o candidate il rischio è che si affermi un femminismo neoliberale, che riduce la parità di genere a parità di condizioni competitive. Prendiamo ad esempio il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che imposta il discorso delle disuguaglianze di genere in un’ottica funzionalista rispetto alla crescita economica, con un approccio ordoliberale e all’interno di una razionalità neoliberista. È la visione, sintetizzando, in due battute, della “donna come capitale umano” e della “parità di genere per il PIL”, per cui, ad esempio, in coerenza con un Piano centrato sulla figura dell’impresa, si insiste sulle misure relative all’imprenditoria femminile (Missione 5 del PNRR) e sull’empowerment nelle «condizioni competitive» (cfr. Comunicazioni del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, al Senato della Repubblica sulle dichiarazioni programmatiche del Governo, 17 febbraio 2021). Il rischio è che, come accaduto ad altri concetti, quale “sviluppo sostenibile”, l’uguaglianza di genere venga cooptata e mistificata, privata del suo potenziale trasformativo, che si affermino rivendicazioni di genere come parità di accesso ai privilegi di una società disuguale: questa è una mistificazione dell’uguaglianza di genere.
La questione non è incrementare la competitività delle donne, ma garantire l’emancipazione, il «pieno sviluppo» e la «partecipazione effettiva» (art, 3, co. 2, Cost.). Occorre, dunque, leggere la condizione femminile nel suo legame con le disuguaglianze sociali e economiche, considerando il complesso degli «ostacoli» e delle oppressioni, nonché la loro connessione, che causa un aumento esponenziale delle disuguaglianze (l’orizzonte dell’intersezionalità). È necessario, ancora, ricordare come le disuguaglianze di genere denotino uno stato di subalternità, che è lo stesso delle condizioni servili dei lavoratori della logistica e dei braccianti agricoli, o della vulnerabilità che contraddistingue la persona migrante. L’uguaglianza di genere, cioè, è parte dell’uguaglianza in sé e condivide il suo precipitato: ossia l’essere contro la sottomissione e l’oppressione (che sia di genere, di classe, coloniale, postcoloniale, in versione estrattivista…). Un piccolo esempio in positivo: il reddito di autodeterminazione proposto dal movimento Non Una Di Meno. È una misura concepita come strumento di indipendenza e sostegno per uscire da relazioni violente e da stati di sopraffazione (familiari e lavorativi), ovvero ad un tempo mezzo di autonomia e liberazione rispetto alla violenza di genere, ma anche contro lo sfruttamento, i ricatti del lavoro, la precarietà.

Per attenuare i danni che provocherà alla rappresentanza democratica si sarebbe dovuto approvare, insieme ad altri interventi, una nuova legge elettorale che sostituisse la legge n. 265/201, il c.d. Rosatellume che andasse in direzione di un proporzionale puro. Cosa accadrà con le elezioni del 25 settembre? Come si potrà incidere dentro e fuori le istituzioni per riavere un livello di rappresentanza democratica che consenta una effettiva partecipazione e il ripristino di una sostanziale sovranità popolare? Senza parlare poi delle ricette di presidenzialismo della destra…

Temo che il cammino per una rappresentanza democratica sia lungo: passa per il recupero del ruolo del Parlamento e la ricostruzione di partiti politici che esprimano visioni del mondo alternative, che a partire da queste giochino il conflitto e la mediazione politica; questo, mentre invece dilaga il modello di partito autoreferenziale, leggero, liquido e le pulsioni presidenzialiste avanzano. Che fare? Penso che non vi sia altra strada che ripartire dal basso, dalla partecipazione effettiva ed autorganizzata che esiste, dai movimenti, dal mondo dell’associazionismo, e da qui ricostruire anche una rappresentanza radicata nei territori, nei luoghi di conflitto… Un percorso lungo, quando il tempo è poco, con disuguaglianze esplosive affrontate con mistificatorie logiche meritocratiche, la politica dei bonus e una rabbia sociale dirottata sul nemico di turno; e, non ultimo, un disastro ambientale che non può essere ignorato.

