Invito a Cena con Delitto. Un articolo per dare voce a chi non ce l’ha.

Tanzania ippopotami
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Qual è il libro che ti ha cambiato la vita? Penso che prima o poi sia capitato a tutti di sentirsi rivolgere questa domanda, alla quale, quasi sempre, rimane un po’ difficile rispondere.

Tanzania, zebre.2006. Foto Angelo Capitani

Può un solo libro essere in grado di imprimere una svolta alla nostra esistenza tale da ribaltarne completamente la prospettiva? Sembrerebbe una cosa quasi impossibile, eppure accade.
È accaduto a me. Dopo aver letto “I Diritti Animali” di Tom Regan – filofoso statunitense molto noto e stimato negli ambienti accademici, e non solo, da molti anni attivista e teorico dei diritti degli animali, autore di diversi saggi sull’argomento – ho deciso di diventare vegetariana.
La mia scelta è stata il punto d’inizio (e non d’arrivo, come erroneamente credevo) di una graduale acquisizione di consapevolezza di trovarmi all’interno di un sistema culturale in cui, costantemente e scientemente, ha luogo la sistematica rimozione della violenza che la specie umana perpetra sulle altre specie animali.
E, come una porta che si apre, come il velo di Maya che viene finalmente a cadere, la realtà di un immenso, gigantesco lager che miete più di 50.000.000.000 (cinquanta miliardi!) di vittime all’anno – il più grande Olocausto che sia mai stato compiuto nella Storia – è improvvisamente apparsa davanti ai miei occhi, chiara ed evidente come non mai.
Ad alcuni, anzi, ci scommetterei, a molti, questa mia affermazione potrebbe apparire esagerata, finanche un po’ retorica. E questo perché la nostra è una cultura talmente intrisa di specismo – a partire dal linguaggio con cui arriviamo a definire e plasmare l’immagine che abbiamo della realtà – da considerare ovvio lo sfruttamento ed il massacro di milioni di animali: un’ovvietà talmente marcata la cui messa in discussione appare come una follia. E lo sapeva bene John Stuart Mill – filosofo ed economista britannico vissuto nel secolo XIX – quando ebbe a dire: “Tutti i grandi movimenti, inevitabilmente, conoscono tre stadi: il ridicolo, il dibattito, l’accoglimento”.
Il punto è che finché non saremo abbastanza onesti da ammettere che – seppure nascosta, rimossa, camuffata, edulcorata, allontanata, occultata, portata lontano dalla nostra vista – questa violenza realmente esiste, con tanto di dati alla mano, non saremo mai nemmeno nella effettiva condizione di compiere una scelta. E un uomo che non sceglie è un burattino.

Tanzania, elefanti. 2006. Angelo Capitani

Chi afferma, tavolta con sorrisetto ironico, io rispetto la tua scelta antispecista  – l’antispecismo è appunto la filosofia che rifiuta di discriminare gli esseri viventi sulla base dell’appartenenza ad una specie piuttosto che ad un’altra, ritenendoli tutti ugualmente dotati del medesimo valore inerente: quello della vita – ma tu devi rispettare la mia, che è quella magari di mangiare una bistecca o di indossare una pelliccia, non si rende probabilmente nemmeno conto di assecondare e di rendersi complice di un sistema che fa della violenza e della sofferenza inflitta a milioni di esseri viventi il proprio cardine ideologico. Non lo sa perché il sistema economico globale e la cultura specista lo hanno trasformato nel consumatore perfetto, il quale – al pari degli Zombie di George A. Romero nel noto film L’Alba dei Morti Viventi, che prendono d’assalto un supermercato all’interno di un centro commerciale, evidente simbolo massimo del consumismo – credendo di agire secondo un principio volitivo di libero arbitrio, in realtà risponde solo ad una serie di impulsi e desideri indotti dal sistema.
Io adesso porrò a chi mi legge una serie di domande. Vorrei che ciascuno di voi cercasse di riflettere e di visualizzare nella propria mente quanto sto per chiedere e, solo dopo, provasse a dare una risposta.
Se per avere la consueta fetta di prosciutto (o di salame, una salsiccia ecc.) o la consueta bistecca (coscio di pollo, cotoletta, hamburger ecc.) vi venisse chiesto di uccidere con le vostre stesse mani un animale, magari un cucciolo, un vitellino, un maialino, un agnellino, magari che vi guarda con quegli stessi medesimi occhioni con cui vi guarda il vostro cagnolino o gattino, lo fareste?

