Isola di Pasqua o Europa. Scelte sbagliate, economia e caos

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È diffusa una teoria secondo la quale lo sviluppo delle  civiltà e dei popoli sono paragonabili alle vita umana, caratterizzandosi  per una nascita, una crescita, una maturità, un declino e infine conoscendo la morte.
Questo viene in mente angosciosamente se si pensa al l’attuale congiuntura che attanaglia l’Europa e in genere tutto il mondo dominato da una economia globalizzata di mercato.
I crolli del passato, studiati dagli archeologi e dagli storici, spesso sono limitati a civiltà sviluppate in  un territorio circoscritto e con una popolazione relativamente contenuta. Ma quasi tutti i percorsi  hanno visto nella fase decisiva  una crescita che ha costretto ad intensificare la produzione (agricola) per i bisogni di una popolazione sempre crescente. Questo troppo spesso ha comportato scelte che hanno provocato uno sfruttamento  eccessivo e scriteriato delle risorse economiche, ambientali ed energetiche. Ovviamente la decadenza è stata a seconda dei casi più o meno sofferta  e più o meno lunga.

È nota la storia dell’Isola di Pasqua: gli abitanti rimasero isolati dopo il loro arrivo, l’isola aveva problemi legati al clima (molto ventoso e poco piovoso)  e all’ecosistema (l’unico animale domestico trovato è la gallina). Si sarebbe dovuto salvaguardare il patrimonio boschivo, perché il legno era decisivo per la costruzione di barche, per pescare. Ma per la religione e per le manie di grandezza di una società divisa rigidamente in classi e in clan in competizione, non si esitò ad abbattere anche  l’ultimo albero. Infatti utilizzare i tronchi era l’unico metodo per erigere le seicentocinquanta  statue di pietra che hanno reso famosa l’isola! Le conseguenze furono: morte per fame e guerra civile che comportarono la decimazione della popolazione (2.000 residua da 15.000) e la decadenza.
Si potrebbe con gli stessi metodi analizzare la decadenza e la caduta dell’impero romano, ma è più opportuno esaminare altri aspetti comuni a tutte le crisi e a tutte le decadenze. Alla  domanda per quale motivo un popolo a un certo punto fa scelte sbagliate? Perché un popolo decide di abbattere l’ultima porzione di foresta che rappresenta l’unica possibilità di sopravvivenza ?
La risposta elementare è che un gruppo si comporta come un individuo che può sbagliare moglie o partner in affari e perfino rischiare tutto il patrimonio in un investimento folle.
Ma è difficile sostenere questo per una società tecnologica complessa per la quale entrano in ballo una serie di fattori.

Lasciando da parte la storia è il caso di riconsiderare il presente perche ci sembra che l’attuale contingenza economica mondiale abbia le caratteristiche di una vera e propria crisi di sistema, valutiamo i possibili momenti, tutto avviene con una certa lentezza. Il fatto che quando pensiamo a una catastrofe pensiamo a qualcosa  di immediato non aiuta a comprendere che i processi possono impiegare tempi lunghissimi:
Manca la previsione del problema (che viene ignorato o non viene rilevato) al suo insorgere, come è stato per i subprime americani o come  le crescita e le stratificazioni dei vari debiti pubblici (compreso quello americano).
Il tentativo di risolvere il problema fallisce ed  è la situazione nella quale i nostri governi ( ma anche i gruppi sociali all’interno delle nazioni) si dibattono da quattro o cinque anni.
Questo  dipende dalle scelte di convenienza di tutti ma prima di tutto dei gruppi di potere, o di alcuni di essi che egoisticamente inseguono  la strada della convenienza individuale. Questo avviene maggiormente dove lobbies e gruppi di pressione riescono ad anteporre i loro agli interessi generali.
Riferendoci alla teoria dei giochi: una  strategia del massimo in cui tutti i contendenti perseguono sempre la strategia più vantaggiosa per sé stessi senza mai raggiungere l’ “Equilibrio di Nash”, un punto equo socialmente utile per tutti, in cui tutti rischiano qualcosa.

Pensando alla crisi economica attuale,  agli innumerevoli G8 e in genere agli incontri dei capi di stato e ai loro comportamenti  ci si convince che ci troviamo di fronte a una vera e propria competizione per il prestigio e chi lo fa è convinto che tutti si aspettano risultati immediati per i quali sarà giudicato. Nessun gruppo di potere pensa che situazioni simili hanno portato a crisi gravissime e spesso irreversibili! Infatti dalla stessa “razionalità” e dalla stessa spirale competitiva è nata non solo la scelta di tagliare l’ultimo boschetto dell’isola di Pasqua, ma l’invasione della Polonia o la mancata firma dello stato d’assedio che consentì  il successo della marcia su Roma.

La situazione economica nasce dalla scelta (intervenuta intorno agli anni ’50 del 900) di pervenire a un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini degli stati usciti dalla seconda guerra mondiale fuori dal blocco comunista. Questo lasciando invariati  gli equilibri ed il sistema produttivo  capitalistico, integrandolo con pezzi di stato sociale. Certamente, almeno per una grossa fascia di classe media, si sono raggiunti obiettivi di benessere, la vita media è aumentata, vacanze e sanità per la maggioranza dei cittadini europei, ma i costi? L’ambiente è stato gravemente danneggiato e il riscaldamento globale è sempre più un fenomeno preoccupante. Le fonti energetiche non rinnovabili saccheggiate in maniera irreparabile. E un debito pubblico pari più o meno a un anno di PIL che condizionerà le prossime due o tre generazioni! Ma senza sconfiggere completamente la povertà e accettando poveri, disoccupati e persone più svantaggiate.
La scuola neoliberista affermatasi negli anni 80 ha poi trasformato le prospettive economiche sostenendo  la necessità di privatizzare i servizi pubblici e di  liberalizzare tutti i  settori non strategici. Sono i prodromi  della finanziarizzazione dell’economia (ormai  la massa di derivati circolante nel mondo ammonta a 600 trilioni di dollari 10 volte il PIL mondiale).  Questo mix è stato adottato in maniera più o meno completa in quasi tutti i paesi, ha ottenuto qualche risultato parziale sul piano dei conti, ma in definitiva ha peggiorato le cose e incrementati gli squilibri tra ricchi e poveri. E la fine di ogni chiusura doganale ha favorito la crescita di economie come la cinese e la brasiliana, favorendo la  delocalizzazione delle  produzioni e  la crescita di alcuni paesi a basso costo di manodopera, ma  indirettamente l’aumento della disoccupazione negli altri  paesi. Mentre le razionalizzazioni e i risparmi inducono il contenimento della domanda e altra disoccupazione e la necessità  di riordinare i conti provoca una sostanziale riduzione delle risorse disponibili.

Un quadro di decadenza, vecchiaia, una svolta di un sistema maturo o i prodromi di una situazione in cui i livelli decisionali non sono più in grado di prendere provvedimenti opportuni?

Francesco de Majo

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