In attesa dei decreti attuativi, come valuta la riforma della giustizia? Quale il limite principale?

È un tema amplissimo, mi limito a due spunti. Primo, un argomento poco battuto, ma drammaticamente reso urgente dal crescente aumento dei suicidi in carcere: la necessità di una riforma del sistema carcerario, che adotti una diversa visione della funzione penale (per primi riferimenti, segnalo, https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/pages/it/homepage/dettaglio_contenuto/?contentId=CNG14249&modelId=10021). Secondo. Senza dubbio i problemi della giustizia sono molti, ma temo che la ratio prevalente nel riformarla sia una: rendere il paese più attraente e competitivo secondo standard di massimizzazione del profitto degli investitori.

Il disegno di legge sulla concorrenza è stato approvato in via definitiva dal Senato lo scorso 2 agosto. A parte qualche intervento (su assicurazioni, telefonia, scavi per fibra ottica) continua ad essere uno strumento per privatizzare servizi essenziali come l’acqua? Oltre ai contenuti in sé come vede lo strumento dal punto di vista giuridico? Un adempimento ordinario a cui deve attendere il Governo annualmente ma che è spesso strutturale e per alcune decisioni incide in profondità sulle vite delle persone.

Ho partecipato per quanto mi è stato possibile alla mobilitazione contro l’art. 6 del Ddl concorrenza, una mobilitazione che, se non è riuscita ad ottenere lo stralcio del testo, ha quantomeno portato ad una sua parziale modifica. Vorrei sottolineare un punto essenziale: non è la concorrenza il paradigma dei rapporti fra istituzioni ed imprese, o fra politica ed economia, ma sono il progetto costituzionale di emancipazione personale e sociale, il principio personalista, che pone al centro la dignità della persona. L’utilità sociale richiamata dalla Costituzione all’art. 41 non è veicolata di per sé dalla concorrenza, ma piuttosto della concorrenza costituisce un limite (rafforzato dal suo legame con l’art. 3, c. 2, Cost.), nell’intento di concretizzare l’eguaglianza sostanziale e liberare tutte le persone da bisogni ed ostacoli al “pieno sviluppo”. La concorrenza, può aggiungersi, è strutturalmente una modalità competitiva, che tende a creare diseguaglianza e ad incrementarla. Essa può produrre ricchezza, ovvero profitti, ma questo non implica una redistribuzione o un miglior godimento dei diritti. Rimuovere gli ostacoli alla concorrenza – in una battuta – non equivale a rimuovere «gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza. Dunque, la concorrenza è lungi dall’essere un obiettivo costituzionale in sé e quando declinata in relazione ai servizi pubblici locali rischia di stravolgerne il senso. Essi sono strumento per la tutela della persona, della sua dignità, della sua emancipazione, dei suoi diritti: a questo sono finalizzati e a questo devono tendere, non al profitto, all’efficienza economica ad ogni costo (fermo restando, peraltro, il rigetto della vulgata del “pubblico inefficiente”).
Non solo: attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici locali, si svuota l’autonomia territoriale, si restringono gli spazi di scelta politica degli enti locali, con un vulnus alla sovranità popolare, alla sua espressione plurale, alla partecipazione. Con la privatizzazione si indebolisce il senso costituzionale di un’autonomia locale concepita in stretta connessione con la garanzia dei diritti, si svuota la funzione sociale dei comuni e si abbandona il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli, il cuore del progetto costituzionale. Un compito – si può annotare – che era stato difeso dai cittadini, quando con il referendum del 12-13 giugno 2011, il 95,35% dei votanti (affluenza 57.04% del corpo elettorale) si era espresso per l’abrogazione di norme che consentivano di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori economici privati.

Lei è professore ordinario all’Università di Torino e vive tutti i giorni le condizioni in cui versa l’Università e la Ricerca che mi sembrano uno specchio fedele della situazione economica e politica del nostro Paese: precarietà diffusa, risorse scarse, asservimento alle logiche dell’industria, scarsa rappresentanza… se dovesse dare un paio di indicazioni per un programma politico per le due istituzioni a cosa penserebbe?

