L’Italia delle stragi: ne parliamo con Angelo Ventrone

Angelo Ventrone
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Con lo storico Angelo Ventrone, docente presso l’Università di Macerata, abbiamo avuto il piacere di conversare a proposito del suo libro “L’Italia delle stragi” (Donzelli 2019) nel quale ripercorre il drammatico periodo delle stragi attuate dai militanti di estrema destra dal 12 dicembre 1969 (Piazza Fontana) al 2 agosto 1980 (Stazione di Bologna), avvalendosi nella ricostruzione delle trame eversive del contributo fornito dai magistrati protagonisti delle inchieste.

Il professor Angelo Ventrone è autore, tra l’altro, di: La democrazia in Italia, 1943-1960 (Milano 1998); La seduzione totalitaria (Roma 2003); Piccola storia della Grande guerra (Roma 2005); La cittadinanza repubblicana (Bologna 2008); «Vogliamo tutto». Perché due generazioni hanno creduto nella rivoluzione 1960-1988 (2012); Grande Guerra e Novecento (2018);La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento (2019).

Dalla sua introduzione al libro “L’Italia delle stragi”, emerge chiaramente che dal 1969 al 1980, gli anni della c.d. “strategia della tensione” che provocò 135 morti e 560 feriti, si svilupparono due distinti piani tendenti alla destabilizzazione del Paese. Da una parte gli attentati dinamitardi provocati dai gruppi dell’estremismo nero e dall’altra la predisposizione di piani golpisti (Golpe Borghese) o presunti tali (Piano Solo) con l’intento di rovesciare la Repubblica. Quando, e in che modo, si incontrano e si saldano queste due forme di eversione?

In realtà strategia stragista e strategia golpista sono strettamente intrecciate fin dai primi momenti e la presenza di uomini di estrema destra è costante tanto nei gruppi stragisti – che oggi sappiamo essere stati innanzitutto gruppi neo fascisti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale – quanto nei gruppi golpisti, pur insieme ad altre figure. Nello specifico, nei gruppi golpisti ci sono uomini delle Forze dell’Ordine, uomini delle Forze Armate, imprenditori, uomini della Massoneria, uomini dei Servizi segreti e gruppi politici che vorrebbero una riforma costituzionale ed elettorale che prevedesse la nascita in Italia di una Repubblica Presidenziale o semi Presidenziale sul modello francese per potere poi, tramite una riforma elettorale di tipo maggioritario, mettere fuori gioco il PCI che nei primi anni ’60 supera il 25% dei voti per poi avvicinarsi al 30% nel decennio successivo.
Quindi, golpismo e stragismo sono due distinte forme di minaccia alla democrazia, ma sono collegate fra di loro.
Nei fatti, la riflessione che anima questi due livelli della “strategia della tensione” è che per combattere i comunisti bisogna imitare i loro metodi di lotta, visto il proliferare dei movimenti di liberazione nazionale da loro influenzati in Africa, Asia, nonché in America Latina. In sostanza, l’abilità dei comunisti è quella di conquistare la mente della popolazione, cioè condizionare l’opinione pubblica e portarla dalla loro parte. In un libro che ho pubblicato poco dopo il volume di cui stiamo discutendo [“La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento” Mondadori 2019, ndr], ho usato la definizione di “strategia della paura” perché in questi anni gli attentati terroristici in Italia non sono più un’arma militare ma un’arma, appunto, usata per condizionare le emozioni dell’opinione pubblica.
È una strategia estremamente sofisticata e infatti si alternano gli attentati indiscriminati e, quindi, le varie stragi. Piazza Fontana nel dicembre 1969, Piazza della Loggia a Brescia 1974, il treno “Italicus” nell’agosto 1974. Ci sono poi attentati che rientrano in un’altra tipologia e cioè quella degli attentati selettivi. La strage alla Questura di Milano nel 1973, sembra ad esempio mirata ad eliminare il Ministro dell’Interno Mariano Rumor, reo di non aver sostenuto i neo fascisti – come loro ritengono avesse promesso – nella loro azione per destabilizzare l’ordine pubblico.

