“Io sono uno degli altri”: Omaggio a Rocco Scotellaro.

Io sono uno degli altri
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Un lavoro teatrale di Antonello Nave ed Eugenio Nocciolini ne rilegge la breve e intensa vita. Lo spettacolo, promosso dall’Associazione Culturale Altroteatro di Firenze, andrà in scena la sera del 16 giugno a Prato presso l’Officina Giovani. Vi proponiamo un’intervista ad Antonello Nave, autore e regista, e a Evita Milone, una delle attrici.

Giacomo Zambelli Eugenio Nocciolini
Giacomo Zambelli e Eugenio Nocciolini (interprete di Rocco Scotellaro e coautore del testo “Io sono uno degli altri. Omaggio a Rocco Scotellaro” durante le prove dello spettacolo

Scorrendo l’elenco delle attività della vostra associazione teatrale, sembra prevalere, fra tutti, il tema della memoria e dell’impegno civico.

Antonello Nave –  Altroteatro nasce da una pluriennale esperienza di teatro nella scuola. La vocazione “pedagogica” è stata sempre molto forte, nel senso che il linguaggio e la pratica del teatro mi ha permesso di affrontare, certo, autori più o meno canonici, a cominciare da Pirandello, dando ad essi concretezza di voci, gesti e corpi in movimento nello spazio. Ma la sperimentazione teatrale a scuola è stata soprattutto l’occasione per cimentarmi e cimentarci con testi, temi, suggestioni e percorsi non battuti di solito a scuola, come nel caso della poesia e della drammaturgia del ‘900 (Anne Sexton, Giovanni Testori, Arnold Wesker, Massimo Ferretti, Amelia Rosselli o il Pavese dei Dialoghi con Leucò). L’idea che ha fatto nascere Altroteatro, come il nome stesso suggerisce, è quella di trovare uno spazio di azione e di proposta “altro”, che non sia né strettamente scolastico (magari e didascalico e pretenzioso), né incline a vezzi e conformismi da compagnia amatoriale. Uno spazio e una prassi “altra”, insomma, dove sia fondamentale la crescita umana e civile, oltre che artistica, di chi fa teatro insieme, provando a “restare umani”. È chiaro, dunque, e conseguente il taglio “civile” e “politico” di gran parte del nostro repertorio. Senza coperture istituzionali, andiamo in scena dove possibile e dove opportuno: dai teatri alle aule e alle biblioteche, dai centri polivalenti ai circoli, dalle rassegne alle strade o in piazza, per il 25 aprile o per la sensibilizzazione al tema della legalità.

Evita Milone – I temi che trattiamo nei nostri spettacoli sono universali e in grado di creare senso di appartenenza e condivisione di valori. Noi tutti crediamo che la conoscenza delle radici dello Stato in cui viviamo ci radichi a questo stesso nel senso più alto e nobile del termine. Sapere da dove veniamo ci rende esseri umani oltre che cittadini, migliori e ci teniamo a mostrare tutto ciò al pubblico.

Teatranti poeti e muort e famm.Eduardo De Filippo
Foto di scena da “Teatranti, poeti e muort e famm. Omaggio a Eduardo De Filippo”, Prato 2013.  Virginia Sanesi, Evita Milone, Alessandra Macaluso e Andrea Marchese.

In questo quadro, come nasce e si motiva lo spettacolo dedicato a Rocco Scotellaro?

Nave – A novant’anni dalla sua nascita e a sessanta dalla sua prematura scomparsa, abbiamo ritenuto opportuno e propizio mettere a punto un progetto drammaturgico che presentasse o riproponesse la fisionomia intellettuale e la cifra poetica e più ampiamente umana di Rocco Scotellaro, segnalandone il valore e l’importanza, spesso ignota o misconosciuta, nel cruciale volgere degli anni del dopoguerra e con fedeltà a una generosa idea di impegno intellettuale, al fianco dei contadini del sud, di cui Rocco divenne cantore e sostegno, non disdegnando la militanza politica e il diretto coinvolgimento come sindaco del suo paese natale, per poi passare a indagarne condizione e miserie nel gruppo di ricerca della “scuola di Portici”, sotto la guida del meridionalista Manlio Rossi Doria.

Milone – Lo spettacolo dedicato a Rocco Scotellaro si colloca tra impegno civile e memoria storica. Siamo convinti che contribuire a far conoscere questa figura di poeta e di intellettuale ingiustamente dimenticato, possa essere una grande occasione di crescita, per tutti. Scotellaro è stato un giovane uomo, aveva gli anni che ho io, quando viveva e pagava il prezzo della sua grande passione per la politica, intesa come gestione del bene pubblico, come occasione di riscatto e di giustizia sociale.

Quali aspetti di un personaggio complesso come Rocco Scotellaro – lo ricordiamo come politico, studioso, poeta, romanziere – le sembrano rilevanti in questo momento così difficile per la nostra democrazia e anche per il nostro Sud?

