Io, Don Chisciotte: un omaggio alla follia

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Don Chisciotte, un cavaliere errante dalle gesta inventate e dai nemici immaginari. Un nobile che trasforma la sua fantasia in forza d’azione, in realtà e al contempo la realtà in distorsione, finzione.
Dunque un visionario, un pazzo, un “diverso” che insegna alla società Secentesca e odierna di cogliere il possibile nell’impossibile, il fantastico nel reale, il reale nella finzione.

Un personaggio immortale tramite cui Cervantes mostra l’infinita potenza della mente umana, capace di creare strabilianti mondi laddove non esistono e di ignorare il mondo reale nel momento in cui esso smette di soddisfarci. Un elogio all’intelligenza umana, potremmo dire, e ai suoi sogni, alle sue fantasie e alla follia, distruttiva e salvifica allo stesso tempo. Un elogio alle contraddizioni, alle sfumature della vita che solo i sensibili, i poeti o i folli sanno cogliere. Un elogio, quindi, alla diversità e alla sua forza, alla creatività e alla sua importanza.
Elogio implicito nel capolavoro di Cervantes che ha inspirato il coreografo Fabrizio Monteverde del Balletto di Roma nella creazione dello spettacolo dal grande respiro vitale “Io, Don Chisciotte”.

IO, DON CHISCIOTTE foto Gabriele Orlandi

Partendo dalla scenografia, essa preannuncia efficacemente il messaggio e il contenuto della creazione: i resti di una vecchia automobile, infatti, dominano il fondale destro della scena e, sostituendo il Ronzinante secentesco, essi sono al contempo simbolo della storia stessa di Don Chisciotte, eterna e senza tempo, e della condizione di escluso e “reietto” del protagonista. Infatti, come afferma lo stesso Monteverde in un’intervista, il suo Don Chisciotte non è più un “hidalgo”, un nobile, bensì un clochard sul modello dei “cappottari” romani, e questo apparente ribaltamento di condizione è doppiamente interessante, in quanto da una parte è espressione della profonda attualità dell’opera e dall’altra è il tentativo di nobilitare tutti coloro che stanno ai margini e la cui diversità è comunemente considerata ripugnante o, nel migliore dei casi, da ignorare.

Sfruttando questo modello romano dunque i ballerini danzano con larghe camice, le tolgono e le rimettono ripetutamente e ad una velocità impressionante seguendo il ritmo deciso e incalzante della musica, creando sorprendenti giochi di incastri tra gli indumenti e i loro corpi. In questo passaggio spicca la gestualità frenetica e quasi convulsa con cui Don Chisciotte (Francesco Costa)si spoglia e riveste della sua camicia, quasi a voler evidenziare il suo tentativo di riprodurre i gesti armoniosi degli altri danzatori ma senza riuscirvi; la sua vita infatti non è armonia e “normalità”, ma pazzia e “diversità”.

Per tutta la durata dello spettacolo a Don Chisciotte e Sancho Panza (nelle vesti di una ballerina molto fine e graziosa, Azzurra Schena), entrambi dagli abiti chiari e malconci, si contrappone il resto del corpo di ballo: otto ballerini vestiti con indumenti scuri, puliti e pressoché identici, inscenanti gli “altri”, ovvero tutti coloro che i due protagonisti incontrano nelle loro varie strambe avventure. Don Chisciotte è allo stesso tempo attratto e respinto dalla loro presenza, la cerca e la teme, a tratti la ignora e a tratti la scambia per ciò che non è. Interessante a questo proposito è la coreografia in cui cinque ragazze danzano su vertiginosi tacchi fucsia, volutamente in contrasto con l’abbigliamento sobrio, ottenendo l’illusa attenzione del protagonista (scena che ricalca, ribaltandolo, il passo letterario in cui Don Chisciotte in una locanda scambia delle prostitute per nobildonne).

