Iran: il dopo elezioni con il fondamentalista Ebrahim Raisi

Iran Corte di giustizia a Teheran
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Ebrahim Raisi nominato nel 2019 dalla Guida Suprema l’ayatollah Ali Khamenei capo della magistratura dell’Iran è il nuovo presidente.
Un uomo politico modesto che tra alti e bassi, gaffe incluse, ha sempre eseguito gli ordini delle autorità più influenti del paese [1]. È soprattutto il magistrato che ha posto la firma per la condanna a morte, senza processo, di alcune migliaia di prigionieri politici e di cui non si è mai pentito.

Ebrahim Raisi, sessantenne fondamentalista conservatore, ha vinto con il supporto dell’establishment, Khamenei incluso, ma con un voto popolare limitato dalla scarsa affluenza alle urne (48,8%) che è stata la peggiore di sempre per le presidenziali.
Negli ultimi decenni le elezioni erano sempre state caratterizzate da un certo livello di competizione. Questa volta il Consiglio dei Guardiani, 12 membri tra giuristi e religiosi, ha chiuso le porte a tutti i riformisti che in campagna elettorale  hanno chiesto un totale boicottaggio delle elezioni presidenziali. L’unico moderato rimasto in lizza è stato Abdolnaser Hemmati, ex direttore della Banca centrale.

Ebrahim Raisi ha ottenuto il 62% delle preferenze con circa 18 milioni di voti a favore, con 3,4 milioni di voti c’è Mohsen Rezaie, seguito da Abdolnasser Hemmati con 2,4 milioni di preferenze e a finire Amir-Hossein Ghazizadeh Hashemi con 1 milione.

Una parte degli osservatori sono dell’opinione che la fine della presidenza Rouhani e l’arrivo di un presidente di diretta emanazione di Khamenei non farà altro che complicare i negoziati ripresi dopo la decisione di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo che impegnava l’Iran al solo uso civile dell’energia nucleare. Ma l’amministrazione iraniana deve anche fronteggiare una crisi economica e sociale di vaste proporzioni perché colpisce molti strati della popolazione, «gli iraniani sono delusi dalla propria leadership per molteplici motivi: la corruzione, l’incapacità di gestire la cosa pubblica, la crisi economica e l’inflazione al 50% a causa delle sanzioni internazionali, la repressione» [2]. Inoltre la diffusione della pandemia (80.000 morti ufficiali, il paese più colpito dell’area) ha reso ancora più grave una crisi che viene da lontano, «eppure il rilancio dell’economia rischia di rivelarsi una missione impossibile se Teheran non riprenderà a vendere petrolio all’estero, bypassando il regime di sanzioni. Per questo tra le principali preoccupazioni dei negoziatori impegnati a Vienna c’è quella di blindare un nuovo accordo sul nucleare. “Per i conservatori – secondo il New York Times – è un’opportunità unica. Se l’accordo viene raggiunto, il nuovo governo conservatore guidato da Raisi può intestarsi il merito della ripresa economica, rafforzando la sua tesi secondo cui ci voleva la linea dura per resistere a Washington e riportare gli Stati Uniti sulle loro posizioni”» [3].

La moderazione in politica estera sarà anche verso i paesi arabi vicini. Lo stesso presidente eletto «nella sua prima conferenza stampa dopo il voto, ha dichiarato di non vedere “nessun ostacolo alla ripresa delle relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita” se questa si mostrerà disposta a fermare immediatamente il suo intervento in Yemen, e che la priorità della politica estera iraniana sarà “di migliorare i legami con i vicini arabi del Golfo”» [4].

C’è anche un altro aspetto che potrebbe facilitare un accordo sul nucleare, questa volta per interessi strategici degli USA intenti a togliere spazio alla Cina che ha firmato un accordo di cooperazione venticinquennale con l’Iran che, oltre a vendere il suo petrolio, vedrà arrivare miliardi di dollari di investimenti cinesi, «senza contare che nel 2019 Cina, Iran e Russia hanno anche condotto esercitazioni militari congiunte senza precedenti nel Golfo di Oman e nell’Oceano Indiano, una mossa che ha sollevato forti preoccupazioni di Washington» [5].

Quello che sicuramente non potrà vedere aperture è il fronte delle libertà, dei diritti civili, del ruolo delle donne. Solo un indebolimento dell’attuale leadership che occupa il potere a tutti i livelli potrà far smuovere la realtà ma per ora non è all’orizzonte. Del resto la lotta alla successione dell’ottantaduenne, e girano voci poco in salute, Khamenei è iniziata senza la benché minima chance per una personalità riformista.
Pasquale Esposito

[1] Ebrahim Raisi: The new Iranian president who always follows orders, https://www.middleeasteye.net/news/ebrahim-raisi-iran-president-always-follows-orders, 20 giugno 2021.
[2] Farian Sabahi, Delusi dalla loro leadership e dal mondo, iraniani alle urne, https://ilmanifesto.it/delusi-dalla-loro-leadership-e-dal-mondo-iraniani-alle-urne/, 18 giugno 2021
[3] Iran: vittoria annunciata, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-iran-vittoria-annunciata-30917, 21 giugno 2021
[4] Iran: vittoria annunciata, ibidem
[5] Alberto Negri, L’Iran dei “duri” nel grande gioco della sfida alla Cina, https://ilmanifesto.it/liran-dei-duri-nel-grande-gioco-della-sfida-alla-cina/, 20 giugno 2021

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