Milone – Credo che ricordare come la speranza, la lotta, la resistenza al degrado morale e sociale possano fare la differenza, non può che essere d’aiuto a che i giovani italiani e meridionali aprano gli occhi e smettano di accettare l’inaccettabile. Scotellaro rischia, si sporca le mani, ci mette la faccia, paga un prezzo alto ma non pensa mai ad adeguarsi passivamente allo status quo.

Non resisto alla tentazione di chiedervi, senza tutto svelare, almeno un accenno alla struttura dello spettacolo che presenterete. Sono stato ovviamente colpito dalla latteria fiorentina…..

Milone – Lo spettacolo è un’armonica composizione di musica popolare, di poesia e di brani dialogati, attraverso i quali viene ricostruita la storia personale di Rocco Scotellaro. Ma qua e là fa anche capolino la storia politica e sociale del nostro paese, nel punto di passaggio dal fascismo alle speranze di riscatto sociale del dopoguerra. Di più non posso svelare, vi invito anzi ad assistere allo spettacolo!

Nave – Il progetto drammaturgico è stato elaborato da me in stretta collaborazione con Eugenio Nocciolini, che è stato molto bravo nella stesura dei dialoghi. Abbiamo immaginato che Rocco, durante il viaggio che ai primi del 1950 lo portò a Venezia per un congresso sulla Resistenza (dove incontrò Amelia Rosselli) si sia fermato per una coincidenza ferroviaria in una latteria fiorentina, che diventa spazio e occasione per raccontare e raccontarci episodi cruciali della sua esistenza e del suo impegno come sindaco e come poeta della libertà contadina. Strettamente intrecciate al lavoro drammaturgico sono state composte per l’occasione alcune ballate e canzoni su testi dello stesso Scotellaro, a cura di Giacomo Zambelli, appassionato cultore di musica popolare, oltre che esecutore-interprete dei brani.

Per concludere, la inviterei a precisare, dal suo punto di vista, lo spazio che il teatro potrebbe avere nei percorsi educativi della scuola italiana e a raccontarci brevemente la sua esperienza in questa direzione.

Nave – Ho iniziato a fare teatro a scuola nel 1986. Quando ero un supplente annuale di lettere nel ginnasio di Rovigo. Dovendo affrontare la lettura e lo studio dei Promessi sposi, mi venne in mente di proporre alla classe (da sprovveduto, per quanto appassionato e convinto) di mettere in scena un’opera di Giovanni Testori: I promessi Sposi alla prova, che Franco Parenti aveva allestito un paio di anni prima. Malgrado l’incoscienza del progetto, l’iniziativa fu portata a termine. E da allora non ho più smesso di fare teatro, sia a scuola, che fuori e oltre la scuola. Nel frattempo mi sono trasferito al liceo Cicognini di Prato, dove è nato il laboratorio teatrale tuttora operante. La nostra attività è parte integrante del fatidico P.O.F (Piano dell’offerta integrativa) e l’incarico mi è stato assegnato dal collegio docenti come «funzione strumentale» (altra brutta parola, ma per una cosa bella: i colleghi riconoscono al teatro nella nostra scuola un valore specifico e caratterizzante). E dal 1999, proprio dall’esperienza di teatro nella scuola è nata l’associazione culturale Altroteatro, che ha raccolto e continua a raccogliere ex-studentesse/studenti che hanno voglia di continuare a fare “altra” strada insieme.

Milone – Da ex-allieva del laboratorio teatrale del liceo classico Cicognini devo dire che quegli anni di teatro a scuola mi hanno aiutato a crescere e a diventare la donna che sono. Studiare la letteratura e poi avere la possibilità di mettere in scena quei testi, mi ha aiutato ad aprire gli occhi e l’anima. Grazie al teatro nella scuola e poi oltre la scuola, nel gruppo di Altroteatro, ho sviluppato senso critico, amore viscerale per la vita, capacità di discernimento e di ascolto dell’inespresso, dote che nella vita mi serve sempre moltissimo. Devo tanto, forse tutto a quest’esperienza più che decennale.

Vita e opera di Scotellaro

Un tempo ci sarebbe stato più facile raccontare la storia di Rocco Scotellaro.
Oggi, probabilmente, ci risulta più difficile: comunque, questa vicenda ci sembra necessaria, per offrire almeno uno spiraglio nella memoria.

Nel 2013 il nome di Rocco Scotellaro si lega a due ricorrenze: i novant’anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di questo figlio della Basilicata, nato a Tricarico nel 1923 e morto a Portici nel 1953.

Possiamo provare, in questa sede, a proporre una breve carrellata di personaggi, temi e opere che appartengono tutte quasi allo stesso momento storico e sono tutte tracce della necessità – nel secondo dopoguerra – di ripensare, in tutta la sua drammaticità, la questione meridionale.
La vicenda individuale di Rocco Scotellaro, nel pieno rispetto delle sue indicazioni e della sua vocazione politica e poetica, può aiutare ad allargare lo sguardo sulla vicenda collettiva di quei contadini del Sud che attendevano uno spazio nella storia.

