Quella domestica è una “violenza strutturale” contro le donne. Ne parliamo con Paola Di Nicola Travaglini

Violenza domestica sulle donne

Una violenza che non ha confini, religione, età. Una violenza trasversale che colpisce tutti, a prescindere dal ceto sociale, dalla provenienza, dal titolo di studio. Anche perché la violenza sulle donne è un fenomeno radicato a livello inconscio. Cementato da una cultura che da sempre è stata castrante per il gentil sesso in tutto il mondo “occidentalizzato”.

Ne parliamo con Paola Di Nicola Travaglini, giudice penale, in magistratura dal 1994, già consulente giuridica della Commissione del Senato sul per cui ha diretto e coordinato i lavori dell'inchiesta Sul femminicidio in Italia negli anni 2017-2018. Esperta in violenza di genere, oggi anche Consigliera della Corte di Cassazione e autrice di diversi saggi tra cui La giudice. Una donna in magistratura, La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio. Le abbiamo rivolto alcune domande per approfondire il tema della violenza domestica contro le donne.

Come sta l'Italia? La violenza domestica è ancora molto diffusa nel nostro paese?
La violenza domestica è una violenza che in Italia e nel mondo è strutturale, cioè appartiene a qualsiasi contesto di coppia o famigliare, a prescindere dall'appartenenza sociale economica; politica; culturale; religiosa. Riguarda una donna su tre e, dunque, coinvolge in prima persona o indirettamente, ciascuno di noi. Tramite amici, conoscenti, famigliari, colleghi. Nessuno può dire di essere fuori, di non conoscere questo tipo di esperienza. Questo in generale, rispetto a quella che riteniamo una violenza vera e propria, in termini fisici, morali e psicologici.

Paola Di Nicola Travaglini
Paola Di Nicola Travaglini

Poi c'è il substrato culturale della violenza che, invece, ci vede tutti indistintamente protagonisti, dal momento che la radice della violenza sta nei pregiudizi e negli stereotipi nei confronti di donne e uomini. Pregiudizi uguali e contrari. La donna è bugiarda, fragile, se l'è cercata, dedita alla cura; dolce; umile. Al contrario, gli uomini sono assertivi, potenti, coraggiosi, violenti, indipendenti, razionali. Come vede, le aggettivazioni sono nel primo caso di debolezza e limite; nell'altro, di valorizzazione e prospettiva. E di questo siamo tutti e tutte vittime. Quindi, in questo contesto, a causa dei pregiudizi che normalizzano il potere e la prevaricazione di un uomo su una donna, sottovalutiamo la discriminazione costante e continua a cui sono soggette le donne. Viene diffusa ovunque, dalle barzellette, da battute (apparentemente innocue), da sottili e laconici giudizi, dal modo assertivo con cui si parla nei confronti delle donne, spesso senza alcun interesse per il loro pensiero o punto di vista. Comportamenti quotidiani che replichiamo in casa, nei luoghi di lavoro, con gli amici, insomma, in qualsiasi tipo di relazione. Che, quindi, vengono normalizzati, accettati. Per questo, il movimento contro la violenza sulle donne per essere efficace non dovrebbe essere solo il 25 novembre ma dovrebbe diventare una presa di posizione vigorosa da parte di tutti, in termini personali culturali e istituzionali. Una presa di distanza e consapevolezza di essere in prima persona responsabili di questa struttura millenaria acquisita e data per scontata.

Ritiene che siano ancora molti i casi non denunciati?
Secondo le statistiche europee, i casi non denunciati sono 9 su 10. In Italia non contiamo questo fenomeno, non lo quantifichiamo perché evidentemente non interessa dal punto di vista culturale e istituzionale. Abbiamo solo le statistiche Istat, affidabili ma che si basano su un numero delimitato e a campione di telefonate anonime, invece dalle Istituzioni non c'è mai stata alcuna misura della diffusione di questo fenomeno lacuna oggi finalmente superata dall'approvazione della legge sulle statistiche di genere.