 

Chiunque di voi abbia convissuto per un periodo di tempo significativo con un animale (talvolta possono bastare anche cinque minuti per rendersi conto della sua natura) sa benissimo che è capace di provare dolore, fisico e psicologico, nonché di esprimere una precisa volontà, che è quella di continuare a vivere seguendo i dettami che sono propri alla sua specie e che, al di là di ogni altra considerazione che si possa fare, è un essere dotato del medesimo valore inerente che accomuna tutti noi: quello della vita, di essere vivo. Per valore inerente intendo un valore che sia riferibile unicamente a se stesso e non basato su considerazioni di tipo utilitaristico, quale sarebbe più opportuno riferire solo agli oggetti e non agli esseri viventi in quanto tali. Una macchina mi è utile. Un computer mi è utile. Con gli esseri viventi invece si costruiscono relazioni e legami affettivi.
Vi rifaccio la domanda. Sareste in grado, con la vostre stesse mani di togliere la vita a qualcuno? Ad un essere che respira, è caldo, vede, sente, cammina, gioisce?
Chi siamo noi per poter stabilire – in virtù di una presunta superiorità intellettuale – chi deve vivere e chi no?
E’ legittimo, in nome di una superiorità intellettuale, prendere milioni, miliardi di altri esseri viventi, rinchiuderli in gabbie talmente strette dove talvolta non riescono nemmeno a compiere un giro su loro stessi (è questa la realtà degli allevamenti intensivi, degli allevamenti per pellicce, dei laboratori in cui si effettuano gli esperimenti sugli animali, dei tanti luoghi di reclusione in cui la specie umana condanna i propri simili a vivere quale anche circhi, zoo e via dicendo), privarli di tutte le condizioni che sarebbero loro necessarie a vivere una vita conforme alla loro specie (camminare sull’erba, correre, arrampicarsi sugli alberi, sentire il vento che gli accarezza il pelo, percepire odori,  dormire e svegliarsi seguendo i ritmi circadiani – è cosa nota, al contrario, che negli allevamenti gli animali sono perennemente esposti alla luce artificiale, impossibilitati a distinguere il giorno dalla notte – muoversi in piena libertà assecondando il loro legittimo e naturale istinto a… VIVERE) e poi ucciderli, molto più spesso di quanto si immagini in maniera orribile, al fine di assecondare il nostro palato o altre motivazioni che tutto sono fuorché necessarie?
Non è questa una forma di violenza, un’inaudita forma di accettata e condivisa barbarie che perpetriamo a danno dei più deboli, di chi non si può difendere, di chi non ha voce per chiedere ciò che legittimamente gli spetterebbe, ossia il diritto a vivere?
E allora, se invece della consueta bistecca avvolta nell’asettico strato di nylon ed adagiata sull’asettico contenitore di polistirolo resa ormai irriconoscibile nella forma dall’animale – simpatico, dolce, affettuoso, e infine meraviglioso come degna di meraviglia è ogni creatura vivente  – che era, vi veniste di fatto chiesto di entrare in uno degli innumerevoli lager che sono gli allevamenti (lager, perché ovunque vi sia una gabbia, ovunque vi siano barriere artificiali e filo spinato ad impedire la libertà non può esserci altra definizione) e di aprire anche solo una di quelle gabbie, decretando, a vostra scelta, la morte o la vita dell’animale che vi è dentro, cosa fareste? Di cosa vi piacerebbe divenire protagonisti? Di un atto di violenza, quale è sempre il togliere la vita, o di un atto di altissimo valore etico e connotato da un senso profondo di pietas, di totale empatia, quale ci distingue come agenti morali e non semplicemente automi preda di atavici istinti?
In fondo è solo di un piccolo cambio di prospettiva che abbiamo bisogno; di un “clic” che scatti nella nostra ben congegnata testolina e ci faccia vedere cosa si nasconde dietro il candore e la naturalezza con cui ci viene presentata la bistecca dentro un neutro ed asettico contenitore – risultato finale di un processo che invece ha comportato sofferenze lunghe mesi, anni, e paura, ed alienazione, e freddo e il pavimento lurido, insanguinato del mattatoio e violenza di una mano che uccide, reseca, sventra, scuoia, trita – e cosa si nasconde ancora, per portare un altro esempio, dietro la vetrina in cui – dopo un’attenta ed abile manipolazione mediatica e culturale che ce lo fa apparire come seducente e desiderabile – è esposto il cappotto di pelliccia, ma solo dopo essere stato, beninteso, superbamente ripulito da ogni traccia di sangue in qualche luogo distante e ben nascosto, così che le urla dei tanti splendidi visoni, volpi, cincillà, conigli e finanche cani e gatti non siano potute giungere fino a noi.

