Lucia Tozzi: vivere e costruire le città contro le pratiche liberiste

Lucia Tozzi

Quando ci siamo conosciuti con un iniziale breve, ma denso scambio di messaggi ho capito che il lavoro di andava raccontato, almeno a grandi linee, perché è una storia densa di significati e ricca di spunti di riflessione in particolare sul vivere e costruire le , i territori e le abitazioni. Come leggerete abbiamo avuto anche la fortuna di aprire degli spazi di vissuto personale che ci hanno aiutato a comprenderne la giornalista e studiosa.

Lucia Tozzi si occupa di città e politiche urbanistiche e di questioni culturali. Ha collaborato con vari giornali e riviste, tra cui “il manifesto”, “Pagina99”, Abitare, Domani, alfabeta2, Domus, NapoliMonitor, gli asini. È autrice, tra le altre cose, di “City Killers. Per una critica del turismo” (Libria 2020),  “Dopo il turismo” (Edizioni nottetempo 2020). . Contro il panorama (Edizioni nottetempo 2022), insieme a Giovanna Silva. L'ultimo suo lavoro è “L'invenzione di ” (Cronopio, 2023).

Lucia Tozzi L'invenzione di MilanoL'invenzione di Milano, è l'ultimo tuo libro. So che sei impegnatissima nelle presentazioni. Come stanno andando? Che pubblico trova? C'è un filo comune nelle domande, nelle curiosità del pubblico?
Molto diverse tra loro. Avendo il libro un grosso focus sulla comunicazione e la partecipazione, ed essendo permeato dagli effetti di queste vicende, c'è chi si appassiona più ai temi culturali, chi a quelli della casa e dell'abitare, chi più alle questioni della partecipazione neoliberale.

Ma ti diverte?
Si. Mi agita anche un po', non tanto per l'ostilità che potrebbe suscitare nei miei avversari dichiarati, cioè quelli appartenenti alla destra e in generale i sostenitori delle pratiche liberiste sia a destra che a sinistra, ma perché L'invenzione di Milano è un libro aggressivo sulle pratiche partecipative che coinvolgono tutti noi. Quindi anche amici,  persone che sono nel mondo dell'arte, della cultura, del sociale e che il libro esorta in qualche modo a distinguere, a denunciare e a contrastare alcuni processi ambigui, possono sentirsi sotto accusa perché coinvolti in queste reti.

Chi è Lucia Tozzi? Sorride.
Sono sostanzialmente una giornalista – anche se va molto poco di moda dirlo perché la categoria viene sempre più identificata, anche in parte a ragione, con i servi del potere o comunque con un modo di trattare le cose in maniera molto superficiale. Ma invece ritengo che il giornalismo sia importantissimo. Sono una giornalista, vorrei poterlo fare come mestiere. Mi piacerebbe tornare a fare parte di una redazione, cosa che invece non è affatto semplice. E sono anche una studiosa, ma anche quello secondo modalità un po' anomale: non sono forse né l'una né l'altra. I giornalisti sono molto più veloci e produttivi di me, io sono lenta, tendo a approfondire troppo le cose. Anche come studiosa sono attaccabile, da un certo punto di vista, perché uno dei miei principi è quello cercare di tradurre, di fare in modo che le cose vengano lette, capite dalle persone. Codici e linguaggi di certa parte di studiosi li trovo controproducenti anche a fini politici. Sono una giornalista e una studiosa più vicina a un certo modo di scrivere degli anglosassoni. Non tanto alla New Yorker, che trovo, anche se ovviamente con il suo standard altissimo, un po' troppo saccente e fighetto. Mi piace una certa saggistica che racconta le cose bene, anche in maniera aggressiva, ma con una grande chiarezza, con un linguaggio vivo e non autoreferenziale.