In un suo recente intervento al convegno Perché la violenza domestica è “invisibile” e come raccontarla, organizzato dalla Senatrice Valeria Valente, Presidente della Commissione d'inchiesta sul femminicidio al Senato, mi ha colpito molto la sua affermazione circa la necessità di bandire i termini Gelosia, Impulso e Lite famigliare da ogni aula di giustizia – dalla sua ovviamente sono stati eliminati da tempo –  e anche da tutti i media, giornali, radio e tv, in quanto sintomo di “incompetenza prima di tutto giuridica”. Ci può spiegare perché, seppur apparentemente innocui, questi termini sono pregiudizievoli?
Queste tre parole rappresentano lo strumento linguistico e culturale che normalizza la violenza contro donne. La gelosia spesso viene considerata (erroneamente) come un movente che può portare ad atti di violenza, femminicidio e stalking. In realtà la gelosia è un sentimento e, in quanto tale, ha inevitabilmente un'accezione positiva che rende “positivo” l'atto criminale riconducendolo a una sfera di “amore” e, dunque, ad uno stato “di natura” dell'essere umano. Così lo sottrae alla razionalità riportandolo ad una dimensione di affettività. Ovvero: giustifica l'atto criminale e non corrisponde al vero movente.
Il termine impulso, impulso sessuale, deriva sempre da uno stato di natura, da un sentimento di rabbia, frustrazione. L'impulso, giustifica la violenza perché riporta quell'atto di natura sessuale, fisico – uno schiaffo; o verbale – un'umiliazione, ad una modalità dell'essere umano. Quindi, una qualità caratteriale, un modo di essere, indipendente dalla razionalità. Ancora una volta l'impulso riconduce la violenza alla naturalità, a qualcosa di non attribuibile alla volontà, mettendo in evidenza una sorta di inconsapevolezza dell'agire; una non volontarietà dell'atto. Quindi, ancora una volta, depista rispetto alle reali ragioni e le giustifica attraverso l'inconsapevolezza di chi ne è mosso.
Le liti famigliari, a proposito di violenza domestica, sono un modo per normalizzare la discriminazione nel contesto famigliare e di coppia. Un modo per ricondurre un rapporto gerarchico, proprietario, in cui un uomo pretende di avere sempre ragione ed imporre la sua volontà, annullando quella della donna, ad un ordinario conflitto tra coniugi, senza vedere che c'è un rapporto sopraffattorio sottostante. Una donna che denuncia, che chiama polizia e carabinieri, non lo fa per una lite famigliare. Quando chiama o si reca davanti a un giudice lo fa perché ha paura di quell'uomo. Quindi, una donna chiede l'intervento delle autorità quando si sente gravemente minacciata, in una condizione di soggezione, di subordinazione, di terrore, per le possibili evoluzioni del comportamento violento di quell'uomo. La lite o conflitto famigliare è presente in un rapporto paritario. Quando si usa questa locuzione fuori contesto, impropriamente, qualcuno potrebbe pensare che è normale picchiare una donna se ha scotto la pasta o se si è vestita o truccata in un modo particolare. Cioè la violenza viene ridimensionata a lite perché non si riconosce il rapporto di potere. Si ritiene normale. Queste non sono liti famigliari. È violenza domestica.

Da esperta in materia di pregiudizi giudiziari che incombono sul settore della violenza di genere, oltre quelli già citati, può dirci quali sono i più diffusi?
Se l'è cercata. Un altro tipico pregiudizio. Se tu (donna) resti nella tua modalità umile e ridimensionante e non rivendichi la tua libertà non corri alcun pericolo. Se tu (donna) ti sottometti alla volontà di un uomo e fai tutto ciò che ti impone non rischi niente. Se, invece, vai a cercare la libertà, l'autonomia, se ti esprimi per quello che sei, allora sei tu che ti collochi in una condizione di rischio e, dunque, te la sei cercata.

