Rivoluzione e democrazia nella storia del PCI. Dialogo con Fausto Bertinotti

L'Ordine Nuovo Gramsci
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Abbiamo dialogato con Fausto Bertinotti sulla nascita del PCI, sulle fondamenta teoriche della scissione di Livorno, sul rapporto tra rivoluzione, democrazia e socialismo e sull’evoluzione della prassi politica del partito nel corso del Novecento. Con una finestra sul presente e sul futuro possibile della sinistra.

Nel primo numero dell’anno scorso di alternative per il socialismo (gennaio 2021, n. 59), hai avviato una riflessione sul centenario della nascita del PCI, che nel 1921 si chiamava Partito Comunista d’Italia. Durante l’anno che si è appena concluso sono usciti vari libri di giornalisti, studiosi ed ex dirigenti di partito. Penso, in ordine sparso e senza voler essere esaustivo, al compianto Emanuele Macaluso e a Claudio Petruccioli, a Piero Fassino, a Luciano Canfora, ad Antonio Carioti ed Ezio Mauro, a Fabrizio Rondolino, Paolo Franchi, Marcello Sorgi e Mario Pendinelli, a Marcello Flores e Giovanni Gozzini (su questi ultimi torneremo). Nel 1921 il PCd’I era tale in quanto aveva aderito all’Internazionale Comunista (Komintern) che, come è noto, fu sciolta da Stalin nel 1943 durante la guerra come prova di “affidabilità” rispetto agli Alleati. Partirei proprio da ciò che hai scritto su alternative per il socialismo e dalla scissione di Livorno. Nel titolo del tuo editoriale hai parlato di “felice ambiguità” del PCI e, sulla scissione, hai scritto che essa era “necessaria, unica e irripetibile”. Vorrei che tu tornassi su questo concetto, la “felice ambiguità” del PCI, perché?

Possiamo perfino osare un po’ di più e parlare di doppiezza del PCI, termine molto in uso tra i critici di quella scelta e, più complessivamente, di quella storia. Però io declinerei questo termine in modo diverso da quello in uso. Cioè non come la presunta “doppia patria” (Italia e URSS) alla quale i comunisti sarebbero stati fedeli, atteggiamento secondo molti perfettamente incarnato da Palmiro Togliatti. Bensì (e non mi riferisco alla prima parte della storia del PCI ma agli anni successivi al 1941, cioè alla ricomposizione del fronte antifascista dopo l’attacco della Germania all’URSS) come, da una parte, l’adesione piena all’ordinamento democratico, adesione figlia dell’antifascismo, della Resistenza e della Costituzione repubblicana alla cui scrittura i comunisti contribuirono (pensa per esempio all’articolo 3), in qualche modo rompendo gli ormeggi rispetto alla Costituzione liberale, chiudendo un’epoca e andando verso la “democrazia progressiva”, pur dentro al quadro ipotizzato a Yalta, cioè l’Occidente. Dall’altra l’idea che si potesse e dovesse andare oltre, mantenendo quindi viva la scintilla di Livorno. Insomma il PCI ha portato dentro di sé la sua nascita, le ragioni di quella scissione (il 1921, che poi è il 1917 russo, cioè l’idea della rivoluzione), pur essendosi collocato nel secondo dopoguerra in un contesto in cui quella stessa scintilla non avrebbe trovato spazio nella sua forma originaria. Si può dire che il trascendimento della società capitalistica, la meta della società socialista, rimase un elemento centrale nel PCI anche quando esso si collocò a pieno titolo nella democrazia di stampo occidentale. Si potrebbe addirittura usare la formula di San Paolo: “siamo uomini in questo mondo, non di questo mondo”.

Dunque la scintilla, che conteneva in sé la possibilità e la volontà di superare il capitalismo attraverso la rivoluzione, accompagnò gran parte della storia di un partito che accettava appieno la democrazia senza, tuttavia, pensare che quello fosse il migliore dei mondi possibili e, quindi, immaginando che si potesse costruire nel tempo un’alternativa di sistema senza dimenticare l’ottobre 1917, cioè l’idea della rivoluzione. È così?

Direi di sì. Come hanno scritto vari storici particolarmente acuti, a Livorno i comunisti erano gli unici a credere ancora nell’attualità della rivoluzione, non solo rispetto ai riformisti ma anche ai socialisti massimalisti. Questo elemento, sia pure sotto traccia, è rimasto nel PCI per quasi tutto il secondo dopoguerra, cioè fin quasi al crollo del Muro di Berlino e alla fine dell’URSS. Quindi un’adesione alla società democratica (e capitalistica), quella del PCI, ma non una conformità al suo fondamento innanzitutto teorico, insomma alla sua weltanschauung. Questa è la forma di doppiezza che penso abbia contraddistinto il partito, come sai bene Togliatti per descriverlo parlò della giraffa, cioè di uno strano animale. Un’immagine curiosa e pittoresca, ma non priva di efficacia. L’Italia democratica come campo di gioco, un paese al cui sviluppo il partito si dedicava anima e corpo; la rivoluzione venuta dall’Est come prospettiva da non accantonare mai del tutto proprio in virtù di un altro futuro possibile. Il PCI, su questo piano, ha certamente favorito qualche equivoco, com’è avvenuto sul concetto di “diversità”. Talvolta essa è parsa una forma di autogratificazione o di superiorità, in altri casi ha assunto connotati quasi moralistici. Si potrebbe dire che la diversità, in un certo senso depurata dalle “impurità”, corrisponda alla stessa doppiezza: da una parte il PCI era presente nella società democratica nell’hic et nunc, dall’altra faceva contemporaneamente rivivere, più o meno esplicitamente, più o meno convintamente, la rivoluzione e quindi le sue radici. Senza tutti e due questi elementi il PCI non ci sarebbe stato e non avrebbe avuto quel ruolo così importante nella storia italiana, prettamente politica ma non solo, e direi anche internazionale.