Ma la tua passione per l'architettura e per l'urbanistica quando nasce? Hai fatto gli studi di queste discipline?
In realtà ho evitato di studiare architettura (ed è un peccato, forse avrei dovuto prendermi una seconda laurea) perché non volevo seguire la strada dei miei genitori, come molti facevano a Napoli. Ho una madre architetto urbanista e un padre avvocato. Mi sono autoesclusa da un campo che però mi piaceva, per poi ricaderci ma con uno sguardo esterno, il che forse è un bene. Comunque andai a Bologna a studiare astronomia, che poi dopo un anno lasciai per la letteratura. Ho studiato delle cose meravigliose di letteratura francese e di letteratura comparata. Ero prossima alla laurea con Mario Lavagetto su Sade, ma poi lui all'improvviso decise di fuggire dall'università, e finii per laurearmi in Storia dell'arte sul paesaggismo del Settecento con Anna Ottani Cavina.  Poi sono stata catturata dall'editoria. Ho cominciato a lavorare con le case editrici, per i giornali. Iniziai a scrivere sul Manifesto, nella cultura. Avevo come interlocutrice Francesca Borrelli che era durissima ma bravissima, ho imparato molto grazie a scambi complessi con lei. Ho avuto un periodo felice nel giornalismo virando dall'arte contemporanea ai temi della città. Sull'arte contemporanea non era possibile fare critica, la critica in campo artistico è ridotta alla descrizione o alla suggestione evocativa, è diventato quasi impossibile prendere una posizione che non riproduca le dinamiche di mercato. È sempre più difficile mettere in questione scelte e sistemi, e così attraverso l'arte pubblica ho iniziato a parlare di città, tornando a una cosa che mi era sempre piaciuta ma che non avevo fatto perché non volevo fare quello che faceva mia madre.
Iniziò così un periodo felice in cui scrivevo su tantissimi giornali come freelance e viaggiavo molto, in tutto il mondo, perché c'era ancora una certa prosperità nel giornalismo. Avevo acquisito un minimo di riconoscimento nell'ambiente e riuscivo a farmi inviare alla fiera del Real estate a Dubai o ad osservare la crisi della casa a Detroit. Non mi arricchivo ma era dignitoso, bello e dignitoso. Il momento più alto fu l'incarico di caporedattore ad Abitare, ma poi arrivò la mazzata della crisi nel 2010 e all'improvviso, praticamente, divenni disoccupata. Tornai ad essere freelance, ma il lavoro che prima pagavano cinquecento era pagato cinquanta. Solo che cinquanta era per quel genere di articoli che, se ti va bene, ne fai uno, due al mese. E poi, con l'aumento della concorrenza, iniziavano a chiedere sempre di fare molte proposte da cui scegliere: il che comportava lunghe ricerche, abstract con invii di immagini che rendessero l'idea, in poche parole un enorme lavoro preventivo che nel migliore dei casi produceva la pubblicazione di un piccolo pezzo.

In una intervista su Esquire di Ivan Carozzi spieghi, parlando di Milano – ma il riferimento mi sembra di capire è di un modello di città metropoli nel mondo occidentale – «la promozione dell'immagine richiede il sacrificio del contenuto. Tutti gli elementi più vitali, dalla ricerca alla produzione musicale, dalla qualità degli spazi e dei servizi pubblici all'intensità delle battaglie politiche, perdono consistenza di fronte al dominio del format. Il conformismo degli eventi soffoca la sperimentazione, mortifica l'intelligenza e si traduce visivamente in una città noiosa come un grande allestimento». Mi fai qualche esempio di contenuti sacrificati? Ne scrivi nel libro?

Nel mondo della cultura, per esempio, le mostre nel passato erano frutto di ricerca, chiaramente con diversi livelli di qualità, ora sempre più sono mostre “pacchetto”, neanche blockbuster. È un tutto un fiorire di mostre interattive,  mostre di Leonardo dove non c'è niente di Leonardo ma c'è appunto magari una proiezione o un oculus, accompagnato da una spiegazione banalissima che ricostruisce con una musica orrenda come l'artista si aggirasse per Milano. Sono diventate un format, che sia Leonardo, Van Gogh, Che Guevara o qualunque oggetto, la mostra si concentra su questi effetti speciali (ancora peraltro orrendi e kitsch) privandole del contenuto culturale. Questo è l'esempio più semplice e immediato, un fenomeno da baraccone che dall'EXPO in poi spopola e attira molti sponsor, soprattutto attraverso agenzie di organizzazioni eventi nate in ambito pubblicitario, come quella di Marco Balich. Il problema è che questi format commerciali contaminano e plasmano anche le istituzioni museali e culturali. Si diffondono spazi ibridi, spazi in teoria multifunzionali cioè dove è possibile fare teatro, cinema, cultura, qualche concerto, dj set ma poi troviamo anche un bar. In realtà questa multifunzionalità è più orientata verso il consumo, che dovrebbe garantire l'ormai obbligatoria autosostenibilità dell'istituzione e, passo dopo passo, il pubblico diventa privato. Diventano luoghi in cui si affittano spazi che apparentemente hanno una funzione culturale, location per eventi temporanei, evidentemente anche commerciali, con sponsor. Non molto diverso lo sviluppo dell'architettura urbana. I nuovi edifici che riempiono continuamente la città sono tendenzialmente case di lusso e uffici di lusso identici tra loro, senza nessuna differenza da un punto di vista architettonico progettuale dove l'unico lavoro creativo è sulla narrazione e sulla nomenclatura. A Milano ci sono il Parco BAM, la Diamond Tower, il coworking Hubbastanza, le Residenze LAC, complesso di palazzine di lusso di fronte al parco delle Cave e affacciati sui laghetti, le cave riempite di acqua. Di fatto c'è un enorme sforzo definitorio, diciamo di impacchettamento marketing ma a livello progettuale sono sempre la stessa cosa, infinite repliche della stessa roba. Come CityLife, Porta Nuova e SeiMilano: edifici di lusso affacciati su un pratone con alberi e con fortissime presenze commerciali. Proprio in questo senso il contenuto si svuota, non c'è più contenuto progettuale non c'è più contenuto culturale.

