Dialogando con Maurizio Landini di lavoro, economia e sviluppo, democrazia e ruolo della CGIL

Maurizio Landini
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Partendo dall’assalto fascista alla sede centrale della CGIL, abbiamo sentito Maurizio Landini sulla funzione del sindacato di fronte alla crisi e sui rapporti con le organizzazioni straniere, su come contrastare la precarietà e le morti sul lavoro, sulla solidità della democrazia e sulla cultura della legalità, sul tipo di interventi strutturali necessari per utilizzare al meglio il PNRR, sui limiti del mercato e della flessibilità, sulle emergenze (ambientale, lavoro nero, migranti), sui giovani e su una nuova cultura della cittadinanza.

È inevitabile partire dall’assalto del 9 ottobre 2021 alla sede centrale della CGIL. A caldo hai parlato di “ferita per la democrazia e offesa alla Costituzione”, ma anche di “disegno preordinato di un gruppo organizzato”. La matrice fascista è apparsa subito indiscutibile. Poi, durante la manifestazione nazionale del successivo 16 ottobre, hai ribadito che le ragioni dell’attacco subìto risiedono nel ruolo stesso del sindacato, indissolubilmente legato alla costruzione e al consolidamento della democrazia. C’è davvero un rischio di ritorno al fascismo? Oppure, come qualcuno pensa guardando alla storia, la discutibile gestione dell’ordine pubblico e la mancata difesa della CGIL, nonostante le minacce dei neofascisti in piazza avessero già mostrato una precisa intenzione di mettere in atto azioni violente, indicano la volontà di destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico in senso “moderato”? Insomma quasi un film già visto, varie volte, durante la storia repubblicana oppure una tragica casualità figlia della rabbia sociale incontrollata e strumentalizzata da pochi violenti?

Il 9 ottobre 2021, quando hanno assaltato la nostra sede storica nazionale, ci siamo chiesti perché avessero commesso un atto così grave, quale messaggio si tentava di dare al Paese e a chi fosse rivolto. Sappiamo che si è trattato di un’azione premeditata guidata da alcuni esponenti di forze di estrema destra, che hanno provato ad utilizzare le tensioni sociali e a strumentalizzare una parte di scontento causato dalla gestione dell’emergenza sanitaria per lanciare un messaggio. Lo scopo era provare a dimostrare che la più grande organizzazione sindacale, nata per difendere il lavoro, la democrazia e contrastare le disuguaglianze, stava tradendo le persone che avrebbe dovuto tutelare, che non era stata in grado di rispondere ai bisogni e alle difficoltà delle persone. Quello che è successo deve interrogarci anche a partire dalla consapevolezza che di fronte alle difficoltà e al disagio sociale, già in passato, alcuni cittadini hanno scelto di rinunciare ad esercitare la democrazia per affidarsi “all’uomo solo al comando”, a chi si dichiara in grado di risolvere i problemi, anche ricorrendo a discriminazioni, alla forza e alla violenza. Il fascismo acquisì consenso di massa in questo modo, affermando idee, principi e una cultura che dobbiamo essere in grado di contrastare proponendone un’altra, ad essa alternativa, che abbia come principale finalità la giustizia sociale.
Il nostro ruolo deve essere quello di creare una coscienza antifascista partendo dalla nostra memoria, dagli eventi che hanno interessato il nostro Paese, ma sapendo che non è sufficiente, per questa finalità, limitarci ad utilizzare slogan, occorrono fatti concreti.
Contrastare la svalutazione dei diritti e del lavoro è fondamentale se vogliamo creare nuovi anticorpi e un’idea di società alternativa a quella odierna. Già in passato fascismo e nazismo si sono ancorati al processo di “frantumazione sociale” che stava avanzando in Italia e in Germania tra gli anni Venti e Trenta.
Dare risposta ai bisogni delle persone è quindi l’unica vera prerogativa che può aiutarci a prevenire e a contrastare le nuove forme di fascismo e di intolleranza che si stanno propagando in Italia e nel mondo. Si tratta di mettere in campo un nuovo paradigma sociale, politico ed economico. Di cambiare il nostro modello di sviluppo, rimettendo al centro le persone. I salari nel nostro Paese sono tra i più poveri d’Europa, cresce il rischio di povertà anche tra chi è occupato, così come i part-time involontari che danneggiano soprattutto le lavoratrici. Quando si verificano queste condizioni è inevitabile che si crei una lacerazione profonda tra i cittadini e chi dovrebbe rappresentarli. Il livello di astensionismo elettorale è emblematico ed è in questi contesti che totalitarismi e razzismo trovano terreno fertile.