italia delle stragi07Ormai sappiamo con certezza che il vero obiettivo politico della “strategia della tensione” era quello che il terrorista nero Vincenzo Vinciguerra ha riassunto con una sinteticità penetrante e cioè “destabilizzare per stabilizzare”, intendendo che la meta da raggiungere non era quella di provocare il crollo della democrazia attraverso un crescendo di attentati, bensì quello di allontanare il PCI dall’area di governo e frenare le c.d. “riforme di struttura”. Quindi, in questa logica si può ricomprendere anche l’attentato di Peteano del maggio 1972 dove vennero uccisi tre carabinieri?

Allora come abbiamo detto, ci sono attentati indiscriminati e poi quelli selettivi mirati ad eliminare un singolo personaggio. Poi dobbiamo ricordare che ci sono stati i golpe minacciati; il “Piano Solo” [così detto perché da attuare ‘solo’ dai carabinieri. Ndr] del 1964, il “Golpe Borghese” del 1970, la “Rosa dei Venti” nel 1973 e i c.d. “Golpe bianco” di Edgardo Sogno del 1974. All’interno di queste dinamiche, ci sono altre due stragi. La prima è quella di Gioia Tauro nell’estate del 1970. A lungo si è pensato che i 6 morti fossero l’effetto del deragliamento del treno. Oggi sappiamo che era stato fatto saltare un pezzo di binario che fece, appunto, deragliare il treno provocando la morte di quegli innocenti; forse morti non voluti, ma di fatto altri innocenti morirono in quell’occasione. Inoltre, come lei ha giustamente ricordato, c’è la strage di Peteano nel maggio del ’72; va ricordata perché ha una sua particolare fisionomia.
Sappiamo che Vinciguerra è legato ad Ordine Nuovo, una organizzazione impegnata come protagonista, nella strategia stragista. Vinciguerra, come ha raccontato, viene colpito dai dubbi sulla strategia attuata perché lui è un nazional rivoluzionario, come si definisce; un soldato politico, un fascista, che vuole abbattere la Repubblica, individuata come il proprio nemico oltre, ovviamente, i comunisti. I dubbi crescono quando scopre legami insospettati fra gli uomini del suo gruppo – che vorrebbero l’abbattimento della Repubblica – con altri uomini delle Forze dell’Ordine, politici, alti ufficiali, addirittura con uomini americani dell’intelligence; servizi segreti militari più che della CIA.
Quindi decide di compiere una strage, appunto a Peteano, piazzando una bomba a strappo in una FIAT 500 abbandonata e sulla quale lui e i suoi complici sparano dei colpi sul parabrezza per poi chiamare la locale Stazione dei carabinieri denunciando il rinvenimento. Quando i carabinieri giungono sul posto, aprendo l’auto attivano l’ordigno che ne uccide tre e ne ferisce un quarto.
Questa strage, come ricordavamo, è caratterizzata dal fatto che Vinciguerra l’ha sempre rivendicata come un attacco a uomini dello Stato, cioè ad un diretto nemico, e anche per costringere i suoi camerati a scegliere da che parte stare; se stare cioè con lo Stato in modo ambiguo, per combattere il comunismo, o se invece schierarsi contro lo Stato per abbattere il sistema democratico. Quindi è una strage, questa, che si colloca fuori dal perimetro della strategia della tensione ma che naturalmente è inscritta nel clima violento di quegli anni.

L’attivismo di Ordine Nuovo sembra oscurare l’operato dell’altro gruppo legato all’eversione nera, quello di Avanguardia Nazionale, che appare operare in disparte limitandosi ad una funzione di supporto, quasi fiancheggiando Ordine Nuovo. Questa subalternità è reale o fra i due gruppi esiste una suddivisione dei compiti?