Una vita breve, dunque; una vita intensa e piena, con un percorso esistenziale, poi politico e letterario, che è, a un tempo, semplice e complesso.
Il rapporto con le origini e la riflessione sulle condizioni dei contadini del Sud furono, di certo, il filo conduttore della vita di Scotellaro; i diversi momenti, gli incontri intellettuali e politici dicono, invece, di una profonda ansia di confronto, di scambio e anche, per certi versi, di emancipazione.

«Sono passati dieci anni dal giorno della morte di Rocco Scotellaro, e dal lamento funebre antico che lo accompagnò al cimitero sul Basento: morte così ingiusta e improvvisa da non essere creduta vera dai contadini, o ritenuta, come tutte le più gravi sventure, un tradimento degli uomini o un capriccio funesto del cielo nemico»: queste sono parole di Carlo Levi, a dieci anni dalla morte di Scotellaro, nella prefazione a un volume della Laterza che univa L’uva puttanella (1955) e Contadini del Sud (1954), due momenti concentrici dell’opera dello scrittore di Tricarico.
In quel lamento funebre rievocato da Levi, una madre, Francesca Armento, piangeva il figlio; un’intera comunità piangeva il suo figlio che, divenuto guida politica e culturale, collegando fra le sue mani la falce e il libro, era morto lontano di casa.
Con i versi della poetessa Amelia Rosselli si potrebbe dire: Rocco morto / 
terra straniera, l’avete avvolto ma / le
i vostri lenzuoli sono senza ricami / 
Lo dovevate fare, il merletto della gentilezza!

Rileggere questi pochi passi, riconduce a un clima culturale diverso.
Nelle brevi osservazioni riportate sul dolore per la morte di Scotellaro, si intravede lo stile interpretativo dell’autore di Cristo si è fermato a Eboli (1945) e il suo sguardo sui paesi che lo avevano accolto negli anni del confino.

A questo ricordo reale e storico narrato da Levi, non possiamo non associare il lamento e il dolore per la morte di un eroe tutto letterario come il Luca Marano de Le terre del Sacramento (1950) di Francesco Jovine.
Un’altra madre, Immacolata Marano, piange suo figlio: – Luca, oh Luca! – e si mise le mani intrecciate sul capo dondolando sul busto. – Luca, spada brillante, – gridò una voce giovanile. – Spada brillante, – ripeterono in coro le altre. – Stai sulla terra sanguinante. Via via le donne si misero le mani intrecciate sulle teste, altre presero le cocche dei fazzoletti nei pugni chiusi e li percuotevano facendo: – Oh! Oh! Spada brillante, stai sulla terra sanguinante! – T’hanno ammazzato, Luca Marano.
Come pure si può comprendere dalle nostre brevi osservazioni, ciò che distingue la realtà di Rocco Scotellaro dalla finzione letteraria di Luca Marano è l’incontro con la morte: per malattia quella del primo; morte violenta quella del secondo.

Il tratto che li accomuna, almeno nel valore epico che si può dare alla narrazione di una vita breve e intensa, è il farsi carico della rivolta e del mutamento in terre che sembravano segnate da un destino senza storia.

Con brevi cenni, ovviamente appena abbozzati rispetto alla vastità degli interessi di Scotellaro, ripensiamo anche alla sua produzione poetica e in particolare alla raccolta E’ fatto giorno (1954). Ci lasciamo guidare da una riflessione di Franco Fortini che così sintetizza il mondo poetico di Scotellaro: «I motivi di Rocco si riconducono tutti ai rapporti infanzia-maturità, partenza-ritorno, sottomissione-rivolta, paese-nazione, piccolo mondo contadino-grande mondo moderno. Queste coppie antitetiche sono soltanto la contraddizione sentimentale dell’autore. Sono la contraddizione reale della sua società».

Sullo sfondo, ancora in maniera necessaria, ci costringono alla riflessione, su quel momento storico e su quelle terre del Sud, le opere di Ernesto de Martino (Morte e pianto rituale, Sud e magia, La terra del rimorso).
Il legame tra le sue ricerche e l’attività di Scotellaro risulta evidente, pensando ad un’opera come Contadini del Sud, una sorta di narrazione di storie contadine, raccontate dai diretti interessati.

Un legame ancora deve essere palesato, anche perché ci riconduce al luogo della morte di Scotellaro e cioè a quella Portici dove operava e agiva Manlio Rossi Doria, fondatore del Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno (scuola di Portici).
L’incontro tra Rossi Doria e Rocco Scotellaro fu importantissimo in anni in cui si reinterpretava la storia meridionale e si analizzavano le condizioni di vita delle masse agrarie.
La distinzione proposta da Rossi Doria tra “polpa” – le aree costiere e le pianure – e “osso” – le aree interne e montuose – denunciava anche la divaricazione sociologica tra le diverse aree del Sud, in relazione ai primi interventi della Cassa del Mezzogiorno.
Tanto altro sarebbe necessario, per restituire la ricchezza e l’atmosfera di quegli anni in cui la voce di Rocco Scotellaro costituì un costante arricchimento della cultura meridionalista nel quadro della ricerca di uno sviluppo italiano.
Antonio Fresa

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