Maurizio Landini
Maurizio Landini

In piazza hai anche ribadito l’importanza del ruolo politico del sindacato unitario in una fase storica molto delicata. In altri momenti della storia italiana la CGIL, con Di Vittorio (penso per esempio al Piano del Lavoro), con Foa, con Lama, con Trentin, con Cofferati, ha svolto un’importante funzione che si potrebbe definire politico-culturale. La debolezza dei partiti, ai quali fino a una quindicina di anni fa tutti i sindacati apparivano ben più legati, mi pare conclamata. Come, in concreto, questa possibile funzione politico-culturale della CGIL può essere realmente espletata? E ancora, in rapporto al vuoto di rappresentanza di quelle che un tempo si chiamavano le masse, come vedi il PD e, più in generale, le varie articolazioni della sinistra, se così si può ancora dire?

Per prima cosa è necessario che la CGIL, e più in generale il sindacato confederale, qualifichi la propria azione coinvolgendo le persone che intende rappresentare e costruendo una strategia programmatica che metta al centro le loro condizioni di vita e di lavoro, i loro concreti bisogni. Questo non può che realizzarsi mettendo in pratica un’idea di autonomia sindacale che, anziché porsi come autoreferenziale, determini la possibilità di confrontarsi “alla pari” con le varie forze politiche, con il Governo e con le controparti, partendo da un proprio progetto sindacale ben definito. È quindi necessaria un’idea di sindacato fondata sulla democrazia, sulla partecipazione e sulla rappresentanza della lavoratrici e dei lavoratori, ma anche dei giovani e dei pensionati, un’idea che si ponga come obiettivo la costruzione dell’unità sociale del mondo del lavoro. Anche il tema dell’unità sindacale oggi acquisisce un senso diverso dal passato: la scissione dei sindacati alla fine degli anni Quaranta avvenne sulla base dell’appartenenza partitica, ragione che oggi non può più essere considerata come un motivo ostativo alla ricostruzione di un nuovo soggetto sindacale unitario confederale nel nostro Paese.
La CGIL oggi è chiamata a tentare di ricostruire una cultura politica e sociale che rimetta il lavoro al centro del dibattito, per provare a sanare quella lacerazione che si è determinata nella rappresentanza e che ha coinvolto in particolare le forze progressiste del Paese. In parte questa frattura è stata determinata dall’idea che il mercato si potesse autoregolare e che la flessibilità del mondo del lavoro sarebbe stata un’opportunità. Oggi più che mai è invece necessario contrastare la precarietà, migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle persone e impegnarsi affinché proprio il lavoro torni a essere uno strumento per realizzare se stessi nel contesto sociale e per diventare autonomi. Penso soprattutto ai giovani che spesso, purtroppo, anziché percepire il lavoro come un’opportunità e uno strumento per emanciparsi, lo vivono come un ostacolo o un problema da affrontare. Modificare questa condizione, che è anche una deriva politica e culturale, deve essere una priorità del sindacato confederale.

Ti sei spesso richiamato all’Europa sociale, all’Europa del lavoro senza la quale il futuro sembra impossibile da costruire di fronte agli squilibri figli di una certa idea della globalizzazione, essenzialmente economico-finanziaria. I vostri rapporti con le organizzazioni sindacali straniere, non solo europee, stanno portando alla costruzione di una piattaforma comune sui diritti oppure siete ancora indietro?

La CGIL aderisce convintamente alla Confederazione europea e internazionale dei sindacati e sta provando a perseguire un obiettivo che riteniamo fondamentale: quello di pervenire a una piattaforma comune che, oltre a definire le necessarie rivendicazioni legate alle condizioni di lavoro delle persone, provi a svolgere una funzione confederale, quindi ad intervenire anche sulle scelte che riguardano le politiche economiche e sociali del Paese. Abbiamo ancora molta strada da fare per raggiungere questo obiettivo, poiché continua a prevalere una visione troppo “nazionale”. In questo momento, a livello europeo, stiamo lavorando per provare a condurre i Paesi fuori dalle logiche dell’austerità e per pervenire alla definizione di nuovi trattati europei che mettano al centro temi in questo momento fondamentali come la sostenibilità ambientale e sociale, il diritto alla salute, alla conoscenza e alla formazione: tutte priorità per le quali il pubblico deve svolgere un ruolo centrale.

Hai anche sottolineato la necessità di un intervento pubblico strutturale in economia, chiarendo che “gli interventi straordinari” non possono essere una mera parentesi. Ti pare che vi sia una reale coscienza di questo bisogno tra le forze politiche, di governo e di opposizione? Oppure, come qualcuno teme, aumentando i soldi ma non cambiando le modalità di spesa, cioè il modo di utilizzarli, gli squilibri cresceranno anziché diminuire?