Non dobbiamo dimenticare che Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale nascono dallo stesso humus, come gruppi cioè che si separano dal MSI. Ordine Nuovo si stacca nel 1956 e Avanguardia Nazionale nel 1960 Da Ordine Nuovo. C’è quindi una comune filiazione. D’altronde questi due gruppi hanno tentato spesso di far passare l’idea che all’interno dell’estrema destra ci fosse una distinzione netta fra le varie organizzazioni, divise da opinioni diverse, da questioni di carattere ideologico; e cioè che Ordine Nuovo fosse più filo nazista e Avanguardia Nazionale più legata al fascismo. Ma in realtà, al di là del dibattito ideologico che pure contrapponeva queste organizzazioni, come hanno rivelato poi le indagini giudiziarie questi gruppi collaboravano fra di loro; ma non solo, perché nello stesso tempo quei nuclei vedevano la partecipazione delle stesse persone magari in tutte e due le organizzazioni.
In breve, c’è una mobilità di militanti e le barriere ideologiche – che sono state sempre rappresentate come barriere invalicabili che separavano tanto i gruppi dell’estrema destra quanto quelli dell’estrema sinistra – non rispecchiano la realtà. Questi gruppi collaborano, si scambiano informazioni, armi, quindi Avanguardia Nazionale non è qualcosa di separato da Ordine Nuovo; è qualcosa di distinto.
Già in occasione della strage di Piazza Fontana, è Ordine Nuovo che l’organizza e che prepara gli altri ordigni che poi scoppieranno a Milano, ma le bombe che scoppiano a Roma, sempre il 12 dicembre 1969, sono piazzate da elementi di Avanguardia Nazionale.

In questo quadro che ci consegna un’apparente spaccatura fra i due gruppi, si può ipotizzare che possa essersi inserito Federico Umberto D’Amato responsabile dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, proprio per poter gestire al meglio una strategia pensata e concordata forse anche con i servizi segreti militari americani o addirittura con la CIA?

Allora, la questione principale è che c’è un piano coordinato da parte di settori delle istituzioni, Forze Armate, servizi segreti militari, l’UAR – che è una sorta in embrione di servizio segreto civile – carabinieri, per fermare l’avanzata del comunismo. Questo piano nasce già agli inizi degli anni ’60 quando vedono la luce i governi di centro sinistra, perché l’ingresso dei socialisti al governo, insieme alla DC, sembra evocare quello che è accaduto in Europa Orientale dopo il 1945. In pratica, il timore è che i socialisti entrando al governo aprano la porta ai comunisti, facendoli partecipare a governi di coalizione e appena questi si sentiranno politicamente forti, faranno quello che hanno fatto in Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria.
Quindi è da quel momento, agli inizi degli anni ’60, che le manovre anti comuniste cominciano ad assumere la forma della strategia della tensione. In un primo momento l’obiettivo è – questo verso la metà degli anni ’60 – screditare il PCI, colpendolo e criticandolo da sinistra. Per cui vengono finanziati ed aiutati i gruppi maoisti che gli rinfacciano di essere rivoluzionario solo a parole mentre in realtà ha accettato l’integrazione nel sistema.
Ora, sappiamo che l’UAR di F. U. D’Amato finanzia una delle operazioni più significative in questo campo e cioè la stampa di finti manifesti maoisti – che verranno affissi da militanti di Avanguardia Nazionale – recanti, grosso modo, frasi di questo tenore “Siete rivoluzionari solo a parole e non nei fatti”. L’obiettivo qual è; da una parte, costringere il PCI a fare una scelta. O si allontana dall’idea di fare la rivoluzione, diventando quindi un normale partito social democratico, e allora il problema è risolto. Oppure, per non perdere il contatto con la sua base e con i settori più radicali e militanti, è costretto a radicalizzarsi. Ad interrompere, cioè, quella politica del dialogo che il PCI, dalla stesura della Costituzione repubblicana in poi, ha sempre percorso.
Questa sarebbe la soluzione ottimale per molti, perché se il PCI si radicalizzasse, si isolasse, diventerebbe più facile colpirlo e metterlo fuori legge, così come è accaduto con il Partito Comunista in Germania Occidentale.
Quindi già negli anni ’60, F.U. D’Amato è uno dei protagonisti di questa strategia. Ma anche qui dobbiamo stare attenti. La strategia è coordinata.
Come detto in precedenza, all’interno di questi gruppi golpisti e stragisti ci sono settori politici radicalmente anti comunisti, settori imprenditoriali, Forze Armate, Forze dell’Ordine, servizi segreti, e sappiamo, come riconosciuto dalla sentenza della Corte di Assise d’Appello di Milano del 2015, anche gli uomini dell’intelligence e delle Forze Armate statunitensi.