Tanzania, leone e leonessa. 2006. Foto  Angelo Capitani

Quello che sto chiedendo è che le cose vengano mostrate per quello che sono. Solo allora, e solo dopo, si potrà essere liberi di scegliere. Scegliere se continuare ad essere complici – seppure in maniere indiretta – di un sistema che usa violenza, oppure, decidere di non voler più farne parte.
Purtroppo non possiamo fare affidamento sulla realtà economica, sociale, culturale che ci circonda perché ha tutta l’intenzione di proseguire nel cammino dell’occultamento della verità, di tenere lontani dalla vista del quotidiano gli allevamenti in cui gli animali sono stipati come meno di oggetti, trattati con meno riguardo di oggetti, spogliati di tutta la loro dignità di specie, ridicolizzati, brutalizzati, maltrattati, uccisi senza pietà.
Sta a noi far scattare quel “clic”, renderci consapevoli, vedere fin là dove non ci è permesso entrare (servono permessi speciali per visitare i mattatoi e gli allevamenti, concessi solo a pochi “addetti ai lavori” quali ispettori tecnici, di rado giornalisti, ammesso che si trovi il coraggio di scendere all’inferno), mettere in discussione questa cultura violenta ed intrisa di specismo in cui siamo immersi, iniziare una riflessione critica, proseguire in quel cammino della civiltà che si pretenderebbe iniziato tanto tempo fa, ma che siamo ben lontani dall’aver ancora percorso pienamente. Non finché ci saranno altri esseri viventi – nostri fratelli di specie diversa, ma che con noi condividono il medesimo valore inerente della vita – chiusi in gabbie in attesa che la mano di un boia cali su di loro.

Tantissime sono le considerazioni che si potrebbero ancora fare. Parlare, ad esempio, come ha esaurientemente descritto Jeremy Rifkin nel suo “Ecocidio” – di tutte le altre motivazioni di ordine utilitaristico che si vanno ad aggiungere a quelle di ordine etico, per convincerci di quanto sfruttare gli animali (nell’alimentazione, nell’abbigliamento, nelle cosiddette manifestazioni a sfondo ludico: corrida, circhi, palii, in consuetudini dall’evidente sapore di un’antica barbarie quali la caccia ecc.) sia un attentato al benessere non solo di chi ne è direttamente coinvolto, ma a quello di tutto il pianeta.
Gli allevamenti sono una delle principali cause di deforestazione, surriscaldamento globale, desertificazione e infine, ma non in ordine di importanza, contribuiscono a perpetuare la fame nel mondo perché migliaia di ettari di terreno – che potrebbero essere coltivati per sfamare la popolazione umana – sono invece usati per la coltivazione dei cereali destinati ad ingrassare gli animali; animali della cui carne beneficeranno molte meno persone e, tanto per cambiare, solo persone appartenenti  ai paesi cosiddetti ricchi (o evoluti, industrializzati, occidentali, qualunque sia la maniera di definire paesi che speculano sulla pelle di milioni di altri esseri viventi, uomini o animali che siano).
E non finisce qui: consumare carne aumenta e causa il rischio dell’insorgere di gravi patologie quali ipertensione, vari tipi di cancro, malattie cardiocircolatorie, obesità, e tante altre (di fatto la carne che finisce sul piatto è un agglomerato di ormoni, antibiotici e medicinali vari, tutti somministrati agli animali per ricarvarne il maggior profitto ed impedire che si ammalino a causa delle orribili condizioni igieniche in cui sono tenuti; medicinali che chi si nutre di carne finisce per assumere indirettamente).
Noi siamo chiamati a compiere una scelta: scegliere se tirarci fuori da questo olocausto invisibile che – anche se ben occultato – è oggettivamente in corso anche adesso che state leggendo (letteralmente, milioni sono gli animali che muoiono ogni giorno ed in ogni istante per mano nostra), oppure accettare di farne parte.
La violenza nascosta sempre violenza rimane. Apriamo gli occhi. Noi possiamo scegliere. Migliaia di creature che soffrono dietro le sbarre, no. Possono solo attendere e sperare di essere un giorno finalmente visti per quello che realmente sono: non oggetti, non mere risorse rinnovabili a nostro uso e consumo, ma nostri simili nati con la sola “colpa” di appartenere ad una specie diversa.
Io ho scelto. Ho scelto il cammino della nonviolenza, dell’antispecismo, del rispetto della vita come unico valore davvero universale.
E voi?
Rita Ciatti

siti antispecisti

www.laverabestia.org
www.bioviolenza.blogspot.com
www.lav.it
www.oltrelaspecie.org
www.antispecismo.net
www.veganzetta.org
www.animalliberationfront.com
www.animalsvoice.com  (sito ufficiale di Tom Regan)

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