Cambiando prospettiva, gli “altri” si mostrano ostili ai due personaggi erranti, talvolta brutalmente scacciandoli dalla scena, talvolta mettendoli in fuga. Il risultato, da un punto di vista artistico, è un frenetico ma precisissimo susseguirsi di passi a due e coreografie di gruppo che lascia il pubblico a bocca aperta. L’indiscutibile qualità artistica dei movimenti dei ballerini è infatti accompagnata da un’originale e minuziosa ricerca di coordinazione e sintonia di gruppo, la quale avvalora ulteriormente le qualità di ciascun artista. Particolarmente d’effetto è il passaggio in cui il corpo di ballo si muove verso Don Chisciotte seguendo il ritmo creato dai piedi e dalle mani dei ballerini stessi, senza alcun accompagnamento musicale di sottofondo. Don Chisciotte, spaventato dalla minaccia della “normalità” e del rigore, scoppia in un pianto fragoroso.

Un’altra scena molto interessante, da cui prende avvio la conclusione dello spettacolo, si ha quando un gruppo di ballerine scaglia verso Don Chisciotte frecce invisibili, le quali si tramutano, quasi per magia, in frecce reali conficcate nel petto dell’eroe: è qui evidente il contrasto tra realtà e finzione e l’intento del coreografo di far riflettere l’audience sull’originario problema alla base della distinzione tra ciò che esiste e ciò che è solo frutto di immaginazione (distinzione che, per l’appunto, in Don Chisciotte non ha più senso porre in atto). Infine, come conclusione della creazione artistica, il protagonista viene sporcato di sangue da Sancho Panza e, dopo aver indossato l’elmo, attende imponente la chiusura del sipario. È evidente dunque il messaggio finale: la follia di Don Chisciotte vince sulla “normalità”, la sua fantasia e i suoi sogni prevalgono sulla realtà, o meglio, la sua fantasia e i suoi sogni SONO la realtà.
L’esperienza di Monteverde è, in definitiva, un entusiasta richiamo all’azione per tutti i Don Chisciotte del secondo millennio, ovvero per tutti coloro che ancora credono nella potenza della fantasia, dei sogni, delle idee personali e che non hanno paura di battersi per farne valere il meraviglioso contenuto. Monteverde si riferisce a tutti i “poeti del quotidiano” e a tutti coloro che, pur avendo combattuto per le proprie idee ed essere stati sconfitti, ancora si sentono invincibili.
Io, Don Chisciotte” spera forse di risvegliare in ciascun spettatore il Don Chisciotte che alberga nel suo essere, infondendogli attraverso l’espressività dei ballerini e i loro movimenti forti e decisi la voglia di scavare nel profondo della sua fantasia e recuperare così quei miti, quelle sensazioni, quei credo personali che, in un mondo di frenesia e indifferenza digitale, vengono troppo spesso dimenticati.
Carola Diligenti

Teatro Carcano – Milano
29 gennaio – 2 febbraio 2020

Balletto di Roma
IO, DON CHISCIOTTE
Coreografia, scene e regia Fabrizio Monteverde

Don Chisciotte/Francesco Costa; Sancho Panza/Azzurra Schena; Dulcinea/Roberta De Simone
Corpo di Ballo: Paolo Barbonaglia, Cecilia Borghese, Lorenzo Castelletta, Emma Ciabrini, Aurora Conte, Matteo Giudetti, Kinui Oiwa, Michele Ruggiero, Giulia Strambini
Voce recitante: Stefano Alessandroni tratto da A tutti gli illusi da Don Chisciotte, diario intimo di un sognatore di Corrado d’Elia

Musiche Ludwig Minkus e AA.VV.
Costumi Santi Rinciari
Assistenti alla coreografia Anna Manes, Sarah Taylor | Light designer Emanuele De Maria
Direzione artistica Francesca Magnini
Direzione generale Luciano Carratoni

durata: 65 minuti

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