La presenza dei servizi segreti americani in funzione di suggeritori della strategia da mettere in campo – attraverso una ristretta cerchia di fedeli collaboratori a cominciare da Licio Gelli – la partecipazione poi di nostri apparati dei servizi all’interno delle organizzazioni di estrema destra, mi porta a pensare che si possa parlare di una sospensione della democrazia in Italia. Questo è il punto che vorrei mettere in evidenza, perché in sostanza ritengo che si sia vissuto per circa 15 anni con una democrazia, appunto, sospesa e frantumata. È corretto parlare dell’esistenza di una situazione simile?

Allora, sappiamo che c’è un piano coordinato nel quale le Istituzioni in nome dell’anticomunismo collaborano fra di loro. Teniamo presente, ad esempio, che ogni settimana F.U. D’Amato dell’UAR incontrava il capo dei servizi segreti militari per coordinare le azioni. C’è un coordinamento molto stringente nella lotta al comunismo. Non c’era un “grande vecchio” che manovrava tutti. C’erano tanti soggetti, con proprie volontà, propri progetti, ma all’interno di un progetto condiviso che non è quello di far saltare la democrazia ma di destabilizzare l’ordine pubblico con gli attentati e al contempo stabilizzarlo, per costringere l’elettorato moderato a stringersi intorno allo Stato, che è l’unico garante della vita civile; vita civile che è minacciata da attentati sia dell’estrema destra che dell’estrema sinistra, e quindi bisogna raccogliersi intorno all’istituzione Stato che è l’unica forma di garanzia e di tutela, sollecitando a votare per i partiti centristi, moderati. Questo è l’obiettivo.
Tutto ciò perché un golpe, un colpo di stato, in Italia è impossibile e gli americani lo sanno molto bene. L’Italia è un Paese con tante grandi città difficilmente controllabili contemporaneamente, è poi un Paese prevalentemente montuoso dove la resistenza potrebbe annidarsi; va ricordato inoltre, che i comunisti avevano dato un’ottima prova militare durante la Resistenza nel 43/45, ed infine, l’Italia è uno dei Paesi fondatori del Mercato Economico Europeo e quindi un colpo di stato fascista sarebbe qualcosa di impresentabile.
Quindi il golpe in Italia è impossibile e lo si minaccia solo. Da questo punto di vista, la domanda che lei ha posto è interessante. C’è stata una sospensione della democrazia? Io credo di no, perché noi dobbiamo pensare alla democrazia come ad un campo di forza in cui ci si misura, in cui gli spazi di libertà si allargano o si restringono a seconda della qualità del nostro intervento, del nostro impegno, anche nella vita quotidiana. Quindi a mio avviso, non c’è stata sospensione della democrazia, c’è stato un periodo drammatico nel quale la nostra democrazia ha rischiato di non tenere, però alla fine è riuscita a sopravvivere.
Pertanto non dobbiamo sopravvalutare le ombre ma dobbiamo riuscire a mettere in luce le cose positive che ci sono state. Ad esempio, per quanto riguarda le stragi, il fatto che oggi sappiamo con certezza quali sono gli ambienti politici in cui le stragi sono state programmate ed eseguite. Ci mancano ancora notizie sui mandanti, sui livelli alti, ma tante altre cose ormai le abbiamo chiarite.
Di conseguenza, dobbiamo stare molto attenti su questo punto perché abbiamo un compito nei confronti delle giovani generazioni.

