Iraq. Il ponte di Papa Bergoglio

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Si è da qualche ora concluso il viaggio episcopale di Papa Bergoglio in Iraq. Al di là di come la si pensi, andando per un istante oltre la predisposizione spirituale e religiosa, ma anche storica, di ciascuno, si è trattato di un evento straordinario. Incredibile e impensabile fino a qualche tempo fa che il capo della Chiesa Cattolica apostolica romana, potesse compiere un viaggio in un paese musulmano e, al tempo stesso, disgregato, massacrato e martirizzato da un filone quasi infinito di terribili conflitti.

Papa Bergoglio si è trovato di fronte a un popolo sfinito, perduto e soprattutto prigioniero del destino che lo ha visto suo malgrado protagonista passivo di distruzione e povertà estrema. Baghdad, Mosul, sono per molti di noi solo nomi di luoghi che vorremmo mantenere lontani dalle nostre esistenze; evocano, magari nella memoria dei più attenti, reportage di guerra visti nei nostri telegiornali, servizi e testimonianze realizzati da inviati coraggiosi, ma a volte anche ben indirizzati da un sistema mediatico “di parte” e ipocritamente schierato.

Ma in questi giorni no; solo la presenza di un uomo come il Papa poteva avere il potere di disintossicare le “opinioni”, gli ordinamenti prestabiliti. Lo ha fatto nel solo modo in cui poteva, esportando e diffondendo ferme parole, contenenti innanzitutto i concetti di pace e fratellanza. Tuttavia, Bergoglio ci ha abituati in questi anni a superare il vacuo della parola epistolare, ne ha di fatto eliminato la banalizzazione del messaggio scontato ed edulcorato del “buon pastore”, diventando così, coi suoi gesti e le sue denunce, uomo politico assoluto. È oggi quella “guida morale” globale, forse l’unica, a cui aggrapparsi per trovare il conforto in un tempo irreale e sospeso. Certamente questa propensione è manifesta inopinabilmente nella sfera dei diritti “sociali”, su quelli “civili” i dettami della Chiesa sembrano ancora prevalere sulla missione dell’uomo Bergoglio.

In tutti i casi è un dato di fatto come il vecchio Papa, si eriga a messaggero di tutti gli uomini di pace; parte dunque per il suo viaggio all’interno di un pericolo reale e tangibile, non tanto materiale però, anzi più che altro “incorporeo”. È l’azzardo di scoperchiare ancora una volta il secchio del giudizio truce e nefasto dei fanatici, dei deliranti che ancora oggi inneggiano allo scontro di civiltà e di religione, con il solo scopo di difendere quel poco di privilegio che deriva dal loro essere miserrimi dinanzi alle grida di un’umanità sempre più in pericolo.

Papa Bergoglio, col nome di Francesco, invece ha compreso pienamente la potenza della sua parola e di quanto questa possa arrivare al Mondo: quello dei potenti, messi in guardia sulla presenza di un giudizio, non solo divino, ma morale e politico; ma anche quello degli ultimi, rincuorati e sollevati in un’alleanza indispensabile non più solo “santa”, ma oggi anche e soprattutto terrena. E così, mentre assistiamo ai timidi tentativi di riprendere in mano le sorti del genere umano, dopo e durante questi terribili mesi, un Papa comprende che non può e non deve esserci solo una ricostruzione materiale della vita; non può esserci solo lo spazio per una distribuzione dall’alto e mirata delle risorse disponibili. Ne devono poter usufruire tutti, ed è il monito che arriva alle orecchie di coloro che, anche se faranno finta di non sentire, saranno stati comunque avvisati.

Bergoglio in Iraq ha proposto sì una unione delle religioni, ma anche voluto ribadire, nell’incontro con la guida spirituale sciita, l’ayatollah Al-Sistani, che non può più esserci spazio per alcuna intolleranza, e non solo religiosa. La difesa dei più deboli e dei perseguitati diventa così, grazie a questo viaggio, argomento di discussione globale sulla pace e sulle nuove prospettive del Mondo, in attesa che si possa tornare a condividere ovunque spazi di vita e di discussione.
Cristiano Roccheggiani

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