In una lettera aperta del movimento studentesco degli anni 1989-1990, la Pantera, si contestava la riforma sull’“autonomia” universitaria allora in discussione (la c.d. riforma Ruberti) in quanto legittimava «l’ingresso del capitale privato come principale e determinante fonte di finanziamento della ricerca», mettendo i privati in condizione di pilotarla. Così è stato, e oggi, trascorsi più di trent’anni e altre pessime riforme (fra le quali, le leggi n. 133 del 2008 e n. 240 del 2010, contro le quali si è battuto un altro movimento, l’Onda), con il PNRR, un altro passo è compiuto: la ricerca, come l’insegnamento, sono plasmate sugli interessi delle imprese, ma con i fondi pubblici.
Il processo di aziendalizzazione è duplice: da un lato, l’università si struttura come un’azienda; dall’altra, suo interlocutore privilegiato sono le aziende. La trasformazione muove dal linguaggio (per tutti, i crediti), e pervade la configurazione dell’università, il suo senso. La ricerca libera, senza oggetti e indirizzi predeterminati, scompare in favore della ricerca applicata o comunque indirizzata.
La libertà condizionata, funzionalizzata agli interessi delle imprese, restringe orizzonti, prospettive e alternative: si intaccano le precondizioni del sapere critico e plurale che alimenta il pluralismo e il conflitto quali essenza e humus imprescindibile della democrazia. Conoscenza e pensiero critico sono sostituite dalle nozioni, dalla tecnica, dalle “competenze”, funzionali ad una visione, dalla produzione di ricerca “redditizia”.
Un possibile programma: è necessario invertire radicalmente la rotta: garantire effettivamente il diritto allo studio come diritto a carattere universale e non limitato dalle risorse stanziate; creare un percorso accademico libero dal ricatto del precariato e della ricerca a progetto; garantire fondi pubblici necessari a costruire un’università – pubblica – che sia strumento di trasformazione sociale, spazio di pensiero critico dell’esistente e libero nel creare e immaginare alternative, aperto al territorio e alla società; rimuovere logiche aziendalistiche che coniugano una burocrazia asfissiante, con criteri efficientisti e una valutazione omologante.

Nella precedente intervista le avevo chiesto su cosa stesse lavorando e mi rispose che la sua ricerca era diretta ai “provvedimenti adottati per fronteggiare l’emergenza sanitaria e la crisi economica, la direzione che si vuole imprimere alla “ripresa”, con attenzione al dettato costituzionale, per verificare se, e quanto, sia ascoltata la voce della Costituzione”. Ci può dare qualche risultato dei suoi studi?

Mi sembra chiaro che la Costituzione sia sempre meno l’orizzonte di riferimento delle scelte politiche: nel PNRR non compare né sostanzialmente né formalmente. La ripresa ha come soggetto e oggetto l’impresa, non la persona (come invece la Costituzione). La prospettiva è ordoliberale. Quanto alla forma di governo l’emergenza sanitaria, quindi la crisi economica e sociale, la guerra in Ucraina, non hanno fatto che acuire il processo di verticalizzazione del potere e di crescente esautoramento e auto-marginalizzazione del Parlamento. Oggi ragioniamo giustamente dei pericoli di un presidenzialismo che accentri ulteriormente i poteri, ma gli equilibri e la limitazione del potere, il pluralismo, la garanzia della sovranità popolare, sono da anni svuotati. Sono anni che la democrazia è atrofizzata, un mero meccanismo di gestione del potere, e la classe politica è ripiegata su se stessa e intorno ad un asse neoliberale. Per tacere della considerazione che l’emergenza, e la sua normalizzazione, portano con sé una restrizione degli spazi politici, del dissenso, come la militarizzazione della democrazia con la guerra in Ucraina ha provato una volta di più.

Pasquale Esposito

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article