Quindi il nostro compito sarebbe quello di insegnare ai giovani la Storia vista da un’altra angolazione?

Si, noi non possiamo continuare a raccontare ai giovani la nostra Storia come una sequela di fallimenti e occasioni perdute. Se noi mettiamo in fila le parole chiave che hanno raccontato la nostra Storia unitaria dalla metà dell’800 in poi, fa sorridere.
Il Risorgimento incompiuto, la Grande Guerra come vittoria “mutilata”, la Resistenza tradita, la Costituzione inattuata, per finire con le stragi impunite.
È difficile pensare che un giovane oggi si possa identificare in una Storia dipinta in questo modo, come un continuo fallimento.

Ma, le chiedo, la drammaticità delle situazioni che l’Italia ha vissuto, sono avvertite oggi dai giovani? Non vorrei, cioè, che la nostra Storia proprio per quanto affermato da lei prima, fosse posta nel dimenticatoio o, quanto meno, non venisse presa nella giusta considerazione.

Nella mia esperienza vedo che c’è molto interesse nel discutere di questi temi. Naturalmente è un mondo molto lontano da quello di oggi, per cui va spiegata molto bene ai giovani. D’altronde la mia generazione, o quella precedente la mia, è partita da un continuum che andava dal Risorgimento, Mazzini, Garibaldi, passava attraverso la Prima Guerra Mondiale, la Resistenza. Quindi una Storia molto lunga che ti costringeva a prendere posizione, schierandoti da una parte o dall’altra. Oggi tutto questo si è esaurito. Per le giovani generazioni, già 30 anni fa, la caduta del Muro, è da collocare quasi nella preistoria. Se gli studenti sono bene introdotti nell’argomento, e se soprattutto riescono ad ascoltare i testimoni che hanno vissuto quelle vicende – magistrati, uomini delle Forze dell’Ordine, giornalisti – hanno la possibilità di vedere la Storia come vita vissuta e quindi hanno modo di afferrare da vicino il dramma, le difficili scelte che tutti hanno dovuto compiere in quei momenti. Faccio un esempio.
Il disegno degli stragisti è stato sconfitto anche quando centinaia di persone, sapendo che rischiavano la vita, hanno continuato a manifestare per la difesa della democrazia contro le stragi. Ai funerali delle vittime della strage di Brescia arrivarono centinaia di persone che non si tirarono indietro pur sapendo che ci sarebbe potuto essere un altro attentato. Io credo, da questo punto di vista, che la Storia abbia un compito civile ed ecco perché si parla di “fare Storia”. Gli storici che trattano di questi periodi, devono certo far capire la fragilità della democrazia ma anche le ragioni della sua forza. Proprio l’impegno di magistrati, uomini delle Istituzioni, politici, giornalisti, nel tenere la barra ferma nella tempesta di quegli anni, mostra come ci sia sempre uno spazio di libertà.
In più c’è un altro elemento che voglio richiamare e cioè “fare Storia” significa anche dare un volto, nome e cognome, a chi ha tentato di colpire, ferire, distruggere, la nostra democrazia. Questo è uno dei più forti deterrenti che la democrazia ha contro i suoi nemici; far sapere, mostrare, che prima o poi la verità verrà a galla, che le responsabilità saranno chiarite, anche se molti dei protagonisti di quegli anni sono scomparsi. È questo uno dei motivi per i quali è importante fare la Storia di quegli anni per dimostrare che – anche se chiaramente nei tempi lunghi perché dopo 50 anni sappiamo molto ma ancora molto c’è da sapere – la democrazia riesce a rispondere.