Credo non vi sia una vera coscienza degli esiti che può determinare un intervento pubblico strutturale sull’economia complessiva del Paese, anzi direi che permangono ancora numerose contrarietà rispetto a questa prospettiva. Registro la difesa di un’idea neoliberista di fondo tesa a convalidare il principio che possa essere il mercato, da solo, ad autoregolarsi.  Questa “cultura” può esporci al rischio di non utilizzare correttamente tutte le risorse che l’Europa sta mettendo a disposizione per uscire dalla crisi causata dalla pandemia. Siamo di fronte a transizioni molto profonde sia sul piano della sostenibilità ambientale, sia per quello che concerne le nuove tecnologie, sia rispetto alla soddisfazione dei nuovi bisogni. Per questa ragione abbiamo la necessità di discutere di cosa e di come si produce, con che tipo di sostenibilità sociale e ambientale. Per questi motivi sarebbe fondamentale la creazione di un’Agenzia nazionale per lo sviluppo che intrecci pubblico e privato, come condizione per anteporre al mercato e al profitto la qualità del lavoro, della vita delle persone e la giustizia  sociale.

In piazza hai anche accennato al nuovo decreto sulle aziende in materia di sicurezza sul lavoro, un passo avanti di fronte al lungo elenco di morti sul lavoro che, purtroppo, si allunga di giorno in giorno. Quale dovrebbe essere il prossimo passo? Come si può fermare questa impressionante e inaccettabile scia di sangue? Mi pare che quest’ultimo sia un tema ricorrente nei dibattiti e su cui l’informazione si sofferma a più riprese. Ho però la sensazione che, come per la violenza sulle donne, in concreto le cose stentino a cambiare. Al di là degli aspetti normativi, esiste un modo per sensibilizzare di più l’opinione pubblica e lo stesso mondo politico?

I dati degli infortuni sul lavoro richiamano drammaticamente il tema della qualità dell’occupazione che per tanti giovani e tante donne si presenta troppo spesso nella forma della precarietà, con salari da fame, sfruttamento e nocività: è questa condizione che, non di rado, causa infortuni mortali. Qualcuno pensa che abbassando l’asticella dei diritti la crescita e lo sviluppo del Paese ne siano agevolate. Non solo questo non accade, ma la diretta conseguenza è sempre il peggioramento delle condizioni del lavoro. Risparmiare sui costi per far crescere i profitti ha portato a non investire sulla salute e sulla sicurezza. Non si può morire sul lavoro e di lavoro, perché la sicurezza non può essere contemplata come una gentile concessione, ma deve essere un diritto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori, la condizione irrinunciabile per un paese civile, per la dignità, per la qualità del lavoro. Credo che il nostro impegno debba essere mirato quindi a migliorare le condizioni di lavoro e a richiedere con forza maggiori investimenti su salute e sicurezza, a partire dalla formazione delle lavoratrici e dei lavoratori. C’è poi il tema di come migliorare ed estendere il lavoro ispettivo e la presenza dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) e dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriale (RLST), questioni sulle quali stiamo lavorando sia a livello nazionale che locale.

A me pare che la cultura della legalità, in tante direzioni, sia debole e non penso solo al mondo del lavoro La questione delle mafie non ti sembra, in quest’ottica, un po’ marginale nel dibattito pubblico?

A me non sembra che vi sia carenza di dibattito pubblico legato al tema della legalità, e in particolare delle mafie, nel nostro Paese, tutt’altro. Basti pensare alle tante associazioni nate e operanti nei territori. Una su tutte Libera, con la quale collaboriamo ormai da molti anni. La questione è piuttosto un’altra: come il tema delle mafie viene trattato e presentato, quale livello di consapevolezza è diffuso a proposito delle ripercussioni che la loro presenza e la loro capacità di infiltrazione nell’economia sana hanno nella vita delle persone. Non è quindi un problema di quantità di dibattito, ma di qualità.

Provo a declinarla in modo più chiaro: tramontata la fase violenta e stragista, molti si sono illusi in un ridimensionamento del fenomeno mafioso, che viene relegato ad un problema che riguarda più l’impresa e la competizione tra le aziende, che i cittadini. È infatti ormai risaputo quanto le mafie, tramite il fenomeno della corruzione, riescano ad infiltrarsi negli appalti pubblici, sotto forma di impresa, facendo leva su una cospicua quantità di risorse economiche acquisite attraverso i tanti traffici illegali, che ancora oggi costituiscono il loro core business, ma manca in realtà una vera presa di coscienza su quanto questo modus operandi danneggi la condizione delle persone.

