Barbara Martusciello a proposito di “Arte in Nuvola”

Barbara Martusciello
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Con la partecipazione di 140 gallerie italiane e straniere, gli oltre 15 progetti speciali e il ricco programma di talk, si è chiusa ieri la seconda edizione di “Roma Arte in Nuvola” la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, ambientata nella suggestiva cornice della Nuvola di Fuksas, ideata e diretta da Alessandro Nicosia, con la direzione artistica di Adriana Polveroni.

Ne abbiamo parlato con Barbara Martusciello, storica e critica d’arte, co-fondatrice della rivista Art a part of culture.

Com’è andata questa edizione rispetto alla precedente?
Sicuramente è leggermente migliorata rispetto alla precedente. La qualità delle opere esposte è superiore all’anno scorso, soprattutto al piano terra, dedicato agli artisti del Novecento e storicizzati. C’erano molte meno opere “commerciali”, il livello è stato decisamente più alto. Diciamo che farei una netta differenza tra piano sopra e sotto. Fermo restando che, in entrambe le sezioni, alcune gallerie se le potevano risparmiare. Se devo essere sincera, soprattutto al primo piano, dedicato al contemporaneo, avrei salvato solo metà delle gallerie.

Come spieghi l’assenza di importanti gallerie, romane, nazionali e internazionali?
Perché, purtroppo, questa fiera non viene ancora considerata – passami il termine – all’altezza, per una serie di motivi. Anche e soprattutto in termini mercato.

Ecco, parliamo del pubblico della fiera, come lo definirebbe?
Sicuramente l’affluenza è stata tanta, ci sono stati oltre 36.000 visitatori. Solo che per la maggior parte si è trattato di un pubblico di curiosi, non di collezionisti. Infatti, i giorni di maggior affluenza sono stati sabato e domenica. In più, si è trattato di un pubblico per lo più romano, cittadino, insomma, a detta di tutti, non si è visto il pubblico che normalmente circola nelle fiere. Certo, poi è ovvio fa piacere che ci sia tanta affluenza, che i cittadini abbiano accolto questa proposta e siano accorsi numerosi, però non è quello lo scopo di una fiera.

Secondo lei la comunicazione è stata buona?
In generale la fiera è stata comunicata male. Lo dimostra anche il fatto che domenica c’è stato il blocco delle auto, a testimonianza di una totale mancanza di contatti con il Comune. La fiera è stata costellata di eventi e talk che, però, sono stati comunicati poco e male. Insomma, data la rilevanza dell’evento mi sarei aspettata la partecipazione ad almeno un talk di un membro delle istituzioni, per fare una panoramica dello stato dell’arte contemporanea a Roma, per aprire un dialogo. Invece nulla. Tornando alla comunicazione, il sito della fiera funzionava a stento; i social inesistenti. Insomma, il grande lavoro sulla comunicazione lo hanno fatto fondamentalmente le gallerie che sono riuscite a portare i pochi collezionisti presenti. Inoltre, ho sentito spesso parlare della “vocazione internazionale della fiera” ma a mio avviso tale vocazione rappresenta più una speranza per il futuro che una realtà attuale.

Questa fiera è stata definita come “Il punto di riferimento del collezionismo italiano del Centro e del Sud Italia”, lo trova corretto?
Sarebbe bello se lo fosse ma ritengo che la strada da fare sia ancora lunga. Anche perché come obiettivo mi sembra piuttosto ambizioso. Prima di tutto perché i collezionisti, per definizione, viaggiano, si muovono; non hanno bisogno che l’arte gli venga “portata”. Poi, se vogliamo dirla tutta, i collezionisti vanno “coccolati” e, invece, anche da questo punto di vista Arte in Nuvola ha lasciato a desiderare. Lungo il percorso espositivo mancavano le sedute, non c’erano divanetti, salottini; era impossibile fare una pausa di relax e riflessione. I punti bar, seppur Palombini, erano tremendi e poco ospitali con tavolini alti e sgabelli scomodissimi; anche il bar un po’ più strutturato, all’ingresso, era del tutto poco curato, con una proposta food opinabile. Insomma, nonostante la splendida location, l’allestimento di Arte in Nuvola non è stato accogliente. La fiera dovrebbe essere proposta come un piacere non come un estenuante tour de force. Inoltre, come ho scritto, rispetto alle altre città italiane sede di fiere, come Bologna o Torino, Roma non ha molto da offrire agli appassionati del contemporaneo e poi, al di là dell’offerta culturale cittadina, mancava proprio una qualunque forma di collegamento o dialogo con la città. Insomma, io ho risentito molto della mancanza di contatti con le istituzioni che, soprattutto per eventi di questa portata, trovo che siano molto importante.

Visto che lei è la co-fondatrice di un magazine di arte e cultura: una parola sullo spazio dedicato all’editoria?
Che dire? Non ho trovato per nulla strategico collocare la sezione dedicata all’editoria in isolamento, praticamente in un corridoio morto, un non luogo, che non sono stati in grado di rendere attraente. Insomma, questi editori sono stati tutto il tempo da soli. Certo, capisco che rispetto alle gallerie, magari sono stati invitati a partecipare ma non per questo andavano esclusi in questo modo a mio parere, soprattutto perché alle librerie erano riservati ben altri spazi. Secondo me, sarebbe stato più appropriato mettere tutti insieme, creando una sinergia tra librerie ed editoria, anziché privilegiare le une ed emarginare gli altri. Magari, il corridoio sarebbe stato più d’effetto se dedicato all’accoglienza di installazioni e performance.

A proposito di installazioni e performance, qual è il suo parere?
Alcune funzionavano, le ho trovate di grande effetto. Altre decisamente meno. In generale ho avuto l’impressione che fossero troppo slegate dal percorso, come se fossero “un po’ un mondo a parte”.

Da critica e conoscitrice del mercato, ha qualche feedback su com’è andata la fiera da questo punto di vista?
Anche in questo caso bisogna fare una differenza tra piano terra e primo piano. Perché per quanto riguarda le gallerie del piano terra, la fiera non è andata male; certo, poteva andare meglio ma qualcosa si è mosso. Mentre, per quanto riguarda il primo piano, da quello che ho capito non è stata un successo di vendite, anche se per le gallerie, soprattutto se giovani, partecipare ad una fiera porta sempre movimento, visibilità e contatti – magari non eccelsi ma comunque contatti. Quindi, a mio parere, una fiera conviene sempre farla. Certo l’assenza dei collezionisti è stata notata dalle gallerie che, come dicevo, hanno fatto un grandissimo lavoro di comunicazione portando gli unici che c’erano.

Secondo lei è una fiera destinata al successo?
Così com’è non ancora, però ci sono margini di miglioramento e se le critiche verranno usate in maniera costruttiva, sicuramente sì. Del resto, la storia recente dimostra che Roma è un terreno difficile per le fiere, hanno tutte avuto destini non felici. Quindi riconosco i meriti degli organizzatori nel voler restituire una fiera d’arte moderna e contemporanea alla città; tuttavia, proprio perché siamo nella Capitale, è doveroso aumentarne la qualità.

Quale sarebbe, secondo lei il primo e più urgente miglioramento da apportare?
Alzare il livello delle gallerie invitate. Poi bisognerebbe lavorare davvero sull’internazionalità e sul rapporto con la città, con le istituzioni.

Ludovica Palmieri

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