Si potrebbe dire che la scintilla di cui hai parlato sia stata fondamentale per la costruzione di battaglie democratiche, soprattutto nel lungo secondo dopoguerra che hai evocato. Ma la Rivoluzione d’ottobre, come sappiamo, ha prodotto un sistema totalitario incapace di coniugare libertà e sviluppo o, se preferisci, di costruire il socialismo nella libertà. Si può dire, in estrema sintesi, che la rivoluzione sia stata anche strumentalizzata poiché a lungo ha alimentato il mito di una società che non esisteva e dove, al di là della propaganda, non vi erano né la marxiana socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, cosa diversa dalla loro nazionalizzazione integrale, né il rispetto delle libertà fondamentali in assenza di ogni forma di pluralismo e di rispetto per il dissenso anche all’interno del partito unico (il PCUS) e, più in generale, del mondo comunista. Si può dunque dire che, nonostante la realtà sovietica, sia stato il mito della rivoluzione libertaria (e quindi la base di quella scintilla) a produrre risultati molto concreti sul piano delle battaglie democratiche ma che l’ancoraggio del PCI a quella storia si mantenesse, in qualche modo, astratto visti i suoi esiti reali. In fondo molto distanti dalla prassi politica del partito anche prima delle svolte (teoriche e pratiche) successive alla scomparsa di Togliatti che, non dimentichiamolo, trasformò il PCI da partito d’élite in partito di massa. Mi riferisco alle segreterie di Luigi Longo e di Enrico Berlinguer che, pur facendo sempre riferimento alla scintilla di cui hai parlato, se ne allontanarono sempre di più guardando ai suoi esiti in URSS ma anche nelle cosiddette democrazie popolari, cioè negli Stati satellite. Dal 1968 e da Praga, cioè dall’invasione della Cecoslovacchia di Alexander Dubcek, questa contraddizione prese sempre più corpo fino a una rottura quasi totale che, senza voler ripercorrere in questa sede le singole tappe, vide protagonista Berlinguer fin da quando nel 1972 divenne ufficialmente segretario del PCI, con particolare riferimento al quinquennio 1976-1981.

Sì, ma tu aggiungi al sostantivo rivoluzione un aggettivo: libertaria. Io penso alla rivoluzione come possibile superamento del sistema capitalistico e non come base del sistema sovietico, certamente lontano dallo spirito del 1917. È chiaro che, in quest’ottica, il lungo legame di ferro del PCI con l’URSS si può e si deve sottoporre a una critica netta. Ma il lascito della rivoluzione dell’ottobre 1917, intesa come idea che il capitalismo potesse essere superato, è una cosa diversa. È in questo senso che Livorno è necessaria, direi che è obbligatoria e irripetibile. Lo è perché mette in rapporto l’Italia, a cominciare dal Gramsci ordinovista (non del pensatore maturo), con un contesto internazionale (che viene da Est e non da Ovest, come invece avevano sperato e predetto Marx ed Engels) nel quale si sta mettendo radicalmente in discussione il sistema capitalistico. Proprio Antonio Gramsci, uno dei protagonisti della scissione di Livorno (anche se non prende la parola), accusa i socialisti di essersi allontanati dalla loro funzione storica, cioè di essersi scissi dalle lotte del proletariato. Lo dice più volte al PSI: è necessario proclamare lo sciopero generale e distribuire le armi agli operai per favorire il processo rivoluzionario, cioè per puntare al superamento del capitalismo. Gramsci pensa (al contrario della maggior parte dei vertici socialisti, i cui gruppi parlamentari erano riformisti, e dei vertici della CGL per cui vale la stessa cosa dei gruppi parlamentari) che la rivoluzione sia possibile anche in Italia. Al di là degli errori di valutazione guardando all’esito dell’occupazione delle fabbriche nel 1920 (dopo lo sciopero delle lancette di marzo-aprile) e ai rapporti di forza nella società tra la fine di quell’anno e l’inizio del 1921, proprio quella speranza di un diverso mondo possibile (cioè la scintilla della rivoluzione) rimane insostituibile. E poi c’è un particolare, il cui senso ultimo non poteva certamente essere colto allora: la rivoluzione in Russia aveva vinto! La critica, figlia dell’analisi, verrà dopo. È il momento che va capito, in quella fase era sembrato che le cose anche in Italia potessero cambiare perché una rivoluzione, quella bolscevica in Russia, effettivamente aveva vinto. Ripeto, quella fase va storicizzata. Anche Filippo Turati, cioè la figura più importante e penso di maggior spessore del riformismo socialista, era inizialmente favorevole alla rivoluzione, tu lo sai benissimo. Questo per dire che l’ottobre russo rappresentò una scintilla anche fuori dalla Russia e non solo per i massimalisti ma che, dopo l’entusiasmo iniziale che contagiò la quasi totalità delle anime del movimento operaio italiano, fu la scelta di Livorno a mantenerla realmente in vita.

È verissimo, nessuno si schierò inizialmente contro l’ottobre russo proprio perché sembrò che, in concreto, le masse proletarie stessero vincendo e che, quindi, vi fosse una possibilità “contagiosa” di emancipazione. Però, al netto dell’enorme difficoltà di capire cosa stesse realmente succedendo in Russia, tra l’ottobre 1917 e il gennaio 1921 le cose cambiarono e, in Italia, in pochi anni si ebbero cesure tragicamente importanti. Il fascismo fu molto sottovalutato e, addirittura per qualche anno, si continuò a parlare di possibile rivoluzione quando la reazione stava vincendo con la diretta complicità dei nazionalisti e di una parte importante (direi maggioritaria) del mondo liberale oltre che del Vaticano, per non parlare dell’atteggiamento degli agrari e degli industriali, come della magistratura e delle forze dell’ordine, senza tornare sulle dirette responsabilità di Vittorio Emanuele III nell’ascesa di Mussolini al governo. Lo stesso Gramsci, del resto, aveva detto che avrebbe vinto la rivoluzione o che si sarebbe scatenata una terribile reazione.

Sì, facendo un passo indietro, però, ricordo che la delegazione che arriva dalla Russia, non composta da bolscevichi ma diversificata al suo interno, viene accolta a Torino da circa 40.000 operai in festa che scandiscono il nome di Lenin visto come l’emblema della rivoluzione delle masse contro il capitalismo, proprio quella scintilla che rimarrà viva nel tempo, indipendentemente dagli esiti dello stesso ottobre e dalla struttura dell’URSS.

Aggiungo che anche la delegazione italiana che va in Russia non è composta solo da appartenenti alla frazione comunista, ci sono anche riformisti dichiarati a conferma del fatto che nessuno può capire bene cosa esattamente stia accadendo.

Ma è così tra gli stessi russi! Quel che sta emergendo confusamente ma in modo prepotente è il valore della rivoluzione in sé, si pensa che essa si possa diffondere in tutta Europa e la delusione, dopo la vittoria della reazione, sarà terribile.

Certo, però in Ungheria (la breve esperienza della Repubblica dei consigli di Béla Kun) e in Germania (gli spartachisti di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht vengono eliminati dai corpi franchi di estrema destra alleati del ministro socialdemocratico Noske) la sconfitta è molto rapida nel 1919. Sembra quasi che a quella scintilla, in poco tempo e prima di Livorno, seguano solo sconfitte tanto è vero che il Komintern, fin dal 1921, cambia politica e, addirittura, spinge per un’improbabile ricomposizione della scissione quando, anche fuori dall’Italia, la distanza politica tra socialisti e comunisti appare ormai troppo ampia, considerate pure le lacerazioni personali intervenute tra gli ex compagni. Lo stesso Gramsci, ma con lui altri dirigenti comunisti (penso per esempio a Umberto Terracini), rifletterà sull’occasione rivoluzionaria del 1920 in termini diversi. Ma l’occupazione delle fabbriche che tu hai ricordato (chiusa con un accordo nel mese di settembre) non fu il detonatore di un processo rivoluzionario neppure a Torino, la Pietrogrado d’Italia, la città in cui le lotte erano certamente più avanzate rispetto al resto del Paese (dove di rivoluzione si parlava pochissimo) e anche a diverse altre zone dell’Europa. Voglio dire che furono in molti a credere in Italia, in quel momento non certo nella maggior parte delle regioni, che l’occasione rivoluzionaria ci fosse ma mi chiedo, tralasciando la grande distanza ideologica tra lo stesso Gramsci e Amadeo Bordiga (il primo segretario del PCd’I, lontanissimo dalla dimensione consiliare gramsciana e concentrato innanzitutto sulla funzione guida del PCd’I inteso come avanguardia della classe proletaria), quella prospettiva non si configurò soprattutto un grande e suggestivo, ancorché tragico, errore? Quasi un abbaglio? Insomma quell’occasione, a cui molto più avanti alluderà tra gli altri un uomo come Leo Valiani (militante comunista per quasi dodici anni e allontanatosi dal PCd’I dopo il clamoroso Patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939), che negli anni della maturità continuava a interpretare quella fase quasi come una sorta di appuntamento mancato, ci fu davvero? 

Non è dato di saperlo. Nel senso che il pensiero successivo, cioè l’analisi di ciò che è accaduto, non ci fornisce la risposta su ciò che sarebbe accaduto se si fosse davvero tentato di realizzare la rivoluzione. Persino i protagonisti, cioè i dirigenti di quel PCd’I, in sede di analisi storica hanno inevitabilmente elaborato una visione delle cose in un certo senso falsata da ciò che è avvenuto in assenza del tentativo. Gramsci per primo, secondo me, va visto in quel momento, cioè nel tempo della possibile rivoluzione, e non dopo che essa non si è verificata, quindi di fronte alla sconfitta di una prospettiva che non è stata effettivamente perseguita. Gramsci stesso, come hai ricordato, lo aveva previsto. Aveva sostenuto: o vinciamo noi oppure prevarrà una tremenda reazione. Cioè Gramsci, come altri rivoluzionari europei (vedi Luxemburg), si trovò di fronte a un bivio drammatico: si prova o si perde, comunque la reazione ci fu. Io non dico che la rivoluzione avrebbe vinto, dico solo che quella fase che si aprì con la Rivoluzione d’ottobre in Russia (imprevedibile almeno come le altre) poteva portare, anche in Italia, a un tentativo che non ci fu. Ma la reazione che vinse, cioè il fascismo, si affermò senza che la rivoluzione fosse tentata per davvero. Dunque mai, visto il corso della storia, avremo la controprova: come sarebbe andata se si fosse operato il tentativo, quello per il quale si costituì la frazione comunista nel PSI e poi nacque il PCd’I su determinati presupposti teorici e pratici? Certo, dopo la sconfitta per Gramsci (e per gli altri dirigenti comunisti) inizia un’altra storia. Ci saranno vari riposizionamenti. Si parlerà di “guerra di movimento” e di “guerra di posizione”, cioè è dopo la sconfitta che la riflessione si fa necessariamente più complessa. La tesi che ti propongo sul PCI in rapporto alla rivoluzione, in sintesi, è questa: la scintilla vivrà sempre nel partito nel senso che, per usare la metafora che ti è cara del libro di Vittorio Foa sul movimento operaio inglese d’inizio Novecento, La Gerusalemme è rimandata. Rimandata, non cancellata. Il superamento del capitalismo, insomma, non c’è stato ma potrà esserci, in condizioni diverse e in altri momenti. Dunque, sia pure totalmente dentro alla Repubblica democratica e ai suoi meccanismi politico-istituzionali, ma anche facendo i conti con un sistema economico misto e con una società aperta di stampo prettamente occidentale, la rivoluzione rimane possibile.

Sì, però non sarà mai una prospettiva realistica, il PCI non persegue più la rivoluzione, direi almeno dal 1944 in avanti, in questo senso c’è armonia tra la visione geopolitica di Stalin e le posizioni, realistiche, di Togliatti. Dopo di lui, Longo e Berlinguer lasciano ancor più sullo sfondo questa prospettiva, con varie cesure su cui non torniamo perché il discorso si farebbe troppo ampio.

Certo, poi il cambiamento radicale assume altre forme, l’alternativa s’insegue attraverso le riforme di struttura e non pensando a una nuova presa del Palazzo d’Inverno. Gli scenari mutano, ma permane l’idea (ecco la scintilla incorporata nel PCI) che un assetto del tutto nuovo, dunque rivoluzionario, sia possibile e che il capitalismo non debba essere accettato. Le forme del cambiamento sono tante, si parlerà per esempio dell’introduzione progressiva di “elementi di socialismo” nel sistema, pensa soltanto a Bruno Trentin. Ma Berlinguer, quando conclude l’ultimo suo comizio, pronuncia ancora la parola socialismo. Allude cioè a un diverso mondo possibile che oltrepassi il capitalismo. E stiamo parlando della vera fine del PCI, almeno per quel che io penso. I simboli contano moltissimo. Cioè, senza far torto ai suoi successori, proprio i funerali di Berlinguer, anche pensando a cosa significava un funerale in un paese cattolico come il nostro e a ciò che accadde tra la masse non solo comuniste, in quel momento termina veramente quella storia, non con la fine della Guerra fredda e la dissoluzione dell’URSS. Ma posso citare anche la stupenda ballata di Giorgio Gaber, che in Qualcuno era comunista allude direttamente allo splendido volo della rivoluzione e parla delle ali che si rattrappiscono dando luogo a una miseria. Questa è la parabola alla quale io penso. Il PCI è stato un partito di massa grazie a questo tipo di doppiezza: il modo di costruire e praticare la democrazia senza rinunciare al sogno della rivoluzione (la scintilla di Livorno). Perso il sogno, in fondo, è caduto anche il resto. Gli altri partiti della sinistra, quelli non comunisti e dunque non solo il PSDI ma anche il PSI, da un certo momento in avanti e direi ben prima di Craxi (pensa alla deludente esperienza del PSU tra il 1966 e il 1969), secondo me mancavano di uno dei due poli della doppiezza, proprio quello dell’idea della trasformazione radicale che, alla base, era proprio la tanto evocata rivoluzione.

Anche se il mondo socialista, come sappiamo bene, era molto diversificato al suo interno e sono esistite minoranze che mai hanno rinunciato a quell’idea di radicale trasformazione della società. Il discorso, qui, si farebbe troppo lungo e complesso visto che, per esempio, della progressiva introduzione di “elementi di socialismo” parlavano anche Lombardi e altri esponenti del PSI o del mondo della sinistra socialista (anche esterno al PSI, vedi PSIUP tra il 1964 e il 1972), di cui tu stesso sei stato un prestigioso esponente politico e sindacale. Vorrei però sapere cosa pensi di un altro aspetto, certamente collegato a quanto hai sostenuto. Mi riferisco, ne ho parlato proprio su Mentinfuga, all’ultimo libro di Flores e Gozzini sulla nascita del PCI (Il vento della rivoluzione), che ho studiato a fondo e che mi è capitato di presentare on line. Durante la discussione, presente Flores, ho sostenuto che il PCd’I nacque su un sogno rivoluzionario ma poi diventò altro. Per tornare a Vittorio Foa, con cui ho spesso discusso di questi temi (la rivoluzione e persino la nostalgia della stessa, in presenza della coscienza del suo fallimento; il socialismo e la sua natura; il rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta), eravamo d’accordo nel pensare che in realtà la storia si fa anche con i se e con i ma, nel senso che capire i motivi per i quali qualcosa non è avvenuto aiuta a comprendere meglio ciò che effettivamente è accaduto. Dunque, se in Italia la rivoluzione non c’è stata, pensiamo all’atteggiamento ondeggiante dei massimalisti di Giacinto Menotti Serrati e non ai riformisti (Turati, Claudio Treves, Anna Kuliscioff), forse capendo il più possibile il perché di questo evento mancato noi possiamo capire meglio cosa è accaduto. Ecco perché le condizioni di partenza, cioè le possibilità intraviste dai comunisti nel primo dopoguerra fino ai primi anni Venti e di fronte all’emergere del fascismo, come ho già detto molto sottovalutato e un po’ da tutti quasi confuso con una manifestazione tradizionale della reazione e non colto nella sua tragica modernità, mi paiono importanti per capire meglio ciò che è stato. Questo senza nulla togliere al tuo ragionamento: in effetti un conto è un bilancio ragionato perché successivo agli eventi, un altro conto è la valutazione del momento e il possibile tentativo. Non ci fu, non sapremo mai come sarebbe andato e la reazione, come hai sottolineato, c’è stata comunque e ha vinto.

Hai citato i massimalisti, sono importantissimi in quel quadro. Serrati (che poi con i “terzini” aderì al PCd’I nel 1924) e compagni evocano la rivoluzione ma non la sanno fare, i riformisti non credono che sia possibile, rimangono soltanto i comunisti che intendono provarci e si qualificano proprio su questo aspetto specifico. Tentano, invano, di mantenere in vita la scintilla venuta da Est ma, ripeto, quella scintilla sotto forma di possibilità rimarrà nel DNA del partito anche quando il cambiamento radicale assumerà altre forme: democrazia progressiva, riforme di struttura, elementi di socialismo. Tutto questo chiarisce perché il PCI, al di là della prassi politica e della piena accettazione della democrazia, non diventa un partito socialdemocratico. Torno alla scintilla e a Livorno, dove Gramsci non parla perché dà ormai per scontata la scissione e, di fatto, considera inutile intervenire per tentare di ricucire un tessuto unitario che non c’è più. Ma Terracini, pensando al gruppo degli ordinovisti che in quel momento rappresenta, si esprime in modo molto limpido: per lui la rivoluzione in fieri è quella dei consigli. Dice due cose, tra di loro strettamente connesse: sottolinea la centralità della fabbrica nella rivoluzione e quella dei consigli, intesi come struttura di potere nel nuovo governo. Non si tratta di una mera imitazione dei soviet, per Terracini queste saranno le caratteristiche della rivoluzione italiana che s’intende realizzare.

Anche se questo, lo abbiamo detto, non è esattamente il pensiero di Bordiga per il quale il partito, inteso come élite di rivoluzionari di professione, conta molto di più dei consigli di fabbrica. Ma vorrei sapere se sei d’accordo su un punto, riprendendo ciò che avevo accennato prima. Io penso che l’importanza del PCI nel secondo dopoguerra derivi, in particolare, dall’affermazione di una forma di eterogenesi dei fini. Cioè il PCd’I nasce nel 1921 basandosi su quella scintilla e quel sogno rivoluzionario (quasi fuori tempo guardando al resto dell’Europa) di cui hai parlato, ma il PCI cresce e si afferma come primo partito della sinistra e secondo partito italiano proprio perché la rivoluzione, nel secondo dopoguerra, non è al centro dei suoi programmi come appare chiaro dalla sua prassi politica. Insomma è più una suggestione, appartiene quasi al mito, ma il PCI – lo abbiamo ricordato – è tra i fondatori della Repubblica democratica incentrata sulla Costituzione, abbandona ogni idea di “prova di forza”, basti pensare alla politica di Togliatti e alla sconfitta di Secchia, poco convinto della strategia del segretario. Il rinnovamento nella continuità, celebre slogan che ben sintetizza la parabola del PCI, non è soprattutto questo? Quando ho ricordato il 1944, alludevo alla svolta di Salerno, coerente con la visione di Stalin ma di cui, non solo secondo me, Togliatti stesso è convinto. Egli sostiene, tornato da Mosca, che bisogna appoggiare il Governo guidato da Badoglio, riunire tutto l’antifascismo e innanzitutto vincere la guerra contro i nazifascisti, rimandare la questione istituzionale a un secondo momento (attirandosi le dure critiche di azionisti, socialisti e repubblicani) e, di fatto, rimanda la rivoluzione sine die. Ma nel rimandare la rivoluzione, Togliatti di certo non cancella l’idea del progressivo cambiamento radicale, cioè del superamento del capitalismo a cui tu hai fatti riferimento. Tu hai sostenuto che il PCI inizia a declinare, quindi inizia a spegnere quella scintilla, quando pensa al governo. È così?

Non quando pensa al governo, questo in una certa misura l’ha sempre fatto, ma quando si fa governo. Quando cioè modifica il suo statuto politico-culturale e assume la governabilità come criterio centrale della sua azione politica.

Dunque con la solidarietà nazionale, figlia del compromesso storico?

Anche dopo la sconfitta storica del 1980, sebbene il PCI dal 1979 si trovi di nuovo all’opposizione e la solidarietà nazionale sia già finita.

Ma il PCI, iniziata la strategia della tensione, è stato anche una garanzia per la tenuta delle istituzioni democratiche? Ho l’impressione che la difficoltà di ricercare il socialismo sia derivata, in una certa fase storica, dalla necessità di difendere ciò che il PCI stesso aveva contribuito a fondare, cioè la Repubblica democratica. Io credo che il PCI sia stato una sorta di argine all’oltranzismo atlantico, lo si evince bene dalla notte del Golpe Borghese del 7-8 dicembre 1970. Arrigo Boldrini è informato di ciò che sta accadendo da un alto ufficiale, il generale Renzo Apollonio, un reduce di Cefalonia che non si fida del SID e che informa Boldrini (e Saragat) di ciò che sta avvenendo. Anche da questo si capisce forse quale sia stata una funzione importante, direi insostituibile, del partito in quella fase iniziata a metà degli anni Sessanta ed esplosa con la strage di Piazza Fontana a Milano. Cosa ne pensi?

Io sono d’accordo con te sul fatto che il PCI sia stato un argine decisivo nella difesa dell’ordinamento democratico dai vari “sovversivisimi” reazionari, dall’estrema destra.

Direi anche da quelli di sinistra, dopo un primo momento di mancata comprensione del fenomeno brigatista, come fece notare Rossana Rossanda, al di là delle “infiltrazioni” subite e delle strumentalizzazioni.

Sì, comunque quell’atteggiamento del PCI non credo che abbia limitato le spinte politiche in senso moderato, cosa diversa rispetto all’eversione. Penso al quadro di governo e alle politiche messe in atto: su quel piano non mi pare che la difesa della democrazia abbia coinciso con un’evoluzione significativa, forse è vero il contrario. Come era accaduto nel 1964, con il “tintinnar di sciabole” del generale De Lorenzo, uso le parole di Pietro Nenni. Il Piano Solo e la formazione del II Governo Moro nel luglio di quell’anno coincisero con una torsione moderata del centro-sinistra, controllato pienamente dai dorotei e lontano da quella spinta che originariamente si era vista e in cui avevano creduto in molti nell’area laico-socialista ma anche in quella del cattolicesimo democratico. In quella partita il PCI non era direttamente coinvolto, però cito quella cesura per indicare che la salvaguardia delle istituzioni democratiche ritenute fragili e sotto pesante attacco dall’estrema destra, politica ed economica, in varie fasi ha impedito l’affermazione di una seria politica riformatrice, negli anni Sessanta rappresentata nel PSI in primis da Riccardo Lombardi.

Torniamo alla funzione del mito, inteso come richiamo alla rivoluzione (la scintilla) che il PCI portò con sé senza promuoverla realmente. Secchia, e non solo lui, in quest’ottica parlò di “Resistenza tradita” intendendo dire che la rivoluzione vera non c’era stata e che la Resistenza stessa era stata per certi aspetti soffocata, indirizzata nell’interesse da un lato degli Alleati, dall’altro di una sia pur parziale restaurazione. Eppure il richiamo alla rivoluzione proletaria non cessò di essere importante a più riprese tra il 1944 e il 1948.

Certamente. Ma come sarebbe stato possibile controllare gli operai evitando che nella fase finale della Resistenza (penso alla forza degli scioperi e alla delimitazione quasi necessaria degli obiettivi dei partigiani comunisti) o, ancor più precisamente, quando Antonio Pallante nel luglio 1948 sparò a Togliatti a Roma ferendolo gravemente, l’Italia sprofondasse in una nuova guerra civile? Come si potevano indirizzare quelle masse senza il richiamo a una rivoluzione che non ci poteva essere allora ma che, più avanti, sarebbe stata possibile? Ecco che la doppiezza, nella forma che ho cercato di declinare, riemerge: da una parte contenimento delle spinte più estreme e democrazia progressiva promossa dal partito di massa; dall’altra richiamo a quella scintilla nel nome della quale, in un momento ancora da individuare, sarebbe stato possibile rovesciare il capitalismo. Senza questa doppiezza, che contemplava necessariamente la Gerusalemme rimandata, in che modo i quadri mandati dai vertici del PCI, conosco bene quelle storie, dopo l’attentato a Togliatti avrebbero potuto far rientrare gli operai in fabbrica? Li convincevano perché la linea, in sintesi, era: se non difendiamo la democrazia oggi e non rispettiamo le regole, come creeremo poi le condizioni per la rivoluzione che verrà? Era una posizione che veniva da rivoluzionari di professione che avevano conquistato sul campo una tale autorevolezza da spenderla anche per salvaguardare la democrazia che era appena nata e che non era, sarà evidente anche dopo, esattamente piena. Tuttavia la conquista del socialismo, in un domani indefinito, rimaneva la stella polare nel nome della quale si poteva e si doveva difendere la democrazia facendo cessare l’occupazione delle fabbriche. Il richiamo alla scintilla continuava ad essere forte e funzionava per difendere il presente, cioè la conquista della democrazia, e progettare il domani, cioè il superamento del capitalismo Questa non è una doppiezza costruita dall’esterno, tengo molto a questo punto, era vissuta dall’interno come vera. In momenti diversi il PCI e la CGIL, come ricordava Vittorio Foa, ebbero anche questa funzione di contenimento delle lotte perché credevano davvero nelle due cose: la democrazia e la costruzione del socialismo sotto forma di sogno rivoluzionario, che possiamo chiamare anche speranza intesa come investimento attivo nella realizzazione dell’obiettivo. Penso a Marc Bloch. Del resto, nell’Italia degli anni Cinquanta, gli operai comunisti subirono una repressione spaventosa non soltanto dal reparto celere inventato da Mario Scelba e dalla magistratura ma, nella FIAT di Vittorio Valletta, dovettero sopportare l’isolamento, i licenziamenti, le intollerabili pratiche di discriminazione anticostituzionali. Senza questa speranza di cambiamento radicale, di rivoluzione rimandata, quelle operaie e quegli operai come avrebbero resistito? Erano, secondo me, portatori di una doppia convinzione: a) che la lotta di classe, prima o poi, avrebbe affermato le sue istanze (puoi chiamarlo sogno, ma era vissuto come una prospettiva reale); b) che il processo di transizione al socialismo, alla fine, si sarebbe realizzato trasformando alla radice la società. A questo proposito voglio ribadire che l’aggettivo socialdemocratico, che non è certamente un’offesa, è totalmente fuorviante per cogliere la sostanza politica del PCI e il tipo di politica che mise in atto. Prendiamo il programma di Bad Godesberg del 1959 e la nuova SPD, cioè le basi teoriche e pratiche della moderna socialdemocrazia che rappresentano il sostanziale abbandono del marxismo. Quella scelta, che indicò una revisione profonda sul piano ideologico-culturale, venne duramente criticata non soltanto dal PCI, ma anche dai vertici autonomisti del PSI: Nenni, Lombardi, Francesco De Martino. Anche i socialisti, nel 1959, quando videro “accantonato” l’obiettivo della trasformazione radicale del sistema e, dunque, l’ancoraggio al marxismo e alla rivoluzione, non accettarono quell’impostazione che anche a loro apparve molto, direi troppo, lontana da quella della socialdemocrazia originaria e dai vecchi leader come August Bebel, Karl Kautsky o Rosa Luxemburg, tanto per fare qualche nome di grande importanza. Insomma la storia del movimento operaio italiano, mi riferisco al PCI e al PSI, fino a quel momento non era assimilabile alla socialdemocrazia perché conteneva il problema del socialismo, cioè della trasformazione radicale del sistema e del superamento del capitalismo. Diciamo che, negli anni successivi al 1956, comincia un’altra storia. Lo stesso PCI, in quella fase, si allontana sempre di più dalla rivoluzione intesa come atto risolutivo, le cose si complicano ulteriormente con la denuncia dei crimini di Stalin e il nuovo corso in URSS, impersonato da Krusciov. Questi elementi determinano una nuova svolta nei vertici del partito e in particolare in Togliatti che, da una parte, appoggiano l’invasione dell’Ungheria (un tragico errore più tardi riconosciuto, tra gli altri, da due dirigenti dell’importanza di Ingrao e Napolitano) ma che, dall’altra, sposano sempre di più l’idea che il cambiamento possa venire soltanto da un lento e graduale processo di trasformazione. E qui mi pare che la vecchia formula di Gilles Martinet, quella dei riformisti rivoluzionari, di cui altre volte abbiamo parlato e che valeva per Lombardi, Foa, Trentin e altri, si possa riproporre oggi per spiegare un certo modo di intendere l’attività politica e sindacale. L’idea cioè di portare avanti pacificamente, e nel rispetto più profondo della democrazia, riforme tanto radicali da modificare, nel tempo, la struttura del sistema capitalistico e, dunque, arrivare al socialismo senza ricorrere a una nuova presa del Palazzo d’Inverno. Ma il faro di quel tipo di azione riformatrice rimaneva la trasformazione radicale del sistema, non certo il compromesso socialdemocratico, pur essendo quel modello rispettabilissimo, intendiamoci. Durante gli anni Sessanta, penso per esempio alla rivista Quaderni rossi di Raniero Panzieri, la ricerca continua e si tenta di arrivare a una nuova forma di socialismo di fronte alla società che sta cambiando molto rapidamente. Le nuove declinazioni dell’alternativa, cioè il revisionismo di sinistra (non socialdemocratico), non perdono però di vista il punto: il metodo graduale e l’accettazione della democrazia non contemplano l’accantonamento della meta finale, la trasformazione del sistema. È un tema che attraversa il decennio e che, tra il 1968 e il 1969, è molto presente intorno ai partiti, nel movimento giovanile come in una parte importante del sindacato che, proprio in quella stagione, a sua volta muta con la società. Si afferma insomma sotto altre forme l’attualità della transizione al socialismo, ritorna il tema della rivoluzione, anche fuori dal PCI.

Riprende con forza la ricerca della rivoluzione non come forma immutabile della transizione al socialismo, ma come idea di trasformazione radicale della società. È così?

Esattamente così.

Però ritorna anche il problema di cosa può e cosa deve essere una società socialista. Se il modello sovietico non è in alcun modo adeguato (Praga è una sentenza definitiva che porterà all’espulsione dal PCI del gruppo del manifesto); se qualcuno guarda come alternativa possibile al modello cinese, che però si conosce meno di quanto si possa credere e che a sua volta è una sorta di altro mito; se la Jugoslavia viene osservata con curiosità, ma non è considerata esattamente un riferimento centrale sullo scacchiere mondiale e lo stesso in fondo vale per Cuba, a chi e a che cosa si guarda? Il modello socialdemocratico è considerato insufficiente perché, lo abbiamo ricordato, contiene in sé un compromesso con l’economia di mercato, dunque il socialismo che caratteri poteva avere?

È qui il punto dolente. In questo percorso che stiamo descrivendo, l’URSS emerge definitivamente come elemento di contraddizione. Quando il mito dell’URSS, basti pensare a ciò che aveva rappresentato la battaglia di Stalingrado durante la guerra e alla funzione dell’Armata Rossa nella sconfitta del nazismo, viene oscurato alla fine degli anni Sessanta, s’impone una nuova fisiologia del conflitto sociale rappresentata da un’altra generazione di militanti. Quel mito, già in crisi, non è spendibile come prima e, dunque, come hai ricordato, emerge la Cina rivoluzionaria di Mao, la Cuba di Castro e Che Guevara, il sostegno ai comunisti vietnamiti aggrediti dagli “imperialisti” americani. Insomma se un mito s’indebolisce, altri emergono necessariamente poiché il bisogno di rivoluzione esiste ancora ma va legato alla storia diversamente da prima. È in questa stagione che il PCI accumula un ritardo storico che si traduce in un grande errore politico, indipendentemente dalle vittorie elettorali: quello di non separarsi dal mito dell’URSS, che è ormai bucato.

Sì, ma il mito dell’URSS e il mito della rivoluzione dell’ottobre 1917 non sono sovrapponibili. Il secondo sopravvive a Praga e Berlinguer parlerà di “esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione” soltanto nel 1981, dopo il colpo di Stato di Jaruzelski in Polonia. Voglio dire che, lo abbiamo già accennato, una cosa è l’URSS (dunque lo Stato e la società prodotti dopo la rivoluzione) e una cosa è la rivoluzione in sé, cioè quell’esigenza di superare il capitalismo cancellando i meccanismi di sfruttamento che lo caratterizzano e costruendo il socialismo, fammi aggiungere nella libertà.

Sì, e considera che questo riguarda tutti i movimenti anticapitalistici che si producono in fasi successive. Cioè la questione del punto di arrivo, della società socialista, rimane un problema per chiunque non accetti il capitalismo e lo analizzi criticamente, con lucidità, cercando un’altra via che però si scorge con fatica. Anche il ’68 nasce libertario, viene dagli USA e dall’Università californiana di Berkeley nel 1964 e poi, come spiegherà meravigliosamente Edgar Morin, nel 1969 ritorna attuale la rivoluzione proletaria: cioè la classe operaia torna protagonista in qualche modo dopo i giovani, sebbene alcuni obiettivi siano comuni. Lo abbiamo visto in Italia con l’autunno caldo e con la parziale saldatura di certi obiettivi tra operai e giovani.

Giovani che, aggiungo, in modo un po’ paradossale saranno in gran parte vittime di quei settarismi ideologici e di quelle logiche di conservazione, insite nel conflitto generazionale, alle quali si erano ribellati con forza.

È vero. Comunque Rudi Dutschke in Germania, i sostenitori dei consigli di fabbrica in Italia, frange del movimento studentesco in Francia tornano a ragionare sulla rivoluzione, questa rimane il centro della ricerca. Ogni volta, di fronte a nuove morfologie del conflitto, nascono nuove elaborazioni della rivoluzione, anche in discontinuità con i paradigmi precedenti. Come si vede, non se ne può fare a meno. Penso a Walter Benjamin, è una rammemorazione. Cioè ogni volta che si rifà attualità la ragione dei vinti giusti, la ragione per cui era nato il movimento rivoluzionario nel passato, si va verso una sua nuova rielaborazione. Quando, insomma, l’istanza che ha promosso la rivoluzione nel passato ritorna attuale, la rivoluzione stessa si deve ripensare mentre torna protagonista. Come si rielabora efficacemente? Questo problema rimane aperto.

Vorrei ora aprire una parentesi sull’oggi.

Sei sicuro? Dobbiamo proprio?

Non credo che possiamo sottrarci… Io penso che il crollo del Muro di Berlino e la fine dell’URSS, con il sostanziale esaurimento del sogno comunista almeno pensando all’Occidente, non abbia riguardato solo i comunisti ma anche le altre articolazioni del movimento operaio, come si diceva un tempo. Cioè, esaurendosi quella prospettiva anche l’alternativa tout court, dunque la rivoluzione e il socialismo, si concepiscono con immensa fatica. Oggi anche la parola sinistra, pensiamo solo all’Italia, si pronuncia con prudenza, quasi con timore. È come se quel fallimento, che per milioni di persone schierate a sinistra era già un dato acquisito, si sia materializzato davvero solo con il 1991 e con la fine della Guerra fredda portando con sé ogni possibile idea di un diverso mondo possibile, pur in presenza di crescenti contraddizioni e di una società globale nella quale la fame di giustizia sociale e diritti è crescente. Tu hai detto che il re è diventato nudo, ma quale re? Quello del socialismo? Insomma se la moderna socialdemocrazia era un compromesso (la costruzione del Welfare State, anch’esso oggi sotto attacco, rimane però centrale in tutto l’Occidente) e, fin dagli anni Ottanta, era in crisi per ragioni legate all’aumento non più sopportabile della spesa pubblica e a questioni socio-culturali difficili da approfondire in questa sede, il crollo del comunismo sembra aver sbarrato la strada a ogni altra prospettiva di socialismo e di rivoluzione, pur in presenza di generalizzate forme di sfruttamento e di una progressiva riduzione dei diritti, anche nelle zone più sviluppate del pianeta. Cosa ne pensi? Ci potrà essere una nuova strada per concepire un diverso mondo possibile, partendo dai giovani e dai nuovi lavori? Oppure si potrà soltanto amministrare l’esistente giocando, diciamo, in difesa con lo stesso atteggiamento intransigente ma con la coscienza di una sconfitta definitiva. Penso, in questo senso, all’Orologio di Carlo Levi e alla descrizione della fine del sogno azionista della rivoluzione democratica nella Roma in cui cade il Governo Parri alla fine del 1945, soltanto per fare un riferimento che mi è caro. Tu dici che il capitalismo finanziario globale è incompatibile con le riforme sociali e perfino con la democrazia, io per molti aspetti la penso in modo simile se osservo il mondo in cui stiamo faticosamente vivendo e rifletto sulle tragiche contraddizioni che, mi pare evidente, lo caratterizzano. Ma allora da cosa si può ripartire oggi, sempre che sia possibile, per declinare nuovamente parole e concetti che sono stati protagonisti nel XX e nel XIX secolo come socialismo, comunismo (il libro L’ipotesi comunista di Alain Badiou è del 2009, ma è stato poi ripubblicato), rivoluzione, sinistra? Nessuno di noi è un mago, ma provare a immaginare un futuro guardando al passato mi pare un’operazione necessaria. Per dirla con Marx, la dicotomia sfruttatori-sfruttati non è stata certo superata e la proletarizzazione della classe media, che Marx aveva previsto sbagliando ma che in questa fase storica mi appare ben visibile in Occidente, potrebbe far pensare che la storia non si sia esattamente fermata…

Torniamo un attimo indietro e consideriamo questa tua riflessione come un punto di partenza. Quando è crollato il Muro di Berlino, che simbolicamente portò con sé il secolo breve, cioè il Novecento nella celebre definizione dello storico Eric Hobsbawm, si poteva immaginare, rimanendo sul terreno politologico dove rimasero quasi tutti i commentatori dell’epoca, anche i più brillanti, che le formazioni comuniste sarebbero state trascinate da quel rivolgimento ma che gli altri soggetti politici della sinistra sarebbero sopravvissuti. Cosa che, come hai appena detto, non è avvenuta visto che i partiti socialisti e persino i socialdemocratici, nei casi migliori, si sono molto indeboliti mentre in alcuni paesi hanno addirittura cessato di esistere, pensa all’Italia. Insomma tutti i soggetti politici della sinistra del Novecento entrano in crisi, non soltanto i comunisti. Quella sconfitta storica, quella del comunismo, in realtà coincide con una crisi profonda degli altri soggetti politici (e delle istituzioni sul territorio) legati alle diverse articolazioni del movimento operaio. Paradossalmente, tornando all’Italia, il PCI, molto criticato e spesso a ragione, ha finito con la sua scomparsa per trascinare con sé gli altri che, apparentemente, avevano vinto. Questo esito non ci fa avere alcuna nostalgia dell’URSS, ma vuol dire però che ci troviamo di fronte a un problema gigantesco, di natura politica e culturale. Secondo me il combinato disposto di quella sconfitta storica del movimento operaio e di una rivoluzione capitalistica restauratrice, che addirittura pensa di potere non solo disporre materialmente della forza lavoro (intesa come realtà da cui produrre lo sfruttamento ed estrarre il plus valore), ma anche dell’intera persona umana (pensata come oggetto di spoliazione e sfruttamento al fine di determinare una nuova civiltà capitalistica in cui, come dicono molti ecologisti radicali, è in discussione la specie, oltre alla democrazia e in generale la politica), ha determinato uno scollamento totale tra il governo e i cittadini. Cioè io penso che questo tipo di capitalismo, come hai appena ricordato, sia incompatibile con la stessa democrazia perché non è più in grado di governare con il consenso profondo in quanto la diseguaglianza è un suo fattore costitutivo. Non è più un elemento che puoi correggere, mitigare, no. È un elemento che sta alla base del sistema perché, senza questa logica, questo tipo di capitalismo non può funzionare. Quindi hai ragione nel dire che tornerebbe d’attualità il tema del superamento del sistema, del trascendimento dell’ordine esistente che appare incompatibile con la salvaguardia (e tanto meno con la crescita) dei diritti. È il come che, ovviamente, è difficile da capire. Bisogna indicare un’alterità rappresentata da una nuova bandiera per ricominciare e io penso, come Frei Betto, teologo, scrittore e politico brasiliano, che tra tutti i termini che si possono citare, la parola socialismo mi pare ancora la più adatta nel senso di un ritorno alle origini. Il capitalismo è in sé un problema, come pensava Marx, ritornare alle origini non significa ripercorre una storia finita ma significa provare a ripartire da quei bisogni che hanno prodotto la ricerca di un’alternativa e che, come hai detto anche tu, sono visibili oggi come erano visibili nell’Ottocento. Penso che oggi esistano forme di lotta che, prima di prendere forma culturalmente, siano molto pratiche e testimonino un’urgenza. Vi sono forme di rivolta impreviste e imprevedibili, direi disorganiche, ma possono essere nuove scintille capaci di coagulare le varie forme di disagio, rabbia sociale, senso d’impotenza, difficoltà, certamente in assenza della vecchia forma partito ma, magari, in modo nuovo. Tornerebbe dunque una nuova scintilla capace di creare forme impreviste di aggregazione al fianco delle quali crescono pensieri radicali, dalla Francia all’Algeria, dagli Stati Uniti a varie altre zone dell’Europa o in altri continenti, a cominciare dall’Asia. Non ti sto dicendo che ce la caviamo e non sono nelle condizioni di fare previsioni, però quel che mi sembra chiaro è che quest’ordine non solo non va bene (nel senso che non è giusto), ma non regge e che lo spazio per metterlo in discussione esiste magari, ripeto, in forme imprevedibili soprattutto per chi, come noi, al di là della differenza d’età, in un certo senso appartiene a tempi diversi da questi e tende a ragionare con categorie novecentesche, per vari aspetti superate.

Quindi, provo a sintetizzare il tuo ragionamento per verificare se ho capito. In assenza di una struttura del lavoro paragonabile a quella novecentesca, dove la classe proletaria aveva acquisito coscienza dello sfruttamento e aveva rappresentato una forza con cui era impossibile non confrontarsi, ci troviamo di fronte a una società frammentata al suo interno in cui si sono generate nuove forme di lavoro precario che hanno, diciamo così, “diviso” gli sfruttati rendendoli ancor più merce. Pensiamo ai riders, di cui da poco ci si sta occupando seriamente, o alla piaga del lavoro nero in cui (basta guardare l’Italia) sono coinvolti molti immigrati, un fenomeno enorme figlio di inevitabili squilibri vecchi e nuovi. Ma gli esempi sono molti, analizzando il sistema globale. Da questo contesto così disorganico, ma che è indubbiamente caratterizzato da un fortissimo tasso di ingiustizia sociale, può nascere una nuova scintilla in qualche modo “unificante” da cui ripartire, al di là della nostra capacità d’interpretazione del prossimo futuro. È così? Tu hai parlato di vocazione totalitaria del capitalismo e hai scritto che si sta rinchiudendo “il tempo nell’istante per consumarlo insieme agli uomini ridotti a merce”. Ci possiamo aspettare in futuro una sorpresa, di fronte a questo sistema che appare così consolidato, senza poterne delineare i contorni? Forse noi non riusciamo a vedere bene le potenzialità di un nuovo conflitto organizzato.

Direi di sì, in larga misura è proprio così. A fronte del nuovo capitalismo bisognerebbe, e non è affatto semplice, far nascere teorie e pratiche rivoluzionarie che non siano una mera riproposizione del marxismo (le ragioni le hai giustamente accennate anche tu) o di altre linee di pensiero affermatesi pienamente durante il Novecento, ma che siano il prodotto degli scenari nuovi con cui ci stiamo confrontando. Ma sì, le sorprese sono anche possibili. Pensa quando, smentendo il “determinismo tecnologico”, è stato organizzato uno sciopero tra i dipendenti di Amazon, la massa critica c’è ancora… Pensa, tornando a nuove elaborazioni teoriche, al populismo di sinistra, alle tesi del suo fondatore Íñigo Errejòn e alle istanze portate avanti da Chantal Mouffe. Si dice, in sostanza, che è necessario dare un nuovo involucro politico alle molteplici forme di conflitto “dal basso”. Io non sono esattamente convinto, però andrebbe “rubata” a Mouffe l’idea di democrazia radicale. Cioè una critica al deperimento della democrazia rappresentativa consumata da questo capitalismo che, nel nome delle oligarchie, svuota gli ordinamenti costituzionali. Si propone mi pare, per far fronte a questa crisi, come terreno non proprio unificante ma “attraversante” tutti i conflitti proprio questa forma di democrazia radicale, cioè la riconquista (o conquista) del controllo di ogni elemento che riguarda in generale l’esistenza della persona e, in particolare, il suo lavoro. In quasi ogni momento della vita le persone sono oggi utilizzate come produttori di ricchezze enormi per altri, addirittura attraverso lavori non riconosciuti e, persino, non pagati o sottopagati. Ma questa idea radicale di democrazia partecipata è, in qualche modo, un’istanza di socialismo o, almeno, a me sembra che possa esserlo. Democrazia partecipata e autogoverno, questo secondo concetto in particolare, per quanto vago, a me attrae molto e mi pare che sia forse ancora spendibile per il futuro guardando a un presente così inaccettabile.

Ma non è necessaria una nuova e più solida forma di internazionalismo che mi pare manchi e che possa in qualche modo coordinare queste istanze di cambiamento, partendo dall’attuale forma disarticolata della rappresentanza della forza lavoro? Penso innanzitutto all’Europa, per non parlare del vastissimo Terzo e Quarto mondo. Questi aspetti servirebbero nel vecchio continente, in una certa misura, per una nuova e più solida declinazione, perché concretamente sentita nella società, dello stesso europeismo? Certo è difficile, ma senza trovare un modo per concentrare queste istanze “disordinate” verso un progetto alternativo a quello che guida il presente sarà complicato immaginare un diverso mondo possibile. Non credi?

Certamente. Siccome io ho maturato un giudizio molto critico sulle istituzioni ancora esistenti, che infatti non producono forme di reale socializzazione né tantomeno di internazionalizzazione del conflitto, credo che si debbano cercare altre strade. Lasciami dire un’ultima cosa che riporta all’Ottocento. Noi abbiamo parlato molto del dualismo tra comunismo e socialdemocrazia, come della ricerca del socialismo in varie fasi della storia novecentesca connesse con la riscoperta della scintilla rivoluzionaria. Forse non dobbiamo dimenticarci dei socialisti utopisti, così negletti, a cui sarebbe il caso di rendere l’onore delle armi e il cui messaggio, in una fase del genere, così critica e incerta, potrebbe tornare utile per ridare un senso alla ricerca di un cambiamento radicale di cui, da più parti, si avverte un bisogno urgente.

Andrea Ricciardi

 

 

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