Corruzione e riciclaggio, attraverso la competizione sleale che determinano, danneggiano pesantemente l’economia e le aziende sane a discapito del lavoro, della buona occupazione, ma anche della salute e della sicurezza delle lavoratrici, dei lavoratori e dei cittadini tutti. Gli esiti, in caso di infiltrazione mafiosa negli appalti legati alla costruzione di opere ed infrastrutture, li leggiamo quasi quotidianamente sulla stampa, ma questo non sempre determina la consapevolezza di quanto questa “filiera del malaffare” ci danneggi concretamente: l’indignazione per il fatto di cronaca, che può essere appunto il crollo di un’infrastruttura, dura qualche giorno, poi viene archiviato nella memoria collettiva e si dimentica. Pensiamo a cosa provoca in alcuni territori, ad esempio, il traffico illegale dei rifiuti in termini di salute pubblica.

Per anni una certa classe politica, i rappresentanti di alcuni partiti, hanno preferito soffiare sul fuoco dell’intolleranza, far credere alle persone che la loro condizione e la loro insicurezza dipendesse maggiormente dall’arrivo dei profughi, in fuga dalle guerre, piuttosto che dall’attività criminale delle organizzazioni mafiose, dalla corruzione, dall’evasione fiscale. È su questi aspetti che dovremmo concentrarci maggiormente, soprattutto nei periodi espansivi, quando si determina l’opportunità di consistenti investimenti pubblici e privati. Le mafie hanno già messo gli occhi sulle risorse del PNRR e stanno, ad esempio, investendo sul settore delle rinnovabili. D’altronde approfittare delle emergenze del Paese, siano esse di carattere sociale, sanitario o ambientale, è una loro grande capacità: questa consapevolezza dovrebbe aiutarci ad affrontare il tema della legalità in chiave preventiva. Non sempre, in questo campo, siamo stati all’altezza.

Pensi che la Covid, guardando proprio al PNRR, occupi troppo spazio e, in modo quasi paradossale, nasconda meglio determinati problemi allontanandone la risoluzione oppure questa sensazione, non solo mia, ti appare poco fondata?

Non è facile fare una valutazione quantitativa sull’uso corretto della comunicazione, soprattutto in un caso così complesso come quello di una pandemia. Quello che ritengo opportuno ricordare è la condizione di assoluta emergenza in cui versava il Paese, e in particolare il mondo del lavoro, soprattutto nella prima metà del 2020 quando non era possibile reperire dispositivi di protezione e i vaccini erano ancora un miraggio. Non vorrei venisse dimenticato il fondamentale ruolo che il sindacato confederale, a partire dalla CGIL, ha svolto in quel momento, firmando protocolli per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, sia a livello nazionale sia locale, e chiedendo (ed ottenendo) il blocco dei licenziamenti. Credo che più che nascondere, il Covid abbia fatto emergere in modo deflagrante problemi già esistenti, uno su tutti l’inadeguatezza del sistema sanitario soprattutto in alcune zone del Paese. La mancanza di personale, di una sanità incentrata sul territorio, le importanti privatizzazioni promosse in alcune zone del Paese, sono tutte questioni critiche irrisolte, insieme alla carenza endemica di investimenti che ha contribuito ad aggravare la situazione. Ovviamente c’è anche il tema della precarietà, del “finto” autonomo e di tutte quelle forme di lavoro che durante la pandemia hanno pagato, e stanno pagando, un prezzo altissimo perché sprovvisti di qualsiasi forma di tutela, a partire da quella degli ammortizzatori sociali. Un altro esempio riguarda l’inadeguatezza degli edifici scolastici, l’esistenza delle cosiddette “classi pollaio”, che impedivano lo svolgimento delle lezioni in presenza perché incapaci di garantire le adeguate distanze di sicurezza.
Tutti problemi concreti e reali che la CGIL ha sempre evidenziato e portato ai tavoli di trattativa con il Governo, per determinare un netto cambio di paradigma nel Paese che mettesse al centro i fondamentali diritti universali di cittadinanza, a partire dalla necessaria creazione di lavoro stabile e di qualità, soprattutto per giovani e donne. La lotta alla precarietà sarà nei prossimi mesi una nostra priorità.

Il lavoro ci riporta sempre alla questione dei migranti e al loro sfruttamento, in barba a qualsiasi forma di legalità e a un’idea di Europa, nel suo complesso, più inclusiva e più rispettosa dei diritti fondamentali della persona. Mi pare che pure su questo si urli molto e si ragioni poco. Vedi qualche margine per cambiare le cose in concreto? Il sindacato come sta affrontando questa autentica (e non più recente) emergenza?