Secondo lei, stiamo andando verso una società più ugualitaria?
Sì, penso di sì e lo voglio pensare. Non solo perché il cambio di passo nei decenni è stato importante ma anche perché le giovani generazioni hanno acquisito nuovi strumenti interpretativi di lettura dei loro comportamenti che non tollerano più limitazioni stereotipate. Tante ragazze non hanno bisogno di un fidanzato per essere felici, per vivere le esperienze liberamente; c'è una maggiore libertà sessuale. I maschi riconoscono la dignità femminile, sono pronti a mettersi in gioco anche rispetto ai figli. Certo, non si tratta ancora di un cambiamento epocale, si tratta di un cambiamento minimale, che riguarda soprattutto quei contesti in cui c'è stata un'attenzione culturale nel crescere i figli come persone libere. Ma, al di là di questo miglioramento, che deriva anche dall'ampliamento dei confini, per cui i giovani oggi sono cittadini del mondo, si spostano e sono sempre meno vincolati ad un'idea di famiglia tradizionale; a mio avviso, la struttura alle radici è rimasta invariata. Nel senso che un uomo non può ancora decidere di fare il casalingo senza essere ostracizzato, ridicolizzato, perseguitato in ambito sociale; così come per una donna non è ancora scontato decidere di non avere figli per portare avanti la carriera. In ambo i casi continuiamo ad essere vittime di un contesto sociale e culturale che non consente di essere quello che siamo perché imprigionati da ruoli imposti.

Quali sarebbero i passi da fare in tal senso?
Senza dubbio: la formazione! Una formazione obbligatoria contro pregiudizi e stereotipi nei confronti di uomini e donne, dagli asili nido in poi. Sempre, in tutte le classi e in tutte le scuole, di qualsiasi ordine e grado, pubbliche e private, anche nelle università. La formazione è davvero essenziale anche per le donne che sono parte di questa cultura pur subendone le conseguenze devastanti (e qui ritorniamo al gran numero di casi non denunciati).

La stampa ha cambiato approccio rispetto al passato?
Decisamente sì. La narrazione è prevenzione, quindi, dobbiamo molto alla stampa. Abbiamo un debito di gratitudine nei confronti dei media per l'attenzione quotidiana che dedicano a questi temi. Tuttavia, la stampa ha il grave limite di trasmettere questi argomenti secondo modelli stereotipati. Insomma, anche i giornalisti dovrebbero fare formazione contro pregiudizi e stereotipi, perché la stampa crea il contesto culturale in cui si destruttura una lettura della violenza. Attualmente i media hanno il merito di porre sotto i riflettori queste manifestazioni di ma, nello stesso tempo, compiono il grave danno nel trasmetterli attraverso una narrazione tossica e sbagliata soprattutto sulla natura e la causa della violenza contro le donne. (Usando, nella maggior parte dei casi, i termini sopra citati)

Secondo lei, le donne hanno gli strumenti per capire prima se sono di fronte ad un soggetto violento?
Sì, lo strumento è il proprio sentire. Se una donna, in un rapporto, si percepisce in una condizione di soggezione, deve subito rifiutarlo. Quando una donna percepisce un senso di soggezione vuol dire che non si trova in una relazione paritaria e, quando non si è in una relazione paritaria, il rapporto rischia di sfociare in una relazione violenta psicologicamente e, spesso, anche fisicamente. Quindi, quando una donna non si sente libera di esprimersi e di fare quello che vuole, perché l'uomo che ha accanto, che sia il compagno, il marito, il fidanzato, il padre o il fratello, la giudica, la porta a ridimensionarsi, a colpevolizzarsi, se ne deve andare, perché vuol dire che è una relazione intrinsecamente e potenzialmente violenta. A partire appunto dal profilo psicologico, dal momento che le viene continuamente trasmessa la sua minorità in quanto donna. Tutte ne siamo state vittime. Almeno una volta nella vita. Quindi, bisogna lavorare sulla comunicazione e sulla consapevolezza, perché il diritto delle donne di essere libere è un diritto umano inalienabile e nessuno lo può comprimere. Nessuno.

Ludovica Palmieri

 

 

 

 

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