Ecco professore, anche in conclusione della nostra conversazione, questo “fare Storia” oggi, come possiamo vederlo nel mondo universitario e quali sono le condizioni delle nostre Università? Può tracciarci un quadro?

Il sistema universitario italiano resta sempre un sistema di qualità alta. Sicuramente soffre per i finanziamenti, da troppi anni. Spostarsi per fare ricerca senza avere i fondi adeguati significa spesso non poterselo permettere. Fare ricerca in un archivio all’estero o anche in una città italiana per un mese, ad esempio, significa affrontare delle spese spaventose. Rispetto poi ai meccanismi interni, una delle criticità maggiori è rappresentata dall’ossessione – io così la definirei – di produrre e pubblicare, avere il numero minimo di lavori per poter partecipare ai concorsi. Naturalmente si innesca un circolo vizioso che ti costringe a pubblicare di più; diventa una corsa senza fine, nella quale si è passati da anni in cui non c’era alcun controllo sulla produttività dei docenti, a controlli ossessivi. Ora, ai nostri giorni, bisogna lasciare traccia, cercare la perfetta trasparenza su quello che hai fatto, quando l’hai fatto, con chi l’hai fatto! La ricerca è fatta di spazi lunghi, di lunghi silenzi e c’è la frase di un romanziere, credo, che riassume bene il concetto “Nessuno crederà mai che mentre sono affacciato alla finestra io stia lavorando”. C’è un enorme burocratizzazione che scoraggia la ricerca dai tempi lunghi. I capolavori della storiografia novecentesca sono spesso stati realizzati dopo molti anni che hanno impegnato, a volte, l’intera vita dello studioso. Oggi non è più possibile, perché se tu hai solo un capolavoro e non hai il numero minimo di articoli sulle riviste di un certo tipo, di fascia A, oppure non hai il numero minimo di pubblicazioni, tu non entrerai mai all’università.
Dico questo, perché siedo spesso nelle commissioni che esaminano giovani che vogliono diventare ricercatori o ricercatrici. Presentano molte pubblicazioni ma sempre sullo stesso tema. C’è poi un altro elemento che andrebbe approfondito e bilanciato, cioè che oggi i fondi per la ricerca arrivano solo dalla partecipazione a progetti europei. È vero, ed è giusto mirare a costruire reti internazionali ed europee di ricerca, ma ci sono tanti modi di fare “rete di ricerca” che non necessariamente passano attraverso l’assillante compito burocratico ed amministrativo che richiede la partecipazione ad un progetto europeo. È qualcosa di molto pesante; moduli su moduli, rendiconti, senza alcuna possibilità che favorisca chi vuole fare ricerca in altro modo, svincolato dai pesanti carichi burocratici. Sostanzialmente per la ricerca, per poter definirla tale, bisogna capire che si inizia e non si sa dove si va a finire, anche perché non deve essere necessariamente fatta per finalità utilitaristiche.

Quindi c’è solo da sperare di poterci incamminare quanto prima verso una visione diversa sia del mondo accademico che di quello della ricerca. Mi incoraggia, comunque, sentire che il grado delle nostre università è abbastanza elevato proprio per la qualità dell’insegnamento da parte di quei docenti che sanno instaurare un rapporto profondo con gli studenti.

Esatto. Saper insegnare a porsi delle domande. Le domande aprono il campo alla ricerca e le risposte lo chiudono. Questo è il segreto.

Stefano Ferrarese

A cura di Angelo Ventrone
L’Italia delle stragi
Le trame eversive nella ricostruzione dei magistrati protagonisti delle inchieste (1969-1980)
Pietro Calogero, Leonardo Grassi, Claudio Nunziata, Giovanni Tamburino, Giuliano Turone, Vito Zincani, Gianpaolo Zorzi.
Donzelli Editore, 2019
XXII-242 pp.
€ 19,00

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