Il tema della svalutazione del lavoro è un fatto tanto concreto quanto allarmante, che diventa vera e propria emergenza quando riguarda lavoratrici e lavoratori particolarmente ricattabili, come purtroppo sono i migranti. In questi anni abbiamo condotto una lotta serrata contro tutte le forme di illegalità e sfruttamento del lavoro: per regolamentare gli appalti, per combattere il lavoro nero, per migliorare il controllo sulla corretta applicazione delle norme a tutela del lavoro. Penso all’importante lavoro svolto per prevenire e combattere il caporalato nel settore agroalimentare, un fenomeno che purtroppo non riguarda solo quello specifico settore, ma che diventa emergenza anche nella cantieristica e ovunque sia presente occupazione “a bassa professionalità”. I progressi normativi conquistati per contrastare il caporalato sono importanti: penso alla Legge 199/16 e al piano triennale contro lo sfruttamento in agricoltura, approvato nel 2020. Lo stesso dicasi del Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC) previsto dal 1° novembre 2021 per il settore edile, sia per i cantieri pubblici che privati. Ma non è sufficiente: serve estendere ad altri settori queste conquiste normative, sono necessari protocolli di legalità nei territori, serve riqualificare il lavoro in ogni sito produttivo e nei servizi. E chi ritiene che il problema dello sfruttamento dei migranti non lo riguardi, commette un grande errore: al di là del principio di solidarietà, che dovrebbe guidare tutte le nostre scelte, è evidente che tollerare sacche di sfruttamento nel mondo del lavoro significa compromettere le tutele di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori, peggiorarne le condizioni. Quando si abbassa l’asticella delle tutele nessuno è al sicuro e i diritti non sono mai conquistati una volta per tutte. Lavorare anche per diffondere questa consapevolezza è un nostro dovere: il delegato di sito e la cosiddetta contrattazione inclusiva mirano a non lasciare indietro nessuno. Si deve partire da qui.

Un tema importante è la crisi dei corpi intermedi che ha interessato tutta la società, ma i giovani sembrano i più lontani dalla politica e dal sindacato. Cosa si può fare per salvaguardare la memoria, come hai detto in piazza parlando del rastrellamento nazifascista del ghetto di Roma nel 1943, e renderla uno strumento per acquisire coscienza del presente? La storia deve servire anche alla costruzione del futuro, è un tema che mi sta molto a cuore. Che fare, allargando lo sguardo oltre a quello che si fa (o che non si fa) a scuola e nelle università? La democrazia, come qualcuno teme, attraversa una crisi profonda oppure (dove c’è) possiede anticorpi sufficienti per resistere alle pulsioni autoritarie, in realtà molto diffuse in tutti i continenti?

La crisi dei corpi intermedi va affrontata in tutta la sua profondità, a partire dal tema della rappresentanza politica del lavoro. Il nostro obiettivo deve essere quello di superare la frattura sociale esistente per ricostruire rappresentanza e partecipazione, senza le quali la stessa democrazia viene svilita favorendo pulsioni autoritarie che, purtroppo, sono sempre in agguato.
E va costruita una nuova cultura della cittadinanza e del lavoro che coinvolga i giovani e li metta al centro della scena. Se davvero riteniamo non più rinviabile modificare i sistemi di produzione, i consumi, gli stili di vita è necessario farlo attraverso un apprendimento collettivo e un grande investimento sulla cultura, sulla formazione permanente, sulla conoscenza.
In questi mesi tante ragazze e tanti ragazzi hanno riempito le piazze delle nostre città per chiedere un netto cambio di paradigma. Quelle ragazze e quei ragazzi dobbiamo ascoltarli, non respingerli né manganellarli, perché ci stanno dicendo che solo investire nella formazione, nella scuola, nell’università, nella ricerca può produrre un salto cognitivo e una nuova qualità della cittadinanza. Noi dobbiamo essere al loro fianco per costruire una nuova idea di Paese e di Europa, che parta proprio dalla consapevolezza di ciò che siamo e che siamo stati, dei nostri valori. La guerra disumana e insensata che si sta consumando in Europa, insieme a tutti i conflitti in atto in questo momento sul pianeta negli altri continenti, e il surriscaldamento globale, con l’emergenza ambientale che determina, ci chiamano a questa responsabilità che deve essere innanzitutto orientata, come dicevo in premessa, ad allargare partecipazione e democrazia. Un impegno che anche la CGIL è chiamata ad assumere.

Andrea Ricciardi

 

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