Isabelle Faust chiude il Bologna Festival. Un concerto strepitoso che incanta e commuove.

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lunedì, 3 dicembre 2012

Poche volte si esce da una sala da concerto pervasi, intrisi, quasi invasati dalla musica che si è appena ascoltata e si passeggia intontiti per le strade nebbiose del centro che riportano a casa con le note che ancora ci risuonano dentro e con un’incontenibile


Isabelle Faust. Bologna Festival 2008. Foto Roberto Serra

carica di energia che ci accompagna (troppo poco l’applauso finale per liberarsene, troppo poco anche il commento entusiastico che si scambia con lo sconosciuto che ci è seduto di fianco).
È quello che è successo probabilmente ai più (di certo al sottoscritto) al concerto di chiusura della XXXI edizione del Bologna Festival (organizzato da Bologna Festival Associazione O.N.L.U.S.) di venerdì scorso, almeno a giudicare dall’entusiasmo finale dell’interminabile applauso che ha suggellato la conclusione dell’esibizione. In programma le Sonate e Partite per violino solo di Bach, cioè le sei composizioni per violino solista senza accompagnamento di basso. Si tratta di opere piuttosto note al grande pubblico dei concerti, soprattutto per la celeberrima Ciaccona che conclude la partita in re minore – eseguita peraltro anche da strumenti diversi dal violino: famosa, ad esempio, è l’esecuzione di Hélène Grimaud in una trascrizione per pianoforte. Proprio a proposito della Ciaccona, dicono Della Corte e Pannain: “La musica produce se stessa in un germogliare e rinnovarsi continuo, architettura sonora che nel comporre e costruire le sue linee si crea uno spazio voluminoso e vibrante”.

Le sei sonate e partite rappresentano una delle più alte vette della composizione solistica per violino, sia per le difficoltà tecniche che l’esecuzione comporta (Giordano Montecchi parla al riguardo di “virtuosismo contro natura”), sia per la maturità espressiva che l’interpretazione di pagine di musica così complesse richiede. Le sonate e partite, per darne una contestualizzazione storica, divennero celebri solo nel XIX secolo (all’inizio del quale vennero per la prima volta pubblicate), ma sembra siano state realizzate nel 1720, come risulta dal manoscritto originale autografato dallo stesso Bach che riporta questa data. Il che ha fatto ritenere alcuni studiosi che le composizioni abbiano risentito di due eventi che proprio in quell’anno hanno segnato, in diversa misura, pagine cupe della vita del compositore: la morte della sua prima moglie, Maria Barbara, ed il rigetto della domanda che questi aveva presentato per il posto di organista alla Jacobikirche di Amburgo. Non ci sono però sufficienti prove documentali per escludere che le sei sonate e partite non fossero già state interamente composte prima di quella data.
Ma, a proposito del manoscritto originale, è proprio su questo che l’esecutrice del concerto, Isabelle Faust, concertista di fama internazionale che si è esibita con alcune delle più prestigiose orchestre al mondo (tra cui i Berliner Philharmoniker, l’Orchestre de Paris, la Boston Symphony Orchestra e la Mahler Chamber Orchestra) ed al fianco di direttori del calibro di Daniel Harding, Mariss Jansons, Frans Brüggen e Claudio Abbado, si è basata per la sua strepitosa (e filologica, appunto) interpretazione di venerdì. A questo proposito, anzi, sulla quarta di copertina dei cd delle sonate e partite di Bach, editi da Harmonia Mundi (che, per inciso, mi permetto di suggerire a chiunque voglia riascoltare l’interpretazione della violinista tedesca), si legge testualmente che “Isabelle Faust è tornata alle fonti dei manoscritti originali per offrirci la sua versione di un capolavoro del repertorio violinistico”.
Interessante, allora, è anche riportare alcune delle considerazioni in merito all’impatto che la violinista ha avuto con questi manoscritti: “La calligrafia di Bach – dice la Faust – emana magnificenza e risolutezza insieme ad un senso di vitalità pulsante. Che armonia ed equilibrio ci sono da scoprire, in quei manoscritti! E che compito difficile è rendere queste caratteristiche percepibili durante l’esecuzione! Quando affrontano questo testo, gli interpreti di oggi sono posti di fronte ad un’enorme massa di questioni che sembrano accrescersi persino di più ad ogni tentativo di darvi risposta, talmente sono diverse ed apparentemente insolubili e così distante appare l’obiettivo da raggiungere: la perfezione bachiana, complessità ed energia combinata in un equilibrio assoluto” (la traduzione dall’inglese è mia, chiedo scusa per le imprecisioni).


Isabelle Faust. Foto Nucci

E l’interpretazione di Isabelle Faust al concerto conclusivo del Bologna Festival, rigorosa ed energica al tempo stesso, è appunto una combinazione di complessità ed energia, raffinatezza e virtuosismo. Il timbro del suo StradivariSleeping Beauty” del 1704 (prestito di una fondazione bancaria tedesca) risuona per la sala ricco di armonici, adattandosi alle molteplici variazioni cromatiche dello spartito ed agli improvvisi cambi di registro della composizione. Ma la Faust plasma ogni singolo suono con uno sguardo rivolto al passato, sentendo la musica che esegue, concependo la sua esecuzione con uno spirito prettamente barocco, restituendo così gli accenti originari che fanno, ad esempio, delle Gavotte e dei Minuetti della composizione bachiana precipuamente danze d’altri tempi.
Le sue dita, d’altra parte, scorrono sicure anche nei passaggi più ardui, dimostrando la padronanza di un fraseggio fluido propria dei grandi esecutori. Così nelle battute di biscrome del canto della Ciaccona, cesellata con una eleganza ed una limpidezza che esaltano l’espressività del nucleo tematico, facendo emergere intatto tutto il pathos dell’opera. Chiarezza esecutiva ed abilità tecnica che emergono con egual forza anche nella frenetica esecuzione dell’Allegro assai con cui si conclude la terza sonata (BWV 1005 in do maggiore) o della Giga, sempre della seconda partita (BWV 1004 in re minore). Insomma, cioè che ne viene fuori è un’esecuzione molto distante da alcune delle interpretazioni irruenti e quasi muscolari del passato, ma non priva di passione e virtuosismo.
La conclusione del concerto è affidata proprio alla Ciaccona. E non poteva essere altrimenti. È il punto più alto della sua straordinaria esecuzione. Poi, la musica finisce. L’archetto, però, è ancora sulle corde del violino. La tensione in sala è massima, ma non è ancora arrivato il momento di applaudire. La musica è cessata, ma la sua magia aleggia ancora nella sala. Dopo pochi interminabili istanti di raccoglimento, l’archetto viene allontanato dalle corde, la tensione si scioglie, la Faust torna a sorridere e un applauso scrosciante segna il ritorno alla realtà.

Gianfranco Raffaeli

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