Milano Filippetti
Milano, vista da Porta Romana. Foto Alessandro Morana

Tu scrivevi, nel settembre del 2012 su alfabeta2:  «oggi sono i capitali della finanza globale a imporre da un punto all'altro del mondo progetti fatti di grattacieli, villette o campi da golf, tutti recintati con il medesimo obiettivo di separare ricchi e poveri, di farli incontrare il meno possibile: più è grande la distanza fisica tra le classi, più cresce la capacità di estrarre valore. La strategia dell'enclosure paga: eliminando i luoghi accessibili a tutti, trasformando le piazze in rotatorie, le strade in sequenze di dehors, i cinema e gli stadi in centri commerciali, si riesce effettivamente ad annichilire la vita urbana, il senso critico, la partecipazione sociale insomma quello che Harry Lefebvre prima del ‘68 aveva battezzato il “diritto alla città”».
Rispetto ad allora posso dire che forse è leggermente cambiata l'apparenza. Mentre allora era potente e evidente il modello di esclusione per cui cercavano effettivamente di costruire spazi molto chiusi, separati, adesso effettivamente il modello finanziario si è evoluto. Sono bravissimi a simulare degli spazi pubblici aperti, ma questo non vuol dire che non esista la separazione tra ricchi e poveri. Effettivamente di muri e cancelli ne vedi meno qui a Milano.  Ma ormai hanno scalfito nella coscienza comune la differenza tra pubblico e privato, pochi si rendono conto che uno spazio apparentemente accessibile non è detto che sia veramente pubblico. Riescono a spacciare alcuni luoghi eminentemente privati per spazi pubblici. È il caso recente, per esempio, di  una “nuova piazza pubblica regalata” da Portrait Milano, un albergo di extralusso che si trova in Corso Venezia. Lì c'era la Facoltà di Teologia, uno spazio monumentale, con un chiostro interno e accessibile essenzialmente agli studenti e poi chiuso. Ferragamo e un altro gruppo fiorentino lo hanno trasformato in un albergo di lusso, spazio commerciale di lusso, ristorante di lusso. Apparentemente il transito sarebbe aperto a tutti, ma è molto probabile che una persona men che benvestita si intimidisca, trovandosi davanti a due guardie possenti che sorvegliano il passaggio. Ora, spacciare questa cosa per un regalo alla città fa pensare che siamo arrivati al punto da non capire che questo è uno spazio privatissimo,  commerciale. La stessa narrazione adottata per i parchi pubblici sempre più affidati ai privati, per le piscine, per i centri sportivi affidati in gestione per decine di anni, tutti spazi che un tempo erano strutture pubbliche.

Milano, Stadio Giuseppe Meazza
Milano, Stadio Giuseppe Meazza. Foto Luciia Tozzi

Scusa Lucia e come se ne esce? Forse pianificando in maniera condivisa come è accaduto alla architetto e urbanista Giuseppina Forte nella pianificazione partecipativa che coinvolgevano le favelas brasiliane.
Le pianificazioni collettive sono talmente complesse e faticose che spesso, aldilà dei video festosi e dagli articoli diffusi dai progettisti, non riescono a fare granché. Soprattutto poi nelle favelas, dove parti da una condizione abitativa in cui mancano i servizi essenziali. Certo non è riproponibile la pianificazione totalmente dall'alto, alla Moses per intenderci, è evidente che gli abitanti delle città, dei territori devono a ogni costo intervenire nei processi decisionali, ma questo può avvenire in tantissime forme che  vanno sperimentate. La partecipazione più efficace a mio parere è quella fondata sul conflitto politico, più che sul consenso: dove gli abitanti lottano esplicitamente per i desideri condivisi e contro le imposizioni moleste. Trovo che in ogni caso sia prioritario un grande ritorno al pubblico, cioè prima di arrivare alla cosiddetta “partecipazione dal basso” bisogna ricostituire il welfare pubblico, i diritti per legge. Perché fino a oggi quello che è successo è che coloro che hanno lavorato solo dal basso per democratizzare le istituzioni hanno finito per indebolirle. L'intervento pubblico dagli anni '50 agli '80 è stato il più efficace ed esteso strumento di redistribuzione della storia, anche se limitato ai paesi dell'Europa occidentale, e in una versione molto ristretta ad altri paesi: quello della massima mobilità sociale e giustizia spaziale. Certo, sono esistiti casi straordinari anche da un punto di vista della partecipazione, ma circoscritte a comunità piccolissime e a periodi brevi. Allora si è verificata una vera redistribuzione e con una serie di lotte antagoniste dal basso si è potuta trasformare la realtà, sia del pubblico che del privato. Faccio spesso l'esempio di Basaglia che lottando, mantenendo alto il livello del conflitto riuscì a modificare un'istituzione fondamentale, fino al livello più alto: ha ottenuto che la legge cambiasse completamente la cura mentale e la sanità. Non l'avrebbe mai potuto fare nel trentennio successivo a quello della sua morte perché quando il  welfare  e il diritto pubblico si indeboliscono non c'è più nessun responsabile dell'interesse collettivo a cui opporre resistenza, non c'è più modo di incidere dal basso. Quando il pubblico era in espansione si costruivano tantissime case popolari – magari anche fatte male, magari anche con dei criteri che non ci piacevano – ma si è potuto lottare per estendere ancora di più il diritto alla casa. Quando tutto diventa privato, tutto questo non è più possibile.  Con chi te la prendi? Se lo Stato, il pubblico fa una cosa che non ci piace possiamo contestarlo, quando è il privato che agisce non puoi fare più niente, perché è normale che il privato agisca per il proprio interesse, è quella la sua missione.  Di questi tempi molti reazionari mostrano enorme entusiasmo per tutte le pratiche di mutualismo e il mondo no profit in generale, perché basta concedere qualche briciola per accordarsi, per cooptare le energie sociali.

Parliamo di abitazioni e edifici per attività produttive, pubbliche e private. Personalmente ritengo che per aiutare la difesa dell'ambiente e fronteggiare il cambiamento climatico bisognerebbe legiferare per bloccare il consumo di suolo e obbligare ad usare solo l'esistente, considerando i milioni di vani non abitati o scarsamente abitati, fabbriche abbandonate, aree dismesse. È un'idea folle? Inutile? Ci saranno alternative migliori che la mia scarsa conoscenza non mi fa considerare?
Questa è l'unica alternativa possibile. Tutti mi dicono che è difficile realizzare quello che tu proponi, ma è molto peggio continuare ad andare verso il meteorite. Non c'è più suolo da consumare. Una cosa aggiungerei sulle aree dismesse. Per esempio a Milano ci sono aree come quelle degli ex scali che si sono ri-naturalizzati, ma da piano regolatore risultano come aree non verdi. Sono diventate delle foreste e gli attivisti si battono per la loro conservazione. Non vanno considerate aree edificabili solo perché prima avevano la funzione, per esempio, di scalo ferroviario. Anche a Napoli l'area dell'ex I,talsider non dovrebbe neanche essere riqualificata ma dovrebbe essere intensificata la forestazione e poi resa fruibile per piccole parti. Con la logica e le norme attuali, dove si impongono bonifiche si impone l'edificazione.
Tornando allo stop di consumo di suolo pubblico sono con te al 100%. Non solo il patrimonio di case vuote deve essere tassato, ovviamente non nelle aree interne abbandonate dove c'è qualche emigrato in Australia da tre generazioni che ha ereditato a casa della nonna, ma nelle aree a forte pressione abitativa. Chi possiede case vuote deve pagare molte più tasse di chi le affitta a lungo termine. E poi per le aree dismesse possibilmente non abbattere e ricostruire ma come hanno fatto Lacaton e Vassal in Francia, progettando la rifunzionalizzazione delle strutture esistenti.

Milano contro le Olimpiadi
Milano, contro le Olimpiadi. Foto Lucia Tozzi

Che idea si è fatta del bonus 110%, mi sembra che ancora una volta alla fine ne abbiano usufruito solo la parte più organizzata, anche economicamente della società.
Premessa: non ho mai avuto una passione antipopulista. Quando il Movimento 5 Stelle ha fatto qualcosa di buono come il reddito di cittadinanza, per quanto non perfetto, l'ho sostenuto. Ma il 110% è stata una vergogna dell'umanità, perché ha allocato soldi di tutti italiani creando un debito mostruoso e legandoci a procedure europee di tagli e austerità. Si è trattato di far rifare le facciate ai ricchi. So che ci sono analisi che dicono che anche i ceti medi e le classi meno abbienti ne hanno usufruito, ma in misura minoritaria. Inoltre, la cosa grave è quanto successo a livello ambientale: perché si sono imbottiti migliaia di edifici di plastiche, polistiroli che tra dieci anni saranno molto usurati e poi per ottenere il salto di classe sono stati buttati in discarica milioni di tonnellate di materiale ancora ottimo. Nel mio palazzo, per esempio (dove non è passato), si volevano sostituire tutti gli infissi appena rifatti con contributi al 60%. Un impatto ambientale mostruoso che nessuno calcolerà mai, sommerso dal greenwashing.

Pasquale